Il ritratto di Federico Longhi, quando il canto si fa radici e appartenenza

Per il baritono valdostano dalla carriera trentennale, nonostante i lunghi periodi trascorsi tra Francoforte, Tokyo, Shanghai, Granada o Nizza, il punto di riferimento resta sempre lo stesso. "Casa mia è sempre Montjovet. Il mio rientro è sempre lì".
Federico Longhi
Ritratti

“Rigoletto è un ruolo che mi dà tanto”. Federico Longhi non ha dubbi quando gli si chiede quale personaggio senta più vicino. C’è il dramma, c’è la disperazione, ma soprattutto c’è l’amore assoluto di un padre per una figlia. “È un ruolo molto complesso, molto lungo, nel quale musicalmente e teatralmente puoi dare tantissimo. Devi scavare tanto“. Per il baritono valdostano, nato e cresciuto a Montjovet, è il personaggio che più di ogni altro continua a metterlo alla prova e a restituirgli emozioni.

Federico Longhi
Federico Longhi

La storia artistica di Longhi prende forma all’inizio degli anni Novanta. Dopo gli inizi al Conservatorio di Aosta, un incontro cambia il corso delle cose. È quello con Giuseppe Valdengo, il grande baritono e grande maestro di Saint-Vincent che aveva cantato con Arturo Toscanini e che per generazioni di artisti è stato un riferimento assoluto. Nel 1991 Longhi inizia a studiare con lui.

Nel 1993 arriva il primo importante riconoscimento, con la vittoria del concorso di Ostra, nelle Marche, nella sezione giovani. Due anni dopo, nel 1995, conquista il concorso dedicato a Giulietta Simionato e debutta al Teatro Sociale di Biella nel ruolo di Figaro del Barbiere di Siviglia. È il primo vero passo di una carriera che festeggia i trent’anni. “Il mio primo ruolo è stato nel 1995 e il 2025 segna proprio i miei trent’anni di carriera”.

Federico Longhi
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Nel 1997 frequenta l’Accademia Toscanini e l’anno successivo incontra Katia Ricciarelli. È una svolta decisiva. La celebre soprano lo prende sotto la sua ala, lo coinvolge in concerti e produzioni e lo introduce nel mondo dei grandi teatri. “Mi prese sotto la sua ala e lì iniziai a lavorare in teatro, a fare concerti con lei, a entrare in un giro molto importante“. Da allora le collaborazioni si moltiplicano e il percorso diventa sempre più internazionale.

Federico Longhi
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Oggi Longhi divide il suo tempo tra produzioni operistiche, tournée e insegnamento. Da circa quindici anni affianca alla carriera artistica quella di vocal coach, invitato da conservatori, accademie e istituzioni musicali in Italia e all’estero. Un impegno che trova una delle sue espressioni più sentite proprio in Valle d’Aosta, attraverso la masterclass ospitata al castello di Gressan e rivolta a giovani talenti provenienti da diverse parti del mondo.

Eppure, nonostante i lunghi periodi trascorsi tra Francoforte, Tokyo, Shanghai, Granada o Nizza, il punto di riferimento resta sempre lo stesso. “Casa mia è sempre Montjovet. Vivo le città, vivo il mondo, ma il mio rientro è sempre lì”.

La casa dove vive è la stessa costruita dai genitori accanto alla chiesa e alla scuola del paese. È lì che è cresciuto ed è lì che continua a tornare tra un viaggio e l’altro. A sei anni iniziava a cantare nella cantoria parrocchiale. “Quando gli impegni me lo permettono, torno a dare il mio contributo durante le celebrazioni. È la mia cantoria, dove ho iniziato a sei anni e dove torno sempre a cantare”.

Quel legame profondo con la sua terra ha ricevuto anche un riconoscimento ufficiale con la nomina a Chevalier de l’Autonomie. Un’onorificenza che lo ha toccato particolarmente proprio per la motivazione che l’accompagnava. “Mi ero proprio emozionato quando me l’hanno letta, perché era legata al mio paese e alla mia comunità“.

Federico Longhi
Federico Longhi

Il rapporto con Montjovet, però, non si esaurisce nell’affetto o nei ricordi. Longhi continua a vivere il suo paese, gli amici di sempre, la parrocchia e anche l’impegno pubblico, oggi come consigliere comunale e presidente della commissione cultura. “Ho sempre tenuto un grande legame con tutti. Per me Montjovet non è un paese dormitorio”.

Federico Longhi
Federico Longhi

Forse è anche per questo che Rigoletto continua a parlargli così profondamente. “Anni fa – racconta -, dopo una rappresentazione a Nizza, un uomo mi attese all’uscita degli artisti. Aveva perso una figlia. Mi disse che vedendo in scena quel padre consumato dal dolore, aveva rivissuto una parte della sua storia“. Un incontro che Longhi non ha mai dimenticato perché, come ama ripetere ai suoi allievi, l’opera non è soltanto tecnica o vocalità. “Noi non stiamo solo cantando – dice -. Stiamo recitando e stiamo raccontando una storia, pezzi di vita“.

E allora il cerchio si chiude proprio lì, in quel Rigoletto che sente ancora così vicino. Un personaggio che parla di affetti, radici e appartenenza. Le stesse radici che hanno portato Federico Longhi sui palcoscenici del mondo senza mai allontanarlo davvero dalla sua comunità che, dopo trent’anni di carriera internazionale, continua a essere il suo posto nel mondo.

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