Privatizzazione dell’acqua, la Valle rischia di diventare terreno di caccia per le multinazionali

Ugo Mattei, tra i promotori dei referendum contro il decreto Ronchi e la privatizzazione dell'oro blu, interviene ad Aosta in una serata organizzata da Alpe: "Sono a rischio tutti i territori, anche quelli ricchi d'acqua come la Valle".
Economia

La Valle d'Aosta rischia di diventare terreno di caccia per le multinazionali dell'acqua: nonostante la potestà legislativa in materia sia regionale, il decreto Ronchi, che prevede l'obbligatoria privatizzazione del servizio idrico integrato, dovrà essere applicato anche in Valle. Lo ha spiegato il professor Ugo Mattei, ordinario di diritto civile all'università di Torino, in un incontro organizzato dall'Alpe, giovedì 10 giugno nel salone di palazzo regionale. "I valdostani pensano di essere un'isola felice – sostiene Mattei – per l'abbondanza di acqua, fornita dai ghiacciai, e perché l'autonomia prevede che solo la Regione possa legiferare per acqua irrigua e domestica. Ma i confini tra materia statale e regionale sono labili".

Il decreto Ronchi, approvato "con voto di fiducia, senza discussione" e, secondo Mattei, "attuando un vero e proprio saccheggio del patrimonio dello Stato", prevede l'obbligatorietà dell'affidamento a privati del servizio pubblico integrato delle città italiane, dalla captazione alla distribuzione. L'alternativa è il referendum. "La Regione non sente la questione come prioritaria – sostiene Roberto Louvin, capogruppo dell'Alpe in Consiglio regionale – nonostante la possibilità di chiamarsi fuori dalla sua applicazione è limitata. La Regione potrebbe però provare a legiferare in materia, per limitare o contrastare, anche in sede costituzionale, la normativa nazionale".

"Il modo privatistico di gestire l'acqua non è compatibile con l'ambiente – prosegue Mattei – perché ci sono in ballo interessi enormi e concessioni milionarie. I piccoli gruppi locali verrebbero spazzati via da due o tre gruppi multinazionali, che avrebbe enorme convenienza nell'imbottigliare l'acqua del rubinetto per rivederla con un profitto dell'ordine del mille per cento, contro un profitto del sette-otto per cento per l'acqua distribuita tramite acquedotto: si finirebbe per avere zone assetate anche con abbondanza d'acqua, a causa del bisogno indotto di bere acqua dalla bottiglia e che fa pensare di essere dei pezzenti se si beve quella del rubinetto". Per i consumatori, inoltre, l'effetto immediato sarebbe quello di un aumento del costo della bolletta: "Come per l'oro nero – spiega Mattei – per cui le popolazioni delle aree di estrazione non se la passano bene a causa dello sfruttamento, e il profitto finisce in mano a pochi, anche per l'oro blu i problemi sono gli stessi".

L'Italia dei Valori ha promosso un referendum analogo, riprendendo, secondo Mattei, il primo dei tre quesiti del Forum per l'acqua pubblica, quello per l'abrogazione del decreto Ronchi: "Ma la vera battaglia si fa sugli altri due quesiti, che permetterebbero di mantenere pubblica l'acqua e di eliminare i profitti da questo bene comune". L'adesione è bipartisan, con forze di sinistra, movimenti, e singoli esponenti di partiti, tra cui la Lega Nord. Se la raccolta delle firme è a buon punto, il problema resta il quorum, fallito costantemente dai referendum in passato: "Mi ha stupito e impressionato la facilità con cui si raggiunge il cuore della gente su questo tema, ma la battaglia è solo all'inizio".

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