Mario Vaudano parla di una Valle che non cambia tra “cacciatori invalidi” e “gruppi ‘ndranghetisti”

Mario Vaudano, procuratore capo ad Aosta dall'89 al 94, all'Espace populaire, per parlare di "Autonomia e legalità", dice: "Quando me ne andai, pensai che un ritorno all'illegalità diffusa non sarebbe stato possibile: ero ottimista"
Mario Vaudano, procuratore capo ad Aosta dall'89 al 94
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Ci sono persone che si esprimono con i fatti, altre con le parole. Mario Vaudano, ospite dell’Espace Populaire per una serata, rientra certamente nel primo gruppo: “Non sono qui per fare fuochi d’artificio, ma per capire qualcosa e aiutare a cambiare la mentalità delle persone”. Anche quando racconta del tempo in cui era il terrore dei politici locali, non lascia spazio ai personalismi: “Sono andato via da Aosta nel ’94 proprio perché Mario Vaudano era diventato troppo ingombrante. Il mio dovere l’avevo fatto, creando una struttura come la procura: credo che non conti la persona, ma l’ufficio e il lavoro di squadra, che anche oggi è fatto da persone molto valide”.

Quando arrivò ad Aosta, nel 1989, Vaudano era “procuratore capo di me stesso”, ironizza e iniziò a lavorare in un’aula di corte d’assise dismessa: “Con due uscieri, un cancelliere e tre persone di polizia giudiziaria, abbiamo costruito un sistema che ha portato giustizia in una situazione di illegalità diffusa”. Un sistema di collusione criminale che partiva dal basso. “La prima volta che la giudiziaria mi svegliò di notte, è stato per l’arresto di un cacciatore, alle tre di notte, nel Parco del Gran Paradiso. Io chiesi: ‘Qual è il problema? Fermatelo per caccia di frodo’. Ma non era possibile, perché il cacciatore era invalido al cento per cento: cieco. Così lo fermammo anche per truffa aggravata”.

I ricordi di un sistema “marcio” in Valle sono molti e differenti: dalle casalinghe che andavano a Porta Palazzo, a Torino, a comprare una patente per poter avere i buoni benzina, alla serie di guarigioni da silicosi, “meglio che a Lourdes”, a seguito di controlli medici prima inesistenti. Fino ad arrivare ai risvolti più gravi: il contrabbando di armi da caccia dalla Svizzera, rivendute per anni a gruppi ‘ndranghetisti; alle infiltrazioni di mafia, soprattutto calabresi, tanto che “l’autista del più grande imprenditore valdostano era un Nirta”. “Ormai imprenditori e politici del Nord Italia sono abituati a convivere con i gruppi dell’Ndrangheta, ma i patti con la mafia si pagano sempre”.

La situazione attuale è migliore o il sistema di illegalità diffusa è solo un ricordo? “Sono in contatto con i miei colleghi di Aosta, e posso dire che mi pare non sia cambiato niente. Forse alcune persone sono molto più furbe e hanno cambiato sistema. Forse non ci sono persone ‘spericolate’ come ai miei tempi. Però non è impossibile cambiare mentalità, e gli strumenti ci sono: gli uffici giudiziari di Aosta non hanno arretrati e il rischio di prescrizione è quasi nullo”. Secondo Vaudano, “federalismo e autonomia non sono brutte parole, ma alcune cose non vanno fatte a livello regionale: un sistema di giustizia a livello locale avrebbe conseguenze disastrose, e purtroppo ci sono forze politiche che lo propongono ciclicamente”.

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