Era una storia scritta, quella di Adriano. Non una storia di famiglia, almeno non all’inizio. Piuttosto una chiamata del cuore, qualcosa di «innato e profondamente radicato», come se la montagna lo avesse scelto prima ancora che fosse lui a scegliere di esplorare le terre alte. Adriano Favre, originario di Ayas, una delle figure che hanno attraversato e in parte costruito la storia dell’alpinismo valdostano e himalayano, ha imboccato presto la sua “strada verticale”: «Sono diventato aspirante guida quando avevo 19 anni». E da allora, in più di mezzo secolo, non ha mai davvero smesso di seguire quella traccia.
«È sempre stata una cosa scritta, cioè non avrei mai pensato di fare qualcosa di diverso», racconta. Da bambino era già affascinato «dall’idea della guida, dell’andare in montagna». Attorno non c’era una tradizione diretta da raccogliere: «Non avevo nessuno in famiglia che faceva la guida». Eppure, la direzione che sentiva di dover prendere è sempre stata quella: «Era proprio la cosa che sentivo io di dover fare», dice. E questo senso di necessità interiore ha governato tutto il resto: il mestiere, le responsabilità, le esplorazioni. Tante vite tenute insieme da una sola parola: montagna.
Dentro quella parola, per Favre, è entrato tutto. La guida alpina, certo, ma anche il soccorso, la formazione, la sicurezza, la capacità di leggere il terreno e gli uomini. «Il soccorso ha sempre governato in qualche modo tutta la mia carriera di guida, come penso sia per tutti coloro che intraprendono la professione di guida alpina», spiega. Non è stato un ambito laterale del suo cammino, ma uno dei suoi cardini: per dieci anni è stato direttore del Soccorso alpino valdostano, assumendo una responsabilità che racconta bene la fiducia guadagnata sul campo. E ancora oggi è direttore della formazione a livello nazionale, portando esperienza e metodo anche fuori dai confini italiani, dal Perù al Nepal. Il suo percorso ha seguito una linea netta, senza dispersioni: ogni esperienza, anche la più diversa, ha conservato «un’attinenza con questa origine del mestiere di guida».

Poi c’è la grande quota: l’Himalaya, gli Ottomila, le spedizioni affrontate senza enfasi, con quella fermezza quieta che lo distingue. Ci sono stati il Manaslu, nel 1996 in Nepal, lo Shisha Pangma in Tibet, il Dhaulagiri nel 2001; e poi i tentativi, le spedizioni con Abele Blanc e Marco Camandona, l’Everest ai tempi del progetto di salita in velocità di Bruno Brunod, l’Annapurna, il Cho Oyu. Un atlante verticale attraversato con lo spirito di chi non ha bisogno di esibire nulla. «Più che di avventura, più che di sfida, era un modo per mettersi in gioco, per mettersi alla prova, ma senza velleità particolari», dice. In questa misura si riconosce il suo tratto più autentico: l’intensità senza clamore, la forza senza ostentazione. E soprattutto il senso del limite, che in montagna è spesso la forma più limpida del coraggio: «Ci tenevo molto a tornare sempre».
Ma tra i capitoli che più raccontano il suo modo di vivere la montagna c’è il Trofeo Mezzalama. Adriano ne ha ricostruito l’ossatura tecnica quando la gara è ripartita, a metà anni Novanta, riportando in vita non solo una competizione, ma un pezzo di identità valdostana. «Il primo che abbiamo rifatto è stato quello del 1997, però ci lavoravamo già da un paio d’anni, con quello che allora era il Consorzio turistico del Monte Rosa», ricorda. Da allora il Mezzalama è diventato anche il luogo in cui la sua esperienza ha trovato una forma di regia: meno visibile della vetta, forse, ma altrettanto decisiva. Un lavoro di competenza, responsabilità e visione, portato avanti edizione dopo edizione con la stessa solidità e forza con cui una guida apre una traccia.
Intanto, attorno alla montagna, la vita ha messo radici profonde. Adriano Favre è sempre tornato dalle quote più alte per ritrovare la famiglia e gli affetti più solidi, come se ogni partenza trovasse senso pieno solo nel ritorno. Accanto a lui da anni c’è Lara, compagna di vita e presenza importante anche in uno dei capitoli più significativi del suo percorso, l’organizzazione del Trofeo Mezzalama, condivisa nel tempo come un lavoro di squadra fatto di competenza, fatica e visione. Poi ci sono i figli, Aline, Corinne e Yannick, i nipoti, e una dimensione familiare che si è allargata facendo della casa il contrappeso necessario a una vita trascorsa spesso in quota.
«Ho una famiglia che mi è venuta dietro, anche quando ho preso in gestione il rifugio Quintino Sella, che abbiamo ancora adesso. Ci avviciniamo ai quarant’anni di gestione, l’anno prossimo», racconta. Anche in questo c’è qualcosa che lo definisce bene: la capacità di costruire nel tempo, di trasformare un presidio di montagna in un luogo vissuto, custodito, tramandato.

«Sono proprio autoctono sotto tutti gli aspetti», dice, e in queste parole si sente un altro fondamento del suo carattere: l’appartenenza. Anche se continua a viaggiare, ad accompagnare, a organizzare trekking e spedizioni, il suo ritorno ha sempre un nome preciso: Ayas. È lì che la sua traiettoria si ricompone, lì che il movimento trova misura.
«Sono uno che si muove tanto, anzi sto peggiorando con l’età. Non so se è perché vedo che la coperta sta diventando corta, allora ho sempre voglia di muovermi. Però torno altrettanto volentieri, con un grande piacere: non starei mai via dalla mia valle», dice con quella franchezza semplice che gli appartiene. È il paradosso soltanto apparente di molti uomini di montagna: il desiderio dell’altrove e, insieme, il bisogno profondo del ritorno.
E questa appartenenza si è trasmessa anche ai figli. «Si muovono, vanno, vengono, sono stati all’estero a fare esperienze, però alla fine adesso sono lì e mandano avanti l’attività che abbiamo impostato assieme. Sono ayassin sotto tutti gli aspetti. Per me è una bella soddisfazione: abbiamo fatto delle cose insieme e vedo che poi le stanno tirando avanti». Nelle sue parole non c’è compiacimento, ma il riconoscimento sobrio di chi sa che nulla, nei passaggi tra generazioni, è mai garantito.
«Non è scontato, con i figli tutto può sempre succedere. Per questo mi fa piacere vedere quanto siano legati alla storia della famiglia, anche a ciò che hanno ricevuto in eredità». Anche qui affiora il suo modo di stare nelle cose: senza retorica, ma con gratitudine e consapevolezza.
Dal suo osservatorio speciale di uomo e di tecnico della montagna, Favre guarda con fiducia anche ai più giovani, a una nuova generazione di alpinisti valdostani che giudica «molto bravi, molto preparati», capaci di interpretare il presente senza perdere il rispetto per la montagna.
«Adesso fanno veramente delle belle cose, molto belle. Sono molto forti e questo fa ben sperare che la Valle possa continuare a esprimere ottimi alpinisti, himalayisti anche. E non dimenticano che quando ti misuri con le montagne in un certo modo devi anche saper tenere un profilo adeguato, proprio di testa». È uno sguardo esigente, il suo, ma mai severo per partito preso: riconosce il valore, però continua a misurarlo con il metro più importante, quello della qualità umana.
Se prova a stringere in un’immagine ciò che ancora oggi gli dà più soddisfazione, Favre torna all’essenza del suo mestiere. «Una delle cose che mi fa sempre molto piacere è far conoscere le montagne del mondo a clienti e amici. Mi dà soddisfazione vedere quanto apprezzano quello che gli fai vedere, quello che gli organizzi, quello che prepari per loro».
«Per me questa è ancora l’essenza dell’essere guida alpina. Non faccio più il lavoro tradizionale come una volta, quindi raramente vado ancora in giro con clienti da noi, però continuo a organizzare viaggi, trekking, piccole spedizioni». Anche qui si ritrova il filo continuo del suo percorso: accompagnare, preparare, trasmettere. Più che stare davanti, mettere gli altri nelle condizioni di vedere davvero.
Certe storie nascono da una chiamata personale e finiscono per diventare un’eredità collettiva. Quella di Adriano Favre era cominciata come un destino solitario, senza una tradizione di famiglia a indicargli il sentiero. Oggi, invece, si trasforma in una continuità concreta. Al Mezzalama il passaggio di testimone è già cominciato: la direzione tecnica andrà al nipote Emrik Favre e a François Cazzanelli, «che prenderanno poi il mio posto», dice spiegando di collaborare con loro già da alcune edizioni. «Quindi vado via sereno, tranquillo, perché hanno perfettamente in mano la situazione: sono maturi».
Da un lato il sangue, dall’altro l’appartenenza scelta; in mezzo, quella fraternità severa e generosa che unisce le guide alpine. Così il testimone passa, ma la linea resta la stessa: quella tracciata da un uomo di montagna saldo e affabile, franco nei modi e forte nella sostanza, che ha saputo fare della quota non soltanto un mestiere, ma una forma piena di vita.
