Il vino di Cave Monaja, una storia che nasce dalle vigne dismesse

Chul Kyu Andrea Peloso ha presentato il suo "Cru" al Royal&Golf di Courmayeur dopo quattro anni di studio e lavoro sulla collina di Aosta, recuperando vigne dismesse da tempo, nel segno del ricordo.
Società

Un vino non è mai solo il frutto di una vite. Specialmente se alla base di un progetto ci sono la riqualificazione delle vecchie viti e la loro gestione. Non un vino di proprietà, ma un vino del ricordo, un vino che nasce dalla volontà di “ricordare chi nel tempo passato lavorava la terra con amore e passione senza bisogno di certificazioni di qualità”.

Il nuovo Cru Sélection Monaja di Cave Monaja nasce dalla passione di Chul Kyu Andrea Peloso per il vino e per la vite e dalla sua voglia di riportare alla luce vecchi vitigni e vecchie viti che con il tempo erano state abbandonate dai proprietari e questo vino in particolare, Souvenii, è stato presentato giovedì 31 marzo al Grand Hotel Royal&Golf di Courmayeur: “Non possiedo vitigni, io gestisco i vitigni di persone che non li lavorano più – racconta Andrea, enologo e viticoltore -, una delle prime vigne che mi sono state affidate era di proprietà di una signora classe 1921 che purtroppo è mancata da poco, prima che potesse bere il frutto delle sue viti, e per questo ho voluto chiamare questo vino Souvenii, che in patois significa ricordo, il ricordo di chi lavorava la terra con fare e sapere antichi”.

Il vino presentato e prodotto da Andrea è il frutto di quattro anni di intenso lavoro sulle vigne di Aosta, ma soprattutto della ricerca portata avanti dalla sua azienda per ricercare la storia celata dietro a un prodotto e alle vigne dismesse da troppo tempo: la vigna da cui è nato questo Cru è stata presa in gestione nel 2016 e solo nel 2020 ha iniziato a dare i primi frutti con una vendemmia di grande qualità.

La storia di Cave Monaja è un intreccio di destino e di tenacia, oltre che un viaggio alla ricerca di vitigni soli e dismessi. Il nome di chi cura queste viti lascia intendere un altro viaggio, personale, dalla Corea alla Valle d’Aosta in tenera età: “Sono coreano, adottato da famiglia valdostana da molto piccolo. Non ho mai vissuto in Corea e per me essere coreano è solo una consapevolezza. Molte persone mi dicono che nel mio lavorare e nel mio avanzare ho una forma mentale molto ordinata e di stampo asiatico, ma io credo solo che questa sia uno dei lati della mia persona, non penso che una cultura che non ho mai vissuto mi abbia influenzato. Questa passione per le vigne abbandonate è nata per caso e penso che sia anche frutto dell’inconsapevolezza che si ha quando si è giovani – continua Andrea, che ha presentato il suo vino davanti al console generale della Repubblica di Corea Kang Hyung Shik e il vice Kim Tae Woo -, perché se ora mi dicessero di lavorare alcuni vitigni che ho trovato in condizioni disastrose forse ci penserei due volte”.

Eppure, il vino che nasce da questi terreni lasciati a loro stessi ha il carattere della resistenza che si mescola alla durezza della terra di montagna e presenta a pieno il tanto decantato lato eroico dei vini valdostani: “Ho circa 30 piccoli appezzamenti dislocati su otto comuni da Villeneuve a Saint-Denis e lavoro principalmente Petit Rouge, Fumin e Vin de Nus, anche se una caratteristica delle vigne antiche è quella di essere miscellanee quindi spesso mi trovo a trattare anche Cornalin e Premetta“.

L’obiettivo principale di Cave Monaja non è quello di produrre vino e basta, ma di produrre vino che veicoli una storia e che dia voce a chi questo lavoro lo faceva in maniera naturale con dedizione e attenzione e per questo l’azienda è la prima ad aver intrapreso il percorso di sostenibilità ambientale per dotarsi della certificazione Viva rilasciata sulla base dei criteri del Ministero della Transizione ecologica, un riconoscimento in più per valorizzare un patrimonio materiale quanto immateriale da salvare e riportare sotto i riflettori.

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