Depressione, ansia e autolesionismo: aumentano anche in Valle d’Aosta le richieste di aiuto degli adolescenti

Triplicati gli accessi a Il Pangolo, il servizio dell'Azienda Usl rivolto ai giovani fra i 13 e i 21 anni. 50 nuovi accessi nel 2020, 15 soltanto a gennaio 2021. Gli adolescenti si dimostrano in questa fase maggiormente consapevoli di quanto stanno vivendo e sono i primi a chiedere aiuto.
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Società

Cinquanta nuovi accessi nel 2020, 15 soltanto nel mese di gennaio 2021. E’ boom di richieste al Pangolo, consultorio degli adolescenti e delle loro famiglie, uno dei servizi della struttura dipartimentale di Psicologia dell’azienda Usl. Il consultorio, rivolto alla fascia fra i 13 e i 21 anni, da mesi registra un aumento fra i ragazzi di casi di ansia, depressione ma anche autolesionismo.

Abbiamo osservato in questa seconda fase della Pandemia, soprattutto fra la fine dell’anno e inizio gennaio, un aumento in maniera esponenziale dei disturbi d’ansia e depressivi – racconta Anna Le Cause operatrice del Pangolo  – Ragazzini che ci riferiscono di attacchi di panico, di difficoltà a gestire un’emozione dalla quale spesso si sentono travolti, sentimenti di paura e di incertezza rispetto al futuro, un aumento della fragilità rispetto all’immagine di sé, come se non si percepissero più capaci di affrontare quello che invece prima affrontavano tranquillamente. Sono emozioni legittime, successive ad un tempo pandemico, come quello che stiamo attraversando, ma quando aumentano un po’ di intensità, la nostra attenzione deve salire. C’è un bisogno di presa in carico e di cura che non si può rimandare, la ricaduta è rispetto al loro mondo interno, ma anche alla dimensione socio relazionale. Sono ragazzini che rischiano altrimenti di chiudersi eccessivamente o di rinunciare, adesso che si può, a tornare ad un pezzettino di normalità, come ad esempio a svolgere un’attività sportiva o a riprendere un impegno di un certo tipo nello studio. Quando i sintomi ansiosi, depressivi cominciano ad interferire con il funzionamento delle diverse aree della loro vita, l’attenzione degli adulti e delle famiglie e della scuola deve farsi massima, per evitare di fragilizzarli ulteriormente e lasciarli soli in un momento storico straordinariamente complesso”.

La sofferenza di alcuni adolescenti, emersa sopratutto in questa seconda ondata di pandemia, si fa vedere anche sul corpo di questi adolescenti, soprattutto ragazze, con un’età media di 15/16 anni. 
I casi di autolesionismo ci sono sempre stati, non appartengono al tempo del Coronavirus. Aumentando i disturbi depressivi, sono aumentati anche gli accessi di ragazzine con casi di autolesionismo. Esprimono la fatica e il disagio di questi giovani, che in alcuni momenti, non riescono a trovare altri modi per uscire, se non quello di attaccare sé stessi e il proprio corpo. Con i disturbi depressivi si registra anche un’alterazione nell’alimentazione, del ritmo sonno veglia e della difficoltà di concentrazione”.

Anna Le Cause, operatrice Pangolo
Anna Le Cause, operatrice Pangolo

In molti casi sono gli stessi adolescenti, riconoscendo di stare male, a rivolgersi al servizio dell’azienda Usl. L’accesso al Pangolo avviene attraverso l’impegnativa medica, con prenotazione al Cup di un primo colloquio, al quale seguirà la presa in carica dell’adolescente a seconda del problema e dell’età nei vari servizi della struttura. In alcuni casi, di urgenza, l’accesso è diretto contattando la segretaria o il consultorio (mail: apangolo@ausl.vda.it 0165/546221 o 546219 o 546083).

“In questa fase abbiamo registrato una maggiore iniziativa da parte dei ragazzini che spesso scrivono una e-mail – per loro l’utilizzo di questo mezzo è facilitante – chiedendo di essere richiamati. A volte sono le famiglie a chiederci aiuto, in misura minore anche le scuole.”
Gli operatori del servizio riferiscono, infatti, una maggiore consapevolezza in questa seconda fase della pandemia da parte dei ragazzi.
“Hanno avuto il tempo di metabolizzare e farsi girare nella pancia tutta una serie di vissuti, hanno messo a fuoco che c’era bisogno di fare un pezzettino di strada facendosi aiutare. A volte questo avviene all’interno di un confronto con le famiglie, altre volte prendono l’iniziativa da soli. C’è sia da parte dei ragazzi, che dalle famiglie, la richiesta di uno spazio di conforto e consultazione, per non essere soli a gestire questi vissuti”.

Consapevolezza che sembra essere un tratto distintivo degli adolescenti in questa seconda ondata pandemica.
“C’è stato un prima e un dopo anche per loro. Nella prima fase della Pandemia i ragazzi sono apparsi più disorientati, meno capaci di pensare veramente a quanto stava capitando. L’assenza della scuola in un primo momento è stata vissuta con una certa euforia, perché corrispondeva ad una sorta di vacanza” prosegue ancora Anna Le Cause, che gestisce il servizio assieme alla collega Sabrina Bresolin. “Nella seconda fase i ragazzi hanno cominciato a sentire una grande nostalgia della scuola, non solo come spazio di socializzazione, ma anche sul piano degli apprendimenti. In questi ultimi mesi è emersa le difficoltà di alcuni a seguire le lezioni a distanza, mantener l’attenzione davanti allo schermo. Questo gli ha permesso di rivalutare la didattica in presenza, come confronto e scambio. Accanto ad una maggiore consapevolezza, abbiamo registrato però anche un maggiore disorientamento. L’estate ha consegnato loro, e forse a tutti, l’illusione di un ritorno alla normalità, poi come tutte le ricadute, il ritrovarsi di nuovo bloccati non è stato facile, proprio perché vivono un’età di cambiamenti e trasformazione a tutti i livelli, dove sperimentano la prima vera autonomia. La socialità non è solo un momento di svago, di aggregazione, ma è anche costruzione della propria identità. Il fatto di rimanere a casa, non andare a scuola, non incontrare gli amici, interrompere le attività sportive o artistiche, ha avuto come contraltare il ritrovarsi costretti a condividere, nella prima fase spazi famigliari, in un momento in cui il bisogno di privacy e intimità è davvero molto forte.”

La perdita delle routine quotidiane, punti di riferimento, ha aumentato il senso di insicurezza dei ragazzi. La sveglia continuava a suonare alle 8, ma per alcuni significava dover accendere il computer, indossare una felpa che coprisse il pigiama e poi spenta la telecamera, tornare a letto o andare in cucina a fare colazione.
“Connettersi non ha seguito sempre i tempi che la scuola ha scandito, non è stato un connettersi davvero in presenza. Abbiamo registrato la fatica di molti ragazzini ad apparire sullo schermo, che non era solo un volersi imbucare. I ragazzini più timidi, quelli che hanno difficoltà a scuola, le avevano anche a casa. Tenere spente le telecamere, per molti di loro ha significato proteggersi da un’esposizione.”

Il rientro a scuola è stato vissuto dalla stragrande maggioranza dei ragazzi con favore.
“Anche se solo al 50%, tornare in classe ha reso davvero felici questi ragazzi. Stanno riappropriandosi, anche se in maniera graduale di un pezzetto di normalità, ma sono anche  spaventati, disorientati rispetto al dover riprendere un ritmo di studio e di lavoro, di impegno diverso. Il tempo trascorso in DAD, un tentativo di resistenza importante, è evidente che ha avuto e ha tanti limiti. Oggi loro si confrontano con una realtà che è diversa da quella che ricordavano e i pezzi che sono mancati vengono a galla, rischiando di metterli in affanno. L’altro elemento positivo, accanto alla scuola, è stato in questi ultimi giorni la ripresa, seppur parziale, delle attività sportive. Un elemento che ha dato loro un’iniezione di fiducia, un ritorno alla normalità per non parlare poi di quanto è importante l’attività sportiva, sempre, ma soprattutto in questo momento per andare a scaricare un mondo di tensioni e di energie che sono molto bloccate”. 

Al mondo della scuola la dottoressa Le Cause rivolge un appello. “Credo che sia fondamentale, ancor più ora che i ragazzini si riaffacciano alla scuola, potersi sentire ascoltati e accolti, per restituire loro la fiducia sulla possibilità di farcela, di attraversare questo momento di fatica. La restituzione di uno sguardo fiducioso, lo facciamo noi come genitori e operatori, credo che anche la scuola abbia un ruolo altrettanto importante”. 

Una riflessione arriva infine dall’operatrice del Pangolo su adolescenti e social. “C’è stata un’intensificazione massiccia del tempo trascorso davanti allo schermo e come sappiamo, attraverso la cronaca, questo ha dei risvolti che possono essere a volte pesanti. Il Coronavirus è arrivato in un momento storico in cui noi stavamo già facendo i conti con un’emergenza educativa, dove la scuola e la famiglia non hanno più il controllo assoluto dei modelli di identificazione per queste nuove generazioni, dove moltissimo passa da questa sottocultura mass-mediatica. Questo tempo li ha per certi versi legittimati – non che ne avessero bisogno –  a stare dentro questo mondo, che ha un valore importante, non voglio demonizzarlo, con potenzialità straordinarie, ma come tutte le cose va governato, perché sappiamo i rischi della rete e le sue insidie.”
L’invito a fare cultura, a casa e a scuola, attrezzando i ragazzi ad usare questi mezzi in modo sano. “Le domande dobbiamo porcele prima, in fasi evolutive precedenti, per non dover arrivare poi con dei 14enni che non riusciamo più a distanziare da questi mezzi.”.

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