Deaglio “L’Italia rischia di diventare un paesino. Ritorno alla crescita precrisi non prima del 2018

Successo di pubblico al Jardin de l’Ange per l’incontro organizzato da Fondazione Courmayeur con l’economista Mario DEaglio.
Mario Deaglio
Economia

Un ritratto certo poco incoraggiante sulla situazione economica. Si è svolto ieri al Jardin de l’Ange di Courmayeur il consueto appuntamento organizzato dalla Fondazione Courmayeur con l’economista Mario Deaglio.
In un’ora il professore ha ripercorso le tappe salienti dallo scoppio della crisi ad oggi e ha ipotizzato gli scenari futuri. “L’anno scorso mi hanno chiesto perché ero così pessimista – ha esordito Deaglio – ma io non sono pessimista, sono come un medico: se il piede è rotto non posso che dire che è rotto”. Una crisi che dura ormai da tempo e che proseguirà ancora, anzi in autunno si prevede un’altra tempesta finanziaria. Come reagiranno i paesi? Questa è la domanda che tutti si pongono. Difficile, secondo Deaglio, trovare una risposta: in primis per le caratteristiche nuove della crisi e poi per la situzione politica. “L’economia – ha detto – nell’ultimo decennio è notevolmente cambiata, sino ad arrivare all’oggi, con il 70 per cento dell’economia che è rappresentato da oggetti immateriali”.

La situazione è particolarmente grave nei paesi occidentali, quelli storicamente più ricci. “Dal G20 di Londra si sono cercate soluzioni e cure, ma hanno fallito”. La strada intrapresa in un primo momento è stata quella di andare a coprire i buchi che si erano creati con una gigantesca introduzione di liquidità. Ora America e Europa hanno preso due vie differenti: “Gli Usa continuano a insufflare, l’Europa contiene la spesa pubblica per paura del debito”. Una crisi di paesi ricchi ripete più volte Deaglio e “mentre questi continuano a discutere e cercare una soluzione India e Cina continuano a crescere, di questo passo, tra 10 anni la Cina sarà il paese più ricco del mondo”.

Gli aiuti che gli stati hanno dato all’economia sinora non hanno avuto l’effetto sperato. Deaglio parla di “ossigeno”: “si tratta di bonus fiscali, bonus sulle auto e così via. Ma appena l’ossigeno è stato staccato il mercato è crollato nuovamente, il problema è poi che questo ossigeno costa e peserà sulle generazioni future”. Dopo la crisi della Grecia si guarda agli Usa: “Adesso gli occhi sono puntati sull’America e sul suo immenso debito, in parte incrementato dalla sua politica estera. In tutto questo c’è la Cina che non può permettersi che l’America fallisca. Consiglio di tenere sotto stretto controllo la situazione del dollaro”. La situazione difficile di borse e mercati è accompagnato da un disastro nel mondo della politica con i governi occidentali che perdono consenso, da Obama a Sarkozy.

L’Italia ha reagito meglio di altri alla situazione, “anche per la sua marginalità positiva” e per l’organizzazione del nostro paese. “Su cinque persone che hanno perso il lavoro nel nostro Paese il primo è un extracomunitario che è andato via, il secondo continua a lavorare in nero, il terzo è vicino alla pensione, il quarto è in mobilità e solo il 5 è veramente disoccupato”. L’economista ha parlato anche della nostra capacità di “galleggiamento” e della progressiva perdita di influenza del nostro paese sulle decisioni internazionali. “Una volta c’erano le grandi imprese: fino al 1980 siamo stati tra i paesi che decidevano. Ora rischiamo di perdere questa caratteristica e diventare un paesino periferico, tipo. Il punto di svolta, a mio parere, è il 1980, in quell’anno hanno lasciato fallire l’Olivetti, un errore enorme. Ora le uniche imprese grandi sono l’Eni, l’Enel, la Fiat e Finmeccanica”.

Quando si ritornerà ai livello pre-crisi? “Nel 2011 per la maggior parte dei paesi, ma l’Italia, prima del 2018 non ritornerà ai livelli di crescita che ha avuto negli ultimi 20 anni (cioè l’1 per cento”).

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