Quando Don Giuliano Reboulaz arrivò a Champorcher, cinquant’anni fa, alle elementari c’erano più di quaranta bambini. Oggi sono sei. L’asilo ha già chiuso tre anni fa, la scuola primaria chiuderà tra due anni. I numeri, in una valle di montagna, non sono mai solo numeri: sono famiglie che se ne vanno, case che si chiudono, stagioni che non tornano.
Don Giuliano è rimasto. Nato a Saint-Barthélemy il 13 febbraio 1946, Don Giuliano appartiene a una generazione cresciuta nel dopoguerra, quando la vita nei paesi seguiva traiettorie quasi obbligate. Studiare voleva dire spesso andare in seminario o in convitto. Non c’erano molte alternative. Per lui è stato il Seminario, ad Aosta, poi gli studi in Svizzera con i Canonici del Gran San Bernardo e la Teologia a Torino. In seminario erano pochi, pochissimi, segnale di un mondo che stava cambiando.

Prima dell’ordinazione, però, il dubbio. Un dubbio vissuto fino in fondo, tanto da scegliere di fare il servizio militare. È lì, paradossalmente, che è nata la sua scelta di vita. In una caserma punitiva in Carnia, “ai confini”, come dice lui, guardando i suoi coetanei aggrappati a cose futili, capisce che vuole spendere la vita per qualcosa di più profondo. Al ritorno in Valle d’Aosta conclude l’ultimo anno di teologia e viene “ordinato” nel 1975. L’anno dopo diventa parroco di Champorcher, “perché nessuno ci voleva venire”. Un’altra realtà di confine, che Don Giuliano ha saputo trasformare nella sua storia di vita.
Cinquant’anni di messa e cinquant’anni di parrocchia. Ma soprattutto cinquant’anni dentro una comunità che, lentamente, si è svuotata, seguendo i ritmi del “nuovo mondo”.

Ricorda che quando partì per il seminario, a Saint-Barthélemy solo due famiglie avevano l’acqua in casa. Era il “vecchio mondo”, come lo chiama lui, che osserva e racconta il cambiamento senza nostalgia, ma con lucidità disarmante. Non ha Facebook, non ha social, non li vuole. Non per rifiuto della comunicazione, ma per difesa del silenzio: “Forse oggi abbiamo bisogno di meno rumore”.
A Champorcher in cinquant’anni ha visto la valle spopolarsi. Gli alberghi, un tempo nove, sono diventati uno solo, aperto poche settimane all’anno. La sua resistenza non è eroica, è ostinata. “Resisto, non so fino a quando”, dice con semplicità. È già in pensione come insegnante – ha lavorato quasi trent’anni alle superiori di Pont-Saint-Martin – e teoricamente lo sarebbe anche come parroco. “Ma di preti non ce sono più, e finché si può, si resta”.
In mezzo secolo ha conosciuto tutte le famiglie, ha visto crescere bambini che oggi sono nonni.
Nei paesi il parroco lo si cerca soprattutto nel dolore. E lui c’è stato, con discrezione, assorbendo anche la sofferenza degli altri. I momenti felici sono quelli condivisi: battesimi, comunioni, cresime, le processioni ai santuari, i luoghi alti della fede e del paesaggio. Quelli tristi, soprattutto i funerali dei giovani, restano addosso. Ma fanno parte del legame silenzioso con la comunità.
Con ironia si definisce “un parroco molto moderno”: con orgoglio racconta di aver rifatto l’esterno della casa parrocchiale: “È perfetto, mentre l’interno è un disastro. Ma oggi sovente conta l’apparenza”. Scherza e ammette subito che sarebbe meglio il contrario.
Accanto al parroco c’è sempre stato l’allevatore. Figlio di generazioni di allevatori, Don Giuliano ha continuato a seguire gli alpeggi di famiglia nella valle di Saint-Barthélemy. Dopo la morte del fratello, quasi per necessità, prende in mano l’azienda. Le mucche, le “regine”, soprattutto le nere, sono parte della sua identità. Alcune hanno vinto alle battaglie regionali. I nomi li ricorda tutti: Bonbon, Gianduja, Bruto, Cardelin, Alerta. Nomi legati ad un linguaggio che non si insegna ma si eredita.
Oggi l’attività invernale è chiusa, soffocata da norme e complicazioni. L’alpeggio estivo resiste ancora. Non per guadagno, ma per il legame profondo tra la memoria e il cuore. “Saint-Barthélemy è il luogo dove la famiglia ha lavorato per generazioni, dove stanno i ricordi. Non sono ancora pronto a lasciarlo ad altri”, dice semplicemente.
Don Giuliano Reboulaz non ha scelto una vita straordinaria. È un uomo del vecchio mondo che ha attraversato due epoche. Prete e allevatore, custode di una valle che cambia e di una fede che resiste. Un uomo speciale proprio perché non ha mai cercato di esserlo.
di Sandra Bovo
Giornalista dagli anni ’90, con lunga esperienza nella comunicazione e nella gestione di uffici stampa istituzionali e aziendali. Curiosa e pratica, mi piace raccontare quello che conta, cercando la storia dietro i fatti, con metodo e passione.
