Un, due, tre stella! di Osservatorio Astronomico della Valle d'Aosta |

Ultima modifica: 27 Febbraio 2020 15:43

Sirio, la stella sfavillante

Nus - Il cielo invernale ci regala tanti motivi per osservarlo, sia a occhio nudo da casa nostra (lampioni permettendo!), sia con i telescopi dell’Osservatorio astronomico della Regione autonoma Valle d’Aosta messi a disposizione dei partecipanti alle visite guidate a Saint-Barthélemy, con l’attenta supervisione dei ricercatori e degli operatori del nostro centro di ricerca e cultura scientifica.

Il colore cangiante di Sirio è dovuto alla rifrazione atmosferica. L’immagine presenta una sequenza di diverse riprese della stella, realizzate in rapida successione con un tempo di esposizione di 1/320 di secondo. Credit: Amanda Cross https://earthsky.org/todays-image/photo-sirius-in-many-colorsIl colore cangiante di Sirio dovuto alla rifrazione atmosferica - Credit: Amanda Cross

Avevamo dedicato la prima puntata di questa rubrica a Betelgeuse, la stella supergigante rossa che negli ultimi mesi ha attratto l’attenzione di astronomi e appassionati per il suo brusco e per certi versi inatteso calo di luminosità. Il sospetto, per qualcuno l’auspicio, era che potesse essere sul punto di esplodere. Sarebbe stato un privilegio unico assistere a un simile, memorabile botto cosmico. Usiamo il condizionale perché proprio a fine febbraio Betelgeuse ha invertito l’andamento, cominciando un lento, ma finora costante aumento della propria luminosità. Che cosa sia successo non è ancora ben compreso, ma la probabilità che possiamo essere testimoni del raro evento di una stella che esplode nella nostra galassia, di per sé già bassa, diventa ancora più piccola ogni notte che passa.

Il cielo invernale ci regala comunque tanti motivi per osservarlo, sia a occhio nudo da casa nostra (lampioni permettendo!), sia con i telescopi dell’Osservatorio astronomico della Regione autonoma Valle d’Aosta messi a disposizione dei partecipanti alle visite guidate a Saint-Barthélemy, con l’attenta supervisione dei ricercatori e degli operatori del nostro centro di ricerca e cultura scientifica.
Proprio in questa stagione, infatti, sono visibili alcune tra le costellazioni più famose, come Orione (cui appartiene la già citata Betelgeuse), il Toro, l’Auriga, i Gemelli, il Cane Maggiore e il Cane Minore, ricche di stelle bellissime.

Tra tutte, nel Cane Maggiore spicca Sirio, la stella più brillante tra le circa 6-7.000 stelle che possiamo vedere a occhio nudo nel cielo notturno. Effettivamente Sirio è più calda del nostro Sole, con una temperatura degli strati più esterni della stella attorno a 10.000 °C che conferisce all’astro la sua colorazione tipicamente bianco-azzurrina. Inoltre, misurando quanto ci appare luminosa e la sua distanza, pari a 8,6 anni luce, possiamo calcolare che Sirio emette circa 25 volte più luce del Sole, il che implica che possegga un diametro di quasi 2 milioni e mezzo di km (il nostro Sole è ‘appena’ 1 milione 400 mila km).
Questo naturalmente non significa che Sirio sia realmente la stella più luminosa tra le stelle che vediamo in cielo a occhio nudo. La brillantezza che vediamo di una stella dipende da quanta energia emette nello spazio, ma anche da quanta di questa energia arriva quaggiù sulla Terra. E non bisogna essere esperti per capire che più è lontana, meno luce ci arriva. Tante stelle delle costellazioni appena ricordate emettono molta più energia di Sirio, ma sono anche molto più distanti, mentre Sirio è piuttosto vicina, in termini astronomici. Basti pensare, in Orione, oltre alla già citata Betelgeuse, anche a Rigel (120 mila volte più luminosa del Sole, ma distante 860 anni luce, cioè cento volte più di Sirio) e Alnilam (circa mezzo milione di volte più luminosa del Sole, ma distante 1.500 anni luce, cioè circa 175 volte la distanza di Sirio).
Sirio, insomma, è prima nella classifica di brillantezza delle stelle perché la combinazione di luminosità e distanza favorisce il suo splendore, dal nostro punto di vista terrestre. Attenzione, non abbiamo affatto a che fare con una stella mediocre: si tratta della stella intrinsecamente più luminosa nel circondario del Sole, entro una dozzina di anni luce. Quando è bassa sull’orizzonte, la sua luce attraversa uno strato assai spesso dell’atmosfera terrestre. A causa della turbolenza dell’aria, i raggi di Sirio sono rifratti ogni istante in modo diverso, provocando un effetto simile a quello dell’arcobaleno della luce solare. Per questo, all’oculare dei telescopi della Terrazza Didattica dell’Osservatorio Astronomico a Saint-Barthélemy, la stella sembra brillare con una varietà di sfumature colorate, sempre cangianti, come un Arlecchino astrale che festeggia il Carnevale.


Va specificato che Sirio è una stella doppia, ovvero un sistema di due stelle gravitazionalmente legate tra loro. La luce che vediamo però arriva esclusivamente dalla componente principale, chiamata Sirio A. Infatti la componente secondaria, Sirio B, è una nana bianca, molto meno luminosa e decisamente più piccola: le sue dimensioni sono paragonabili addirittura a quelle della Terra! Le nane bianche sono una categoria talmente speciale di stelle da meritare, in futuro, un articolo a sé.
Grazie alla sua brillantezza, Sirio ha giocato un ruolo di primo piano nel corso della storia e delle culture umane. Essendo la stella principale della costellazione del Cane Maggiore, uno dei cani che accompagnavano Orione a caccia secondo la mitologia greca, è detta anche “Stella del Cane”. In epoca greca si pensava che Sirio, quando era in cielo insieme al Sole (fenomeno che allora capitava nella tarda primavera, mentre oggi avviene in piena estate), potesse portare la siccità, come se i suoi raggi, aggiungendosi a quelli del Sole, ne rinforzassero il calore. In effetti il nome Sirio deriva dal greco “seirios” che potremmo tradurre come “sfavillante”, “splendente”, ma anche “bruciante”. Questa concezione fu ripresa dai Romani, che chiamavano “canicola” i giorni più caldi dell’anno proprio per sottolineare questa presunta influenza della Stella del Cane. L’espressione “canicola”, divenuta parte della lingua italiana, è diffusa ancora ai nostri giorni, due millenni dopo i Romani, anche se ultimamente è caduta un po’ in disuso.

Abbiamo utilizzato il termine influenza non a caso. Oggi è di stringente attualità nella sua accezione medica, a causa del famigerato Coronavirus COVID-19. Ma perché adoperiamo la parola “influenza” per indicare una malattia? Il termine venne coniato quando in passato si riteneva che le stelle determinassero gli eventi stagionali, come Sirio con la “canicola”, e la vita delle persone, dai successi in amore alla salute. Ecco quindi che le malattie erano causate dagli astri e dalla loro “influenza”.
A scanso di equivoci, specifichiamo che le stelle nulla c’entrano con il rischio pandemia. Spesso ci viene comodo imputare ad altro certi avvenimenti, come se fossero ineluttabili. In questo modo possiamo evitare di assumerci le nostre responsabilità, contribuendo con la nostra inazione a far sì che quegli avvenimenti continuino a ripetersi. Al contrario, spetta a noi darci da fare per modificare lo stato delle cose, per esempio, nell’emergenza sanitaria che stiamo vivendo, assumendo comportamenti virtuosi e bilanciati, senza farci prendere dal panico e muovendoci con ragionevolezza. Come recita un noto adagio, le stelle stanno a guardare. Noi, invece, possiamo agire.

L’articolo è stato realizzato in collaborazione con l’Associazione L’Officina del Planetario che gestisce il Civico Planetario “Ulrico Hoepli” di Milano (lofficina.eu).

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