Dopo 50 anni la Ferrari torna al World Endurance Championship

Nel prossimo fine settimana si apre il WEC. Come da tradizione, la prima prova è sul circuito di Sebring, in Florida. Esattamente cinquant’anni fa, nel 1973, andò in scena l'ultima apparizione nel Mondiale Endurance con la 312PB. Ed oggi si prepara un nuovo inizio.
La Ferrari 312PB - foto Wikipedia
Gioie e Motori

Nel prossimo fine settimana si apre il World Endurance Championship. Come da tradizione, la prima prova è sul circuito di Sebring, in Florida. Quest’anno il WEC torna agli antichi splendori, come negli anni sessanta e inizio settanta del secolo scorso, vedendo al via una nutrita serie di big: Peugeot, Toyota, Porsche, Cadillac, BMW, Acura e, naturalmente, Ferrari.

Su queste colonne abbiamo illustrato, quando fu presentata, le caratteristiche della 499P, alla quale è affidato un ritorno al futuro. Esattamente cinquant’anni fa, nel 1973, andò in scena l’ultima epica stagione del Mondiale Marche, allora si chiamava così il campionato per sport prototipi. Prevalse la Matra, davanti alla Ferrari vincitrice della 1000 km di Monza e della 1000 km del Nurburgring, con l’equipaggio formato dal belga Jacky Ickx e dal britannico Brian Redman, due assi dell’epoca.

La macchina era la 312PB, che l’anno prima aveva dominato aggiudicandosi dieci gare su undici. La sigla richiamava il numero di litri di cilindrata – 3 – i cilindri – 12 – la P di prototipo e infine la B per il motore Boxer. Evidente la stretta parentela con la 312B, la macchina che disputava il Mondiale di Formula Uno. Il motore, in posizione centrale longitudinale, era lo stesso: volendo essere precisi, non si trattava del Boxer ma di una soluzione a cilindri contrapposti a 180 gradi. I cilindri contrapposti conferivano una migliore tenuta di strada, dato il centro di gravità più basso del propulsore. La potenza si attestava sui 440 cavalli a 10800 giri/minuto, per una velocità massima pari a 320 chilometri orari.

Anche il telaio discendeva dalla sorella della massima formula. Il design era abarchetta”, categoria concettuale ascritta a Gianni Agnelli. In effetti, si trattava di una spider assolutamente senza tettuccio, che ricordava una piccola imbarcazione. Come dicevamo, il 1972 fu trionfale. Ma mancò la perla della 24 Ore di Le Mans, vinta dalla Matra, a cui la Ferrari non partecipò. L’anno successivo, invece, la Casa di Maranello accettò la sfida, nonostante Le Mans richiedesse specifiche del tutto peculiari. Ma Le Mans, allora come oggi, valeva una stagione, se non una carriera.

Quindi, spazio alla 312PB, opportunamente modificata per la maratona della Sarthe, depotenziando il motore per consolidare l’affidabilità e dotando la vettura della “coda lunga”. E la vittoria arrivò veramente ad un passo, negata da episodi sfortunati. Gli equipaggi Merzario-Pace e Ickx-Redman dominarono le qualifiche e i primi andarono subito in testa alla gara. Merzario-Pace conobbero guai al serbatoio; ne raccolsero il testimone al comando Reutemann-Schenken, ma sulla loro 312PB si ruppe una biella nella notte. Toccò a Ickx-Redman la prima posizione e iniziò una battaglia spasmodica con la Matra di Pescarolo-Larrousse, altro equipaggio di grande prestigio. La Ferrari era ancora in testa a un’ora e mezza dal termine quando si ruppe il motore.

Fine dei sogni, la Ferrari dovette accontentarsi della seconda piazza con Merzario-Pace, dietro alla Matra di Pescarolo-Larrousse. E fine dell’avventura delle Rosse tra i prototipi. Oggi, dopo cinquant’anni, un nuovo inizio.

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