Nell’ultimo giorno di lavoro, Massimo Uberti traccia un bilancio di quasi cinque anni alla guida dell’azienda sanitaria regionale. Nell’intervista affronta i nodi ancora aperti — dalla carenza di personale alla sostenibilità economica, fino al rapporto tra pubblico e privato — ma rivendica anche i risultati ottenuti, dal miglioramento degli indicatori Lea alla riapertura dei servizi chiusi negli anni del Covid.
Se dovesse sintetizzare lo “stato di salute” della sanità valdostana oggi, quale sarebbe la diagnosi?
È un paziente che ha dei problemi, come tutti gli altri servizi sanitari pubblici. Alcuni li stiamo affrontando e, per molti, abbiamo già delle soluzioni; per altri, invece, non ancora. In parte si tratta di criticità comuni a tutta la sanità pubblica, in parte sono legate alle peculiarità di questa Regione, che presenta aspetti molto positivi ma anche difficoltà specifiche.
Se guardiamo ai sistemi di valutazione, che negli ultimi anni si sono moltiplicati e che oggi hanno anche un forte rilievo mediatico, la Valle d’Aosta aveva già risultati positivi e li ha ulteriormente migliorati. In particolare, il sistema più visibile, cioè quello ministeriale del punteggio Lea, che misura la qualità dei servizi nei tre ambiti di ospedale, territorio e prevenzione, per la prima volta nella storia della Valle d’Aosta registra una valutazione positiva sia nel punteggio complessivo sia nelle singole aree.
Questo non significa che il Ministero dica che non abbiamo problemi. Come ho sempre detto quando andavano male, lo dico anche ora che vanno bene: non descrivono tutto e non cancellano le criticità. Però rappresentano una certificazione importante da parte di un ente terzo, non della Regione o dell’Usl.
È un risultato importante anche per l’immagine esterna della sanità valdostana. In una fase in cui abbiamo bisogno di reclutare professionisti da fuori, è fondamentale poter contare su un’immagine il più possibile realistica e positiva.
In questi anni abbiamo anche reinternalizzato tutto ciò che era stato esternalizzato all’interno dell’ospedale. È stata una scelta molto discussa, ma abbiamo dimostrato che era l’extrema ratio per evitare la chiusura di ulteriori servizi. E, man mano che abbiamo ritrovato le forze, cioè medici e infermieri sufficienti, ci siamo ripresi in carico quei servizi. Questa operazione è ormai conclusa: gli ultimi passaggi si chiuderanno ad aprile, con la scadenza delle ultime due gare che ci permettevano di coprire alcuni turni di pediatria e neurologia.
Allo stesso tempo, quando sono arrivato c’erano ancora tutti i reparti Covid: li abbiamo progressivamente riaperti tutti. L’ultimo tassello è stata la Stroke Unit.
Dopo quasi cinque anni alla guida dell’Usl, qual è la decisione di cui va più orgoglioso?
Non parlerei di una singola decisione, ma di uno stile di coordinamento: quello di coinvolgere il più possibile tutti gli interlocutori interni ed esterni all’azienda. In un sistema complesso come quello sanitario, che è anche un’organizzazione ad altissima autonomia professionale, è giusto che sia così. Un direttore generale non può dire ai medici cosa fare nel dettaglio, quando ricoverare, quanti numeri trattare e così via.
Proprio perché esiste questa autonomia, è necessario che le decisioni siano il più possibile condivise. Non nel senso che chi dirige non debba decidere, ma nel senso che non deve decidere da solo: deve farlo dopo aver ascoltato tutti gli interlocutori, perché ciascuno porta informazioni necessarie a costruire la migliore sintesi possibile nell’interesse generale.
Credo e spero di essere riuscito a instaurare questo metodo, una decisione il più possibile partecipata. Ovviamente non può essere partecipata da tutti i 2.500 dipendenti, ma certamente da chi ha ruoli di rappresentanza, dai sindacati ai dirigenti, ai direttori di struttura. Credo che questo mi sia riconosciuto e credo anche che sia l’unico modo per fare bene le cose. Da soli, in sanità, si possono fare soltanto danni. Tutto il resto si costruisce a piccoli passi, insieme.
La sanità è come un’orchestra sinfonica: i ruoli non sono tutti uguali, c’è il primo violino, c’è il solista, ci sono funzioni che cambiano a seconda della sinfonia. Ma perché la musica riesca bene, tutti devono fare al meglio la propria parte. Anche chi suona il timpano, se sbaglia, rovina la sinfonia.

Qual è stata la criticità più difficile da risolvere?
Sicuramente la carenza di personale. È un tema che riguarda tutta la sanità italiana, ma che in Valle d’Aosta pesa di più per almeno due ragioni. La prima è demografica: qui ci sono 123.500 abitanti, e non possono certo studiare tutti medicina o infermieristica. La seconda è strutturale: abbiamo un ospedale che, nel resto d’Italia, avrebbe normalmente un bacino di riferimento di quasi un milione di abitanti. Noi, invece, abbiamo un sesto o un ottavo dei potenziali studenti e professionisti rispetto ad altre realtà, a parità di fabbisogno organizzativo.
Questo significa che dobbiamo essere attrattivi e riuscire a portare qui professionisti da fuori. E lo dobbiamo fare in anni in cui una cattiva programmazione ha prodotto una carenza di personale non solo in Italia, ma anche in Francia.
Siete riusciti a porre un freno alla fuga di medici e infermieri?
Questo è un esempio concreto di come, lavorando tutti insieme, si possano ottenere risultati. All’inizio del mio mandato impostammo un progetto per favorire il reclutamento e la fidelizzazione del personale. Fu un progetto costruito raccogliendo idee da tutti: lo discutemmo internamente, lo affrontammo con i sindacati, lo portammo in V Commissione e acquisimmo contributi da più parti.
Quella è diventata una strategia continua, non un progetto che comincia e finisce. E sta dando risultati. Gli ultimi concorsi lo dimostrano: abbiamo avuto partecipazioni che non si vedevano da moltissimo tempo, certamente non negli ultimi 15 anni.
Restano però aree in cui la difficoltà è ancora molto alta, semplicemente perché gli specialisti non ci sono. Basti pensare che negli ultimi tre mesi siamo riusciti ad assumere 12 specialisti dell’area medica, tra cui tre neurologi e tre geriatri: concorsi che per due anni erano andati deserti.
Sul fronte delle risorse economiche, il bilancio 2026 prevede un disavanzo significativo. Avete chiesto un intervento alla Regione per continuare a garantire i Lea, quali sono state le risposte?
Stiamo discutendo il tema. Uno dei problemi è che i tempi dei bilanci aziendali e quelli regionali non coincidono. C’è certamente un aspetto tecnico, ma c’è anche un nodo di sostanza: fino ad oggi la Valle d’Aosta non ha conosciuto veramente il problema del finanziamento sanitario nei termini in cui lo vivono le altre Regioni, perché a differenza di quasi tutte le altre si autofinanzia.
Questo tema, però, si riproporrà anche qui. La sostenibilità del sistema sanitario è in crisi in tutto il mondo, ovunque esista un servizio sanitario pubblico. I costi aumentano fisiologicamente: viviamo più a lungo, anche grazie alla sanità, ma viviamo più spesso con patologie croniche, che richiedono esami, visite, farmaci, cure e dunque spesa. A questo si aggiunge un’innovazione tecnologica sempre più rapida ed efficace, ma anche sempre più costosa.
Il vero nodo del futuro è questo. Finora la Valle d’Aosta è stata relativamente protetta, perché ha potuto contare su un finanziamento pro capite più alto della media nazionale. Ma questo surplus si sta assottigliando. Non lo dico io: lo evidenzia anche uno studio della Bocconi. Al di là del disallineamento contingente di quest’anno, questo è un tema che anche la Valle d’Aosta dovrà affrontare.
Quali soluzioni suggerisce per il futuro?
Bisogna diventare più capaci di valutare gli investimenti non solo in termini di attrezzature, ma anche sul piano organizzativo, in funzione dell’efficacia. Questo significa perseguire la massima appropriatezza possibile in tutti i campi: nella programmazione, nell’acquisizione di tecnologie, nella richiesta di prestazioni.
Non è una sfida che riguarda solo la Valle d’Aosta. Viviamo in una cultura consumistica che porta anche in sanità a fare tanto, talvolta troppo, anche quando non è necessario e, paradossalmente, può persino essere dannoso. Lì c’è spazio di recupero, ma non è facile. Da un lato ci sono spinte in senso opposto, dall’altro stiamo parlando della salute delle persone, quindi tutto va fatto con grande correttezza scientifica.
Non lo decide il direttore generale da solo. È un lavoro che deve essere fatto dal mondo scientifico, coinvolgendo i clinici e le società scientifiche, che infatti su questi temi si stanno già muovendo da tempo.
Che suggerimento si sente di dare alla politica?
Più che un suggerimento, è un’osservazione da esterno. Non sono un politico e non sono così presuntuoso da voler insegnare alla politica come fare il proprio mestiere. Così come ritengo che i politici non debbano fare i tecnici, ma debbano interagire con i tecnici, allo stesso modo noi non dobbiamo invadere il loro campo.
Questa Regione ha potenzialità impensabili altrove, e non mi riferisco solo agli aspetti economici. Mi riferisco soprattutto a questa vicinanza molto forte tra politica e parte tecnica. È una condizione unica, che permette ai tecnici di rappresentare criticità, bisogni e necessità, e alla politica di interagire in modo diretto per capire e migliorare.
Se questo rapporto viene usato perseguendo l’interesse generale, cioè la salute dei cittadini nel loro complesso, allora è una opportunità formidabile. Se invece viene usato per far prevalere interessi di parte, anche legittimi, allora diventa un danno. Gli interessi particolari vanno ascoltati, compresi e armonizzati con l’interesse generale.
Faccio un esempio: il lavoro sul recruitment seguiva proprio questa logica. La politica è intervenuta su alcuni punti che noi avevamo segnalato come critici, come la famosa indennità di attrattività che andava in quella direzione. È così che si costruisce una risposta utile: mettendo insieme esigenze comuni per dare servizio al cittadino, non per far piacere al primario X.
Nella sua lettera ai media ha parlato di forti interessi economici che minacciano il sistema pubblico. Che cosa intende?
Io sono un fautore dell’intervento del privato anche nel sistema sanitario, purché sia un privato governato dal pubblico. Il privato, legittimamente, persegue un margine economico positivo, il profitto. Può anche essere molto efficiente. Ma in un sistema che deve garantire ciò che serve davvero alla popolazione nel suo insieme, questa garanzia può darla solo il pubblico.
Non sono contro il privato in sanità, anzi. In Valle d’Aosta, per ragioni strategiche, ce n’è persino poco. Uno sviluppo in questo senso può essere positivo.
Il problema è che tra coloro che denunciano i mali della sanità pubblica, che ci sono e sono reali, ci sono quelli che lo fanno per migliorarla e quelli che lo fanno perché vogliono aprire spazi a un privato che non è quello accreditato, ma altro. Se si vuole essere efficaci in questa operazione, non lo si dice apertamente: si critica la sanità pubblica, si cavalca un filone molto visibile e molto gradito, e si accentua quel racconto.
Chi fa informazione, se crede che la sanità pubblica sia un traguardo di civiltà, dovrebbe non solo raccontarne le criticità, ma anche provare a capire le ragioni che stanno dietro a quelle difficoltà.
Il privato però si sta muovendo anche in Valle d’Aosta. Vede il rischio di uno slittamento verso il privato?
Intanto, meno male che qualcosa si muove. Credo che molti cittadini si siano fatti un’assicurazione privata proprio perché la sanità pubblica non riesce più a erogare in tempi adeguati tutte le prestazioni di cui hanno bisogno. E quindi, inevitabilmente, si va verso il privato.
Va detto che la sanità pubblica continua a garantire le prestazioni salvavita, ma fatica su altri fronti, soprattutto sul primo accesso ad alcune prestazioni. Il punto è che l’alternativa a un sistema pubblico forte è un sistema in cui la popolazione nel suo complesso vive peggio, ha condizioni di salute peggiori e vive meno. Non lo dico io: lo dicono i dati epidemiologici. Ovviamente non parlo dei più ricchi, che possono sempre permettersi altro, ma della grande maggioranza della popolazione.
Su questa nuova struttura non ho ancora tutti gli elementi per esprimermi compiutamente. Da quello che leggo, ha fatto un investimento particolare: ha acquisito sia una struttura privata accreditata, e quindi funzionalmente integrata con il pubblico, sia una struttura privata pura. La prima rientra pienamente in un modello che può convivere bene con la sanità pubblica.
Aprire una struttura privata vicino all’ospedale, come avviene in altre parti d’Italia, non è di per sé un problema, finché la sanità pubblica è finanziata e regge. Io non demonizzo il mercato: viviamo in un mondo in cui chi può pagare una prestazione più veloce o più comoda ha il diritto di farlo. Il problema nasce quando il privato non si aggiunge, ma sostituisce. Quando il sistema pubblico viene strangolato e allora sì che si crea uno squilibrio.
Nella sua lettera parla anche delle lentezze e delle colpe del sistema pubblico. Quali sono le responsabilità principali?
Parlo del sistema pubblico in generale. Il pubblico è regolato da norme e meccanismi che producono tempi di reazione lentissimi. Questo è il primo grande problema. Viviamo in un mondo che corre sempre di più, e anche le risposte devono essere rapide. Altrimenti si rischia di mettere in campo azioni magari giuste, ma quando è ormai troppo tardi.
C’è poi il tema degli ostacoli. Molte soluzioni che al cittadino sembrano di semplice buon senso non vengono adottate perché c’è sempre una norma, un regolamento, un vincolo che le impedisce. E allora ci si chiede: perché non fanno così? Perché non si può.
Noi siamo un po’ come un bradipo, mentre dall’altra parte tutto sfreccia. Pensiamo all’innovazione, alla rapidità dei cambiamenti: e noi siamo ancora dentro una cultura del sistema pubblico che, per certi aspetti, ha tratti ottocenteschi. Per chi gestisce e prova a risolvere i problemi questa situazione è fonte di frustrazione.
Non sto dicendo che servano scorciatoie: le regole di trasparenza sono giuste. Ma quando diventano troppe, si sovrappongono, si contraddicono, finiscono per ostacolare chi vuole lavorare onestamente e bene.
Perché è così difficile spiegare ai cittadini il funzionamento reale della sanità?
Perché dobbiamo rispettare regole che spesso si ritorcono contro l’efficacia e l’efficienza del sistema. E poi perché la sanità è un’organizzazione ad alta autonomia professionale. Non esiste che il direttore generale dia un ordine al primario X e quello lo esegua. Non funziona così e non può funzionare così. Forse in qualche caso potrebbe sembrare utile per risolvere un problema, ma sarebbe un rischio enorme.
Qual è, secondo lei, il problema più sottovalutato della sanità oggi?
La necessità di semplificazione. È un problema complesso, ma spesso sfugge. Il pubblico impiego deve cambiare passo, e questo non riguarda solo la sanità.
Che cosa le mancherà del ruolo di direttore generale?
Di sicuro mi mancheranno le persone con cui ho collaborato, tutti i colleghi. Del ruolo in sé non so ancora dirlo. Non amo il potere per il potere, ammesso che quello del direttore generale sia davvero un potere, e per le ragioni che dicevo prima credo sia anche molto sopravvalutato.
Quello che so è che dal 1° aprile potrò spegnere il telefono e non pensare più a niente. Non vuol dire che lavorassi 24 ore su 24, 7 giorni su 7, ma di fatto non staccavo mai. Da quando faccio il direttore sanitario, cioè da più di 25 anni, quasi 30, questa esperienza del “non avere responsabilità continue” non la ricordo quasi più.
L’idea di poter staccare davvero, perché sei in vacanza o in pensione, mi attrae. Poi magari succederà il contrario e mi mancherà. Lo scoprirò dopo. Adesso passo da un livello di adrenalina altissimo, che in parte mi opprime, a uno molto più basso. Potrebbe farmi bene, ma potrebbe anche mancarmi.
È un po’ quello che succede a tutti quelli che vanno in pensione: molti non vedono l’ora, hanno interessi e passioni da coltivare, e poi c’è chi riesce ad ampliare quel tempo e chi invece si deprime. Non credo che sarà il mio caso, ma questo lo dirò dopo.
C’è stato un momento in cui ha pensato davvero di non farcela e di lasciare prima?
No, mai. E adesso, in realtà, non è che io stia lasciando la barca. Ho anticipato di qualche mese per una serie di ragioni, anche personali. Non sto scappando. Anzi, resto a disposizione come memoria storica per chi verrà dopo di me, se servirà un passaggio di consegne o un supporto all’assessorato.
Non avevo davanti tre anni, ma quattro mesi, e ho scelto di uscire in un momento che, anche per la mia situazione personale e familiare, mi sembrava più adatto.
Dopo questa esperienza è più ottimista o più pessimista sul futuro della sanità pubblica?
I motivi per cui sono preoccupato per il futuro della sanità pubblica non riguardano tanto le criticità valdostane, quanto quelle di sistema. Però credo che qui ci siano anticorpi e strumenti in più per affrontarle. Per questo, sulla Valle d’Aosta, sono più ottimista. In altre regioni, compresa la mia, purtroppo lo sono molto meno.
