Umberto Bossi, quell’incontro con Bruno Salvadori da cui germogliarono i semi della Lega

Morto a 84 anni, il “Senatùr” fondò la Lega Autonomista Lombarda nel 1984. Nel 1979, nella campagna elettorale per le prime elezioni europee, aveva incontrato Bruno Salvadori. La nascita di un'amicizia e di un rapporto con la Valle cambiato nel tempo.
Umberto Bossi Pontida
Politica

Non è mai stato un mistero. Nella mente di Umberto Bossi – al centro del ricordo collettivo in queste ore per la sua morte a 84 anni (era nato nel 1941, a Cassano Magnago, in provincia di Varese) – i semi di ciò che diverrà la Lega germogliano (anche) dopo aver incrociato la Valle d’Aosta e la sua esperienza autonomista, in cui il federalismo al tempo non era verbo astratto od estemporaneo.

Era il 1979, anno delle prime elezioni europee a suffragio universale e, nell’assenza di un collegio uninominale per la nostra regione, Bruno Salvadori, consigliere regionale dell’Union Valdôtaine, interprete di una nuova generazione dell’autonomismo, decide di giocare la carta di raggruppare, attorno ad un unico simbolo, movimenti e partiti dell’area identitaria in tutta Italia.

In uno dei tanti spostamenti legati a questa “mission”, l’esponente unionista incontra Bossi, di cui diventa amico, come non era infrequente in politica all’epoca. Gli unionisti di lungo corso ricordano anche la partecipazione del giovane lombardo ad uno dei primi “Rendez-vous valdôtain” di Aosta (nel prato accanto al Siège central, dove oggi sorge un parcheggio). Lo vanno a prendere in stazione e viene ospitato per la notte nella zona del Pont d’Avisod, sulla collina che guarda Saint-Martin-de-Corléans.

Il tentativo non ha l’esito sperato dai suoi promotori. Salvadori totalizza 17.500 preferenze. Tutt’altro che poche, ma non bastano a centrare l’ultimo resto, che avrebbe consentito il seggio a Strasburgo. Purtroppo, il consigliere regionale valdostano scompare prematuramente nel 1980, ma per Bossi è iniziato un cammino, fatto dell’esportare il verbo federalista in Lombardia. Nel 1984, nello studio di un notaio di Varese, nasce infatti la Lega Autonomista Lombarda, che due anni dopo diverrà semplicemente Lega Lombarda.

Nel 1987, quel movimento centra l’elezione dei primi due rappresentanti al Parlamento italiano. Umberto Bossi entra a Palazzo Madama, diventando per tutti il “Senatùr”, mentre a Montecitorio arriva Giuseppe Leoni. Quest’ultimo condividerà l’ufficio, al Gruppo misto, con il neo-eletto deputato valdostano, Luciano Caveri, che ricorda il cementarsi di “un’amicizia che mi permise allora e nelle successive legislature di assistere alla crescita e alle trasformazioni della Lega”.

Il progetto di Bossi evolve e, nel 1991, vede la luce la Lega Nord (soggetto federativo dei movimenti leghisti delle diverse regioni del settentrione d’Italia), protagonista di un exploit elettorale senza precedenti nella storia della (prima) Repubblica. Alle politiche dell’anno dopo, celebrate nel mezzo del ciclone “Tangentopoli”, le liste con il simbolo di Alberto Da Giussano portano infatti in Parlamento 80 rappresentanti.

Fino a quel momento, Bossi, relativamente alla Valle d’Aosta, mantiene un’attitudine di non belligeranza nei confronti dell’Union Valdôtaine. La Lega non apre i battenti tra Courmayeur e Pont-Saint-Martin e alle elezioni locali non vengono presentate liste. “Io mantengo per anni rapporti cordiali, partecipando anche a manifestazioni della Lega, visto questo legame con l’UV nel ricordo del ruolo di Salvadori”, ricorda Caveri.

“Poi la Lega arriva, inattesa anche, in Valle d’Aosta, – continua il racconto – rompendo un tabù”. E’ il 1993, anno delle elezioni regionali. “Bossi – aggiunge l’ex parlamentare valdostano – mi ha sempre detto che questo avvenne malgrado la sua opposizione”. Diversi sono però i ricordi al riguardo di Paolo Linty, primo segretario nazionale della Lega Nord Valle d’Aosta.

“Facemmo una serie di riunioni a Milano, nella sede di via Bellerio – ricorda – e allo ‘sbarco’ nella nostra regione c’era un’opposizione di Gipo Farassino (chansonnier popolare, tra i leghisti della prima ora in Piemonte, ndr.), che però venne bypassata”. In vista del rinnovo del Consiglio Valle si tiene anche il primo comizio del “Senatùr” in piazza Chanoux. “Non c’era così tanta gente dai tempi di Berlinguer…”, si lascia andare Linty, ma è un dato che la Lega entra a Palazzo regionale con tre consiglieri.

Assieme a Linty, Enrico Tibaldi e Marco Bavastro, che però prima della fine della legislatura abbandoneranno il vascello leghista. “Bossi non è mai stato un ‘dittatore’, come oggi viene dipinto da alcuni. – continua l’allora Segretario nazionale – quando eri contro di lui ti ascoltava con doppia attenzione. Si nutriva del tuo pensiero, non solo del suo”. Sono gli anni del partito (e del Parlamento) del Nord, delle camicie verdi, di “Roma ladrona” e del celodurismo, diventato meme quando ancora non esistevano i social, nonché dell’ampolla d’acqua del Po prelevata alla sorgente di Pian del Re e dei primi raduni sul “pratone” di Pontida.

Il resto è storia nota. Dall’esperienza di governo del 1994 con Berlusconi e Fini, nel tentativo di un partito “di lotta e di governo” (poi abortita dagli stessi leghisti poco tempo dopo), fino al malore del 2004, che fiaccò Bossi nel fisico. Le redini del partito passano nel 2013 a Matteo Salvini, netto nell’impartire alla Lega una direzione differente, lungo i binari del sovranismo. Più recente, l’uscita di scena definitiva del “Senatùr”, a seguito della vicenda giudiziaria sull’uso improprio dei fondi del movimento.

“Conservo un bel ricordo – conlcude Paolo Linty – di una persona che mi ha trasmesso molto. Era molto legato alla Valle d’Aosta. Eclettico, sicuramente, ma una persona buona”. Un altro protagonista del corso leghista in Valle, Sergio Ferrero, ha tributato in queste ore il suo ringraziamento al “Capo” sui social, rammentando che “mi hai insegnato molto, sarai sempre nel mio cuore”.

Andrea Manfrin, attuale capogruppo del Carroccio in piazza Deffeyes, rammenta l’incontro con il “Senatùr” ad un comizio ad Aosta del 1997. “Mi colpì – ha scritto su Facebook – per il suo essere lontano dal modello di politico distante dalle persone e con il politichese in bocca. Aveva le idee chiare e parlava chiaro, trasmettendo concetti complessi anche ad un quattordicenne come me. Era avanti, vedeva lungo e vedeva bene l’inferno che l’Europa avrebbe portato al nostro Paese”.

Per parte sua, Caveri chiude il suo ricordo immaginando “che Umberto, dopo la sua uscita, abbia magonato – lui che evocava la Resistenza e l’antifascismo – con un Salvini che seguì certe correnti che lo hanno spinto verso camerati alla Casa Pound con una rottura netta con le radici leghiste”. Al di là del dibattito sull’oggi, la scomparsa di Bossi, tra i primi politici italiani che la gente abbia fermato per strada per un autografo o una foto, consegna alla storia, con i suoi chiari e scuri, una lunga parentesi della politica nazionale. Difficilmente ripetibile.

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