“Avevo preparato un discorso, ma ho deciso di non leggerlo”. Laura Boldrini ha deciso di parlare a ruota libera, toccando tutti i temi che le sono più cari. Il presidente della Camera è intervenuto davanti al Consiglio regionale specialmente riunito per l’occasione, prima di partecipare alla giornata conclusiva della Scuola per la Democrazia, di fronte ad una platea di giovani eletti provenienti da tutta Italia. Nei saluti ufficiali, i due presidenti Rini e Rollandin avevano evocato l’idea della Valle d’Aosta come terra di frontiera. Su questa parola si è soffermata lungamente la terza più alta carica dello Stato. “La frontiera è vita, fa la differenza tra la salvezza e la morte. Chi la oltrepassa bacia la terra, perché è vivo e ce l’ha fatta. Non arriva in una terra di emergenza, al contrario, l’emergenza è a monte, nel luogo di origine, nel luogo di transito, in mare”. Il pensiero va naturalmente a Lampedusa. Nessuna retorica, a parlare sono i 25 anni al servizio dell’Onu, in particolare dell’Alto Commissariato per i Rifugiati.
“Sono arrivata alla presidenza della Camera con questo vissuto. Se mi hanno assegnato questo incarico nonostante la politica non sia mai stata il mio mondo è per imprimere un cambiamento in un momento di crisi. I tre pilastri per la rinascita devono essere sobrietà, ascolto dei cittadini e grandi questioni sociali. Com’è possibile che mi si chieda di non occuparmi della società, ma solo dell’Aula che presiedo? Dobbiamo farci interpreti della società, che è già avanti rispetto a noi, siamo a traino. Non possiamo uscire dalla crisi senza una visione che ci guidi, specialmente sulle questioni importanti”. Una visione che dovrebbe essere comunicata meglio dal punto di vista mediatico. “Si parla sempre dei politici da talk show, delle provocazioni sterili e degli insulti gridati, non si mostra mai chi lavora bene e in silenzio, anche in Parlamento. Non fa notizia. Non si dice nulla dei milioni di euro risparmiati con i tagli ai costi della politica. Altrimenti c’è il rischio che si inizi a pensare che un’altra politica è possibile, che non è vero che siamo tutti uguali”.
Concetti che Laura Boldrini ha ribadito e approfondito davanti ai giovani amministratori riuniti nel salone di palazzo regionale, seduti accanto ai sindaci valdostani e a una quindicina di studenti dell’Università della Valle d’Aosta, una novità della quinta edizione della Scuola per la Democrazia, organizzata dal Consiglio regionale e da Italia Decide.
Ai giovani il presidente della Camera ha consigliato di viaggiare, studiare almeno un anno all’estero, anche se purtroppo – ha commentato – questo resta un privilegio per pochi. “Dobbiamo allargare il nostro punto di vista, non possiamo concentrarci sul nostro particolare. Occorre partire da una prospettiva internazionale e anche europea di ampio respiro, che possiamo tradurre a livello locale. Le grandi domande a cui cerchiamo di rispondere risposte globali. In questo i sindaci non vanno lasciati soli, la cosa più insensata che possa fare la nostra classe dirigente è abbandonarli lasciandoli privi di risorse”. Scuola e formazione sono gli strumenti della ripresa. “Tagliare fondi alla formazione e alla ricerca significa fare una scelta politica. Una scelta sbagliata e miope”.
Tra i temi toccati, la “fuga dei cervelli”, la violenza su internet – da reprimere esattamente come quella non virtuale – e la questione di genere, definita centrale per lo sviluppo del Paese. Ma un tema ha fatto spesso capolino, inevitabilmente, facendo affiorare ricordi. Capita ad esempio quando un sindaco di una piccola cittadina siciliana parla dell’accoglienza dei clandestini. “Servono più risorse per i comuni, che vengono spesso abbandonati a gestire da soli la situazione, ma non dimentichiamoci di chi fa affari alle spalle dei migranti” ha risposto la presidente. “Non si parla molto di loro purtroppo. Tante aziende vivono sfruttando gli extracomunitari, che lavorano in condizioni disumane. A Rosarno – ha raccontato – sono state scritte pagine orribili per la democrazia. Un giorno i lavoratori migranti che tornavano dai campi sono stati accolti da colpi di carabina. Era già capitato, ma fino a quel momento avevano reagito pacificamente. Quella volta no, hanno dato vita ad una rivolta, con ciò che ne consegue, auto bruciate, feriti eccetera. Ero lì, con molti altri operatori dell’Onu. Abbiamo scoperto che l’80% di loro era assolutamente in regola, altro che clandestino. Eppure abbiamo dovuto evacuarli, perché non eravamo in grado di assicurare la loro sicurezza, i rosarnesi giravano armati di fucili e taniche di benzina. Alla fine, anche se con il loro lavoro contribuivano al benessere del territorio, dando di che vivere alle aziende che risparmiavano sulla mano d’opera, se ne sono dovuti andare, e senza essere pagati. Non dobbiamo più arrivare a questo punto”.

