“Questo non è uno spettacolo: sarebbe assurdo invitare le persone a vedere uno spettacolo per raccontare che, a qualche chilometro di distanza da dove vivono, sta accadendo qualcosa di disumano. Vogliamo stare insieme e guardarci negli occhi come esseri umani, per chiederci come siamo potuti arrivare a scorrere immagini di persone massacrate e non essere riusciti a fermare questo dolore”. Parole come sassi che hanno colpito nel segno quelle della sceneggiatrice e scenografa palestinese nata a Gaza Mervat Alramli. Parole che insieme alle musiche di Mohammed Abusenjer, sopravvissuto al genocidio e ora studente al conservatorio di Pesaro, e alle fotografie di Ahmad Jarboa, infermiere ancora operante a Gaza, hanno fatto da protagoniste all’evento “Parlami di Gaza”. Ospitata già in diverse città italiane, la mostra itinerante è stata allestita anche ad Aosta grazie ai comitati regionali di Bds, Cgil e Anpi, e si è unita alle tante iniziative artistiche e culturali che, da anni, cercano di colmare il vuoto lasciato da politiche e mezzi di comunicazione troppo spesso indifferenti a quanto accade in Medio Oriente.

A precedere la musica e le letture è stata Deborah Baisotti del comitato Bds Valle d’Aosta, che ha ricordato al pubblico l’iniziativa “Digiuno per Gaza”. “In tutta Italia il personale sanitario si è unito per organizzare un digiuno a staffetta come simbolo di solidarietà al popolo palestinese”, ha spiegato Baisotti, che ha invitato i presenti a partecipare al flashmob di questo giovedì alle 14 davanti all’ingresso dell’Ospedale Parini di Aosta.

Il personale sanitario valdostano si unisce così simbolicamente all’infermiere Ahmad Jarboa, ancora oggi operante in una Gaza distrutta, che ha cercato di raccontare con le sue fotografie esposte nella mostra. Ad accompagnarle sono stati quattro brani scritti da Mervat Alramli, che ha coinvolto il pubblico in un viaggio pieno, prima di tutto, di accuse e di dolore: “Chiedere ai Palestinesi di fare pace con Israele è come chiedere a una donna stuprata di far pace con il suo violentatore: sono passati settantotto anni, sposalo”.

Il racconto di Mervat è stato però anche denso di nostalgia e di memorie d’infanzia. A partire dal ricordo del profumo del pane appena sfornato, che sua nonna si ostinava a cuocere in casa, rifiutandosi di comprarlo nei panifici che iniziavano a diffondersi a Gaza. Il pane ha fatto così da filo rosso in uno dei testi letti da Mervat: è lo stesso pane arabo che sua madre, una volta giunti in Italia negli anni Duemila, ha dovuto riprendere a cuocere in casa per poter continuare a metterlo in tavola. Ma è anche il pane che i Palestinesi hanno ripreso a cuocere nel tabun, il forno tradizionale, dopo che l’occupazione israeliana ha bloccato il gas nella Striscia. “Nonna aveva ragione”, ha confessato Mervat, “nessun progresso può superare la forza della tradizione. Ma la ferocia dei colonizzatori non ha limiti e usa la fame come arma di guerra. Dopo aver visto i Palestinesi arrangiarsi con il tabun, hanno chiuso i valichi vietando l’ingresso di farina e generi alimentari nella Striscia”.

Non meno toccanti sono state le parole del testo scritto da Mohammed Abusenjer, la cui musica suonata sullo strumento arabico oud si è alternata alla lettura dei brani. Il giovane Palestinese, che fino a poco tempo fa studiava informatica all’università e insegnava musica ai bambini di Gaza, è arrivato in Italia come “profugo e immigrato in una città di cui non conoscevo nemmeno l’esistenza”. A dominare i ricordi condivisi da Abusenjer è il suono lancinante dei missili, che intontiscono le sue orecchie fin dall’età di cinque anni. “Di solito un bambino non dimentica il primo giocattolo ricevuto, ma noi bambini di Gaza non dimentichiamo il primo missile ricevuto”.

Molte altre sono state le storie raccontate per dare voce alla Palestina di ieri, di oggi e di domani. Come quella di una madre che ha perso i suoi quattro bambini durante i bombardamenti e che legge le Metamorfosi di Ovidio in una Gaza in macerie. “Quando le ho detto che avrei portato la sua storia in Italia, mi ha confessato che provava vergogna a non averle lette prima. È questo il terrorismo che sta cercando di annientare l’unica democrazia che c’è in Oriente?”.
Diverse sono state anche le dediche dei brani e dei testi a personaggi femminili che hanno segnato la storia della Palestina, o ad amici personali dei protagonisti della serata. Come il migliore amico di Mohammed, bombardato a Gaza a ventidue anni insieme al padre, a cui il musicista ha dedicato un brano che ha scritto per lui in Italia alla notizia della sua morte. “Non siamo qui a parlare della Palestina, siamo qui a promettere che non la dimenticheremo mai, a promettere a Gaza che la costruiremo di nuovo”, ha concluso Mervat. “La terra a chi l’ama, non a chi la distrugge. Palestina libera: a casa, a Gaza, ci verrete a trovare”.
