Epidurale durante parto e allattamento, uno studio valdostano sul British Medical Journal

È il Dipartimento materno-infantile dell’Usl il centro pulsante dello studio pubblicato lo scorso 5 marzo dall’autorevole rivista scientifica internazionale.
La presentazione dello studio all'Usl
Società

È il Dipartimento materno-infantile dell’Usl valdostana il centro pulsante dello studio “A priori choice of neuraxial labour analgesia and breastfeeding initiation success: a community-based cohort study in an Italian baby-friendly hospital”, pubblicato lo scorso 5 marzo dall’autorevole rivista scientifica internazionale British Medical Journal Open.

Uno studio di “coorte” – ovvero su una popolazione consecutiva di soggetti coinvolti – realizzato sull’intera comunità valdostana, realizzato da un’équipe multidisciplinare composta da sette anestesisti, cinque pediatri ed una ginecologa: Roberto Giorgio Wetzl, Enrica Delfino, Luca Peano, Daniele Gogna, Yvette Vidi, Francesca Vielmi, Eleonora Bianquin, Serena Cerioli, Maria Enrica Bettinelli, Maria Lorella Giannì, Gabriella Frassy, Elena Boris e Cesare Arioni.

Lo scopo era quello di capire se la decisione di una mamma di ricorrere all’analgesia famarcologica – la cosiddetta “epidurale” – durante il travaglio (sia “a priori”, sia “in corso di travaglio come ultima risorsa”, come spiega l’Oms) potesse essere associata a difficoltà nell’avvio dell’allattamento esclusivo del neonato, in un confronto tra madri che, rispettivamente, “provavano” o “riuscivano” a partorire senza ricorrere all’analgesia.

Un lavoro titanico che ha visto “arruolate” 3mila 628 donne che avevano preso in considerazione l’eventualità di partorire per via naturale. Donne che avevano in grembo un bimbo singolo, in posizione normale (non podalico) e che avevano espresso il desiderio di allattarlo, escludendo chi – per necessità o decisione – avrebbe optato per il parto cesareo.

Tra loro, 775 avevano richiesto e ottenuto l’epidurale, 207 delle quali “a priori” e 568 durante il travaglio. Risultato: la dimostrazione che in un ospedale come quello di Aosta, quindi “Amico del bambino”, la scelta “a priori” dell’analgesia in travaglio riduce il successo dell’avvio dell’allattamento rispetto alle donne che provano a partorire senza richiederla prima.

Al contrario, l’epidurale in corso di travaglio non riduce il successo dell’avvio dell’allattamento rispetto alle donne che riescono a partorire senza analgesia. Una conferma, a conti fatti, che l’analgesia farmacologica in travaglio che l’ospedale di Aosta pratica dal 1988 – una delle prime realtà in Italia a farlo – è sicura.

“Un evento che rende onore a chi lavora e a chi ha lavorato nella nostra azienda – ha spiegato il Commissario Usl Angelo Pescarmona -. In questa piccola Regione +c’è più di un’eccellenza, fatto oggi riconosciuto anche da questa importante pubblicazione che rende l’Azienda orgogliosa”.

La “voce” dell’équipe

Tanti, in conferenza stampa, i protagonisti di questo studio. A partire da uno degli autori, Cesare Arioni: “È una pubblicazione autorevole che certifica una volta di più che il percorso clinico/assistenziale in questa Regione ha una storia antica, fatta di cultura e attenzione a queste tematiche”.

Un lavoro che “distrugge un dogma del passato – spiega invece il Direttore del Dipartimento di Anestesia e Rianimazione Luca Montagnani -, cioè che l’analgesia non ha nessun effetto su l’allattamento al seno. Uno studio di cui fa parte anche chi lavora ancora oggi al Parini e al Beauregard e che porteranno avanti in maniera egregia”.

“Abbiamo avuto risposte importanti in Valle – dice Roberto Giorgio Wetzl – che hanno reso possibile realizzare lavoro molto complicato. Dietro ad un bambino non può che esserci una mamma felice, che ha avuto un’esperienza positiva di parto, come dice l’Organizzazione mondiale della Sanità, e ciò non esclude l’analgesia epidurale durante il travaglio. Omg che non la pensava così nel 1988 quando l’Usl di Aosta ha introdotto, tra i primi, questa pratica, mai considerata ‘panacea’ da offrire a tutte le donne come accade negli Stati Uniti, ad esempio”.

Un lavoro lungo e articolato, come ha spiegato un altro degli autori, Luca Peano: “Oggi facciamo un grande passo avanti per la numerosità del campione calcolato, per dire delle cose vere con un margine di sicurezza quasi sconosciuto a livello scientifico. Per questo studio abbiamo osservato circa 4mila bambini nati tra il 2011 ed il 2015, con 50 variabili ciascuno, per far capire la complessità della ricerca. È una porta aperta per degli studi futuri che vadano verso la sorveglianza, il monitoraggio e l’individuazione delle coppie madri/figli più a rischio, per implementare la raccolta dei dati nel tempo e coinvolgere sempre più le altre figure professionali. Un approccio metodologico esportabile facilmente, anche nella direzione della Medicina preventiva”.

Vuoi rimanere aggiornato sulle ultime novità di Aosta Sera? Iscriviti alla nostra newsletter.

Articoli Correlati

Fai già parte
della community di Aostasera?

oppure scopri come farne parte