Egidio Marchese e la tenacia di accompagnare i sogni, come una stone sul ghiaccio

Dalle recenti Paralimpiadi di Milano-Cortina al progetto della nuova palestra alla Salle de Gymnastique di Aosta, passando per quella della Disval in corso Lancieri, Egidio Marchese racconta la sua vita, dalla Calabria alla Valle.
Egidio Marchese Papa
Ritratti

A Milano-Cortina, alla sua terza Paralimpiade, Egidio Marchese è arrivato ad un passo dal sogno. Era lo skip della squadra azzurra di curling in carrozzina, quello che legge il ghiaccio, immagina la traiettoria, si assume la responsabilità dell’ultimo sguardo e dell’ultima decisione. Al suo fianco, come vice, c’era un altro valdostano, Fabrizio Bich. Tra loro, più che un’intesa tecnica, c’è empatia, amicizia, rispetto. Marchese e la sua squadra si sono fermati lì: “Siamo arrivati a un passo dal sogno” dice, ricordando lo spareggio con la Corea per accedere alle semifinali delle Paralimpiadi. E dentro quella frase ci sono la personalità e il cuore di Egidio: la lucidità dell’atleta, la misura dell’uomo, la capacità di dare un nome esatto alle cose senza indulgere né nell’enfasi, né nella delusione.

Per raccontare quel confine, Marchese sceglie le parole di chi riesce a dare la giusta misura alla competizione sportiva e ai risultati, senza trasformarli in una dura sentenza. “Alla squadra italiana è mancato un centimetro. Ma pochi giorni prima abbiamo vinto noi per quasi un centimetro. Una volta ti va bene, un’altra ti va male”. È tutto qui, in fondo, il curling: una partita a scacchi giocata sul ghiaccio, dove la traiettoria giusta si misura in millimetri e la differenza tra gioia e amarezza si consuma nello spazio di un soffio. Contro la Corea, l’Italia si è fermata sul 6 a 5 e ha visto sfumare la semifinale. Ma Marchese non racconta quel momento come una caduta. Ne parla con rispetto, con precisione, quasi con gratitudine.

Dietro a quel sogno quasi raggiunto c’è una vita intera di allenamenti, trasferte e ostinazione. Da agosto, ogni fine settimana voleva dire partire per Pinerolo, dove la squadra si allenava, perché in Valle d’Aosta una struttura davvero disponibile per il curling in carrozzina ancora non c’è. “La pista di Courmayeur sarebbe perfetta, ma non siamo mai riusciti ad allenarci lì” osserva. Il problema, più che tecnico, sembra una questione di possibilità non colte.

Così, negli anni che hanno portato alle Paralimpiadi, la preparazione è passata per autostrade, alberghi, aeroporti, valigie, carrozzine da caricare e scaricare, energie da amministrare. In cinque anni, la squadra ha preso più di cento voli tra Canada, Cina, Corea e Stati Uniti. È il rovescio meno visibile delle medaglie inseguite: quello fatto di fatica logistica, di duro impegno e di resistenza quotidiana. Eppure, Egidio lo racconta senza pesantezza, quasi come se anche questo facesse parte del gioco.

Egidio Marchese squadra
La squadra azzurra di Wheelchair curling, capitanata da Egidio Marchese.

Lui, del resto, con il curling ha una storia che precede perfino la notorietà di questo sport. Ha cominciato nel 1999 e, insieme ad Andrea Tabanelli, è stato tra i primi in Italia a lanciare una stone da atleta con disabilità. Una frase che, detta così, sembra piccola. In realtà contiene un pezzo di storia sportiva. Da quei primi allenamenti è nato un movimento che è cresciuto fino a strutturarsi in un campionato nazionale, e che in Valle d’Aosta aveva persino portato alla nascita di tre squadre. Oggi, quando parla del ritiro, nelle sue parole non c’è soltanto il congedo da una carriera lunga quasi trent’anni. C’è anche la preoccupazione di non disperdere quello che si è costruito: “La cosa più brutta sarebbe lasciare i ragazzi a casa”. Perché per lui il punto non è mai stato solo giocare. Il punto è sempre stato creare una possibilità.

Forse è per questo che, ascoltandolo mentre racconta, si capisce subito che il curling per lui non è soltanto uno sport. È un modo di stare al mondo: “C’è la tecnica, la strategia, il tiro da immaginare prima ancora di eseguirlo. È come una partita a scacchi – spiega – ma anche un po’ come il biliardo, perché devi pensare agli angoli, alla forza, a dove vuoi far finire la stone”. E quella stone, nel suo racconto, sembra quasi avere un carattere: un blocco di granito da 19 chili e 600 grammi, che arriva dall’isola scozzese di Ailsa Craig e che sul ghiaccio non perdona approssimazioni. Bisogna accompagnarla, intuirla, lasciarla andare con precisione.

Ma più ancora della componente tattica, Egidio vuole sottolineare anche l’accessibilità di questo sport fino ad alcuni anni fa quasi sconosciuto: “Nel curling in carrozzina non servono ausili speciali, non servono adattamenti impossibili: si entra in pista con la propria carrozzina, ci si protegge dal freddo e si gioca”. È uno sport che può accogliere, aprire, rimettere in movimento. Marchese ricorda ancora l’esperienza di Marco Munari, il primo che ha lanciato con il piede, aiutato soltanto nella preparazione del gesto. È un’immagine che gli è rimasta dentro, forse perché traccia meglio di qualsiasi slogan cosa significhi davvero inclusione: trovare il modo di esprimersi e non fermarsi al limite.

La tenacia con cui Marchese racconta la sua avventura sportiva assomiglia molto alla tenacia con cui ha attraversato la sua vita. È nato a Sorbo, una frazione di Acri (una frazione di 500 parenti dice scherzando), in Calabria, ed è arrivato in Valle d’Aosta all’inizio degli anni Novanta per lavorare nei cantieri, dopo avere fatto prima il cameriere tra Sirmione e il Trentino. Qui ha messo radici, ha costruito la sua famiglia, ha trovato la sua casa.

Egidio Marchese paralimpiadi
Egidio Marchese alle Paralimpiadi.

Poi, il 10 gennaio 1997, un incidente stradale ha cambiato tutto. Egidio aveva 28 anni. Rottura dell’aorta, la corsa alle Molinette di Torino, l’intervento d’urgenza e una sopravvivenza che lui stesso racconta come quasi impensabile. Dopo è venuto il tempo della riabilitazione, della verità da accettare, della scoperta che non avrebbe più camminato. “All’inizio è dura, durissima”. Ma nel suo racconto quel momento non diventa mai il centro definitivo della storia. È uno spartiacque, semmai. Da una parte la vita di prima. Dall’altra una vita nuova, da reinventare.

In quella reinvenzione c’è molto della sua famiglia, a partire dalla moglie Doriana. Nel tempo sono arrivati il matrimonio, due figli, Samuel e Luca, il lavoro al CUP dell’azienda sanitaria locale della Valle d’Aosta, una casa a Sarre e una quotidianità ricostruita giorno per giorno. “A volte mi dimentico perfino della mia disabilità” dice. E non è una battuta. È il modo più netto che ha per raccontare che una persona non coincide mai del tutto con ciò che le è accaduto, ma è la somma di tutto quello che è riuscita a raccogliere e a costruire. In questo percorso c’è stato anche il ruolo dell’Associazione Valdostana Paraplegici, che gli ha dato strumenti pratici, esempi, punti di riferimento. Un aiuto concreto, ma soprattutto una collettività di cui far parte. E Marchese, con il passare degli anni, quel senso di comunità attiva, solidale e inclusiva ha provato a restituirla agli altri.

Da qui nasce anche il suo impegno associativo, che nel tempo si è intrecciato sempre di più con la DISVAL. Per Egidio, tuttavia, lo sport non è una solo una terapia, è anche una forma di libertà concreta. “Bisogna mettere le persone nelle condizioni di scegliere” ripete. Scegliere se uscire di casa, se allenarsi, se stare con gli altri, se mettersi alla prova. Dietro questa idea c’è la concretizzazione di una inclusione che non si proclama, ma si costruisce. Con spazi accessibili, attrezzature adeguate, persone competenti, occasioni reali. È anche per questo che, nel suo racconto, il confine tra atleta e dirigente, tra esperienza personale e impegno sociale, quasi non esiste. Tutto rimanda alla stessa ostinata volontà di vedere e aprire possibilità dove troppo spesso si vedono soltanto ostacoli.

Lo si capisce bene anche ascoltandolo parlare della palestra inclusiva della DISVAL di corso Lanceri ad Aosta, oggi frequentata da centinaia di persone con disabilità certificata ma aperta a tutti. La definisce “una forma di ‘inclusione al contrario’: non uno spazio pensato per i normodotati e poi adattato, ma un luogo nato a partire dalla disabilità e diventato, proprio per questo, più accogliente per tutti”.

Egidio Marchese partita
Una partita di wheelchair curling alle Paralimpiadi.

È un’idea che dice molto del suo sguardo sul mondo. Non si tratta di aggiungere qualcuno in un sistema già fatto. Si tratta di immaginare il sistema in modo diverso fin dall’inizio. Un progetto quello della palestra DISVAL che gli è valso nel 2021 il conferimento dell’onorificenza di Ufficiale da parte del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Un momento che si è trasformato in una delle tante foto che custodisce con affetto sul cellulare, assieme a quella con Papa Leone XIV, scattata ad aprile quando il Pontefice ha ricevuto gli atleti paralimpici.

Oggi Egidio lavora ad un altro progetto, se possibile più importante: una nuova palestra alla Salle de gymnastique di Aosta, uno spazio ancora più stabile e più completo. Per lui un altro modo per lasciare qualcosa anche dopo il ritiro dal curling. Un altro sogno quello di Egidio che forse somiglia ancora a un lancio: bisogna studiare la traiettoria, dosare la forza, immaginare il punto esatto in cui si vuole arrivare, poi trovare il coraggio di lasciare andare. Solo che questa volta Egidio non vuole fermarsi a un centimetro. Questa volta vuole arrivare fino in fondo. Vuole vincerlo, quel sogno. Non su una pista gelata, ma dentro uno spazio reale, fatto attrezzi, ingressi accessibili, persone da accogliere.

Ha il volto della nuova palestra alla Salle de gymnastique di Aosta, che porta anche una promessa, fatta ad Andrea Tabanelli, compagno di squadra a Vancouver nel 2010 e amico, morto nell’ottobre del 2020. Uno degli atleti con cui questa avventura era cominciata. Egidio non ne parla quindi come di un progetto qualsiasi. Ne parla come si raccontano le cose che contano davvero, quelle a cui non ci si può sottrarre. “Farò di tutto perché diventi realtà” dice. Come una stone lanciata bene, anche i sogni più importanti necessitano di precisione, pazienza, fiducia e un po’ di fortuna. Ma soprattutto chiedono di essere accompagnati fino in fondo.

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