“Memoria“, a casa nostra, non è mai stata una parola astratta. Aveva un nome e un cognome, Giulio Giunta, e una storia incredibile, legata ad un oggetto concreto: una bicicletta. Nonno raccontava la sua storia ogni domenica, a pranzo, come si raccontano le cose che ti hanno salvato la vita: con orgoglio e fierezza, ma senza retorica o bisogno di alzare la voce. Era il suo modo di farci capire cosa fosse stata la Guerra, per noi bambini che ancora non potevamo sapere.
Era nato a Nissoria, in provincia di Enna, il 10 gennaio 1917. Cresciuto in una famiglia numerosa e senza terra, con la quinta elementare in tasca e il lavoro che scarseggiava, a 18 anni fece la scelta che gli segnò la vita: il 25 novembre 1935 si arruolò volontario per diventare alpino. Nel giro di pochi anni salì di grado fino a sergente maggiore e il 30 agosto 1939 fu assegnato al Battaglione Aosta del 4° Reggimento Alpini.

La guerra per lui non restò un concetto lontano. Nel giugno 1940 era con la 42ª Compagnia a La Thuile e poi sul confine. Nel gennaio 1942 si imbarcò da Bari e sbarcò in Croazia, combattendo nei Balcani. In mezzo a quell’inferno ci fu una parentesi di vita normale, quasi incredibile: nel luglio 1942 ottenne una licenza e arrivò ad Aosta il 25 luglio; il 1 agosto si sposò nella chiesa di Santo Stefano, con mia nonna, Iva Petitjacques. La felicità, scrisse in una delle tante lettera che inviava regolarmente alla consorte, aveva il sapore dell’oblio, come se il passato si potesse cancellare.
Poi arrivò l’8 settembre 1943 e con l’armistizio iniziò il tempo delle scelte obbligate. In Jugoslavia i tedeschi si presentarono e ordinarono la consegna delle armi. Mio nonno riuscì a fuggire per un tratto e si unì ai partigiani montenegrini, finché fu catturato il 23 settembre 1943 nei pressi di Šavnik. Il 9 ottobre si ritrovò nello Stalag IX/C di Bad Sulza, in Germania. Rifiutò di arruolarsi nella Repubblica sociale e da quel rifiuto iniziò la sua prigionia da internato militare e poi il lavoro forzato.
Di quel periodo, a noi nipoti, sono rimaste soprattutto le lettere. Nelle frasi rivolte a sua moglie Iva c’era una tenerezza trattenuta, insieme al bisogno di rassicurare: “Non spaventarti”, scriveva, e chiedeva notizie di casa, del lavoro, della salute. In altre cartoline compaiono stranezze che ancora oggi fanno stringere lo stomaco, come se la paura imponesse maschere e codici: chiamava la moglie “cugina” e arrivò perfino a firmarsi al femminile.
Nell’agosto 1944 tentò la fuga. Lo ripresero e lo trasferirono, per punizione, in un campo nei pressi di Norimberga. Poi, dopo un’altra fuga e giorni di marce, fame e freddo, finì a Dachau. Qui la memoria diventa un elenco di resistenza quotidiana: rifiutare un contratto di “libero lavoratore”, convincere altri a non cedere, sopravvivere. Il 28 aprile 1945 evase anche da Dachau.

Ed è qui che entra in scena la bicicletta. Nel racconto di nonno Giulio non è un simbolo letterario, è una necessità. Arrivò in un paese di cui non ricordava il nome, vide una bici appoggiata vicino a un portone, la prese. Un uomo protestò. Mio nonno rispose con la durezza di chi aveva già pagato tutto: “Ora è mia, perché i tuoi soldati mi hanno preso 1000 lire, un orologio, un anello d’oro e mi hanno fatto lavorare per venti mesi dodici ore al giorno senza darmi un soldo!”. Poi saltò in sella e puntò verso l’Italia.
Mentre il Sergente Maggiore Giunta si impossessava della bicicletta, il 30 aprile Hitler ed alcuni suoi collaboratori si suicidavano nella cancellaria del Reich. Mentre pedalava verso il Brennero, l’Armata Rossa entrava a Berlino: era il 2 maggio 1945. Il 3 maggio, dopo aver attraversato la Baviera ed il Tirolo, è dunque al Brennero. La guerra è finita, ma Giulio non lo sa e forse poco gli importa: vuole solo tornare a casa. Lui, la sua guerra, l’ha già vinta. Non è più un prigioniero, non è più un numero, è tornato a pieno titolo un Alpino. Pesta sui pedali e va. Il suo rientro fu un’odissea fatta di tappe e chilometri: Brennero, Bolzano, Trento, Riva del Garda, Milano, Ivrea.
A casa arrivò il 9 maggio 1945, dopo quasi mille chilometri tra strada e fatica. Aveva solo 28 anni. All’ingresso di Aosta, all’altezza del ponte romano, una ruota si sgonfiò e dovette finire a piedi. Il suocero lo vide quasi irriconoscibile, sporco, magro, con la barba lunga. E poi quella frase che in famiglia è rimasta, cruda e affettuosa insieme: “Sembri Gesù Cristo”.

“Due giorni dopo il mio rientro, caddi malato”, raccontava. “Il medico disse che ero affetto da tifo e fui ricoverato in gravissime condizioni. Ero anche completamente cieco da un occhio. Mi mandarono un sacerdote per impartirmi l’estrema unzione. Ancora una volta mio nonno tornò a combattere per la vita: guarì e appena un mese dopo il suo rientro ad Aosta, il 30 giugno, si presentò di nuovo al distretto militare, pronto a riprendere servizio.

Nel Giorno della Memoria, la storia di Giulio Giunta non è solo la storia di un alpino valdostano “d’adozione” e di una fuga. È una storia che parla di cosa accade quando l’essere umano viene ridotto a numero e di come si torna indietro, pezzo per pezzo, verso il proprio nome. Della sua incredibile avventura a noi nipoti resta anche una borraccia, una Croce al merito di Guerra, il distintivo d’onore per i patrioti Volontari della Libertà e una una consegna semplice: ricordare non come esercizio ma come gesto concreto, come quella bicicletta, che conservo gelosamente in garage da quando non è più con noi, e che per noi tutti non fu mai soltanto una bicicletta.
In occasione del Giorno della Memoria, che ricorre oggi, martedì 27 gennaio 2026, il Consiglio Valle ha scelto di affidare il ricordo a questa storia, capace di attraversare il tempo e parlare alle nuove generazioni. Il video è pubblicato sui canali social dell’Assemblea.
