La Lamborghini “Miura” compie domani sessant’anni. Si può essere appassionati per Ferrari, Maserati, o più prosaicamente e modestamente per Fiat, Alfa Romeo o Lancia, ma in questo caso la fazione deve lasciare spazio all’arte sublime.
Giù il cappello per un’automobile che – e la distanza temporale ormai più che considerevole lo acclara – ha rotto ogni schema che appariva consolidato e indeformabile, creando una soluzione di continuità tra un prima e un dopo.
Il palcoscenico è il Salone dell’Automobile di Ginevra del 1966. La “Miura” sconcerta, stupisce, abbacina con le sue linee e le sue caratteristiche tecniche. È un colpo di fulmine, un arcobaleno, un azzardo. Non l’avevano vista arrivare.
Neanche, ritengo, lo stesso Ferruccio Lamborghini che aveva affidato a Gian Paolo Dallara, Giotto Bizzarrini e Paolo Stanzani un progetto presentato al Salone di Torino del 1965, qualche mese prima. Era un telaio, denominato “TP400”, fornito di motore e sospensioni della precedente “400 GT”.
La scintilla scatta quando Nuccio Bertone evidentemente anticipa nella sua mente una carrozzeria e sa a chi assegnare il compito. È un giovanissimo Marcello Gandini che traccia un design fuori dallo spazio e dal tempo: le ciglia ai proiettori a scomparsa, le griglie incastonate nel cofano anteriore, il lunotto posteriore a lamelle nere, un look affascinante e non occorre ricercarne un motivo, è affascinante e basta.
I visitatori del Salone di Ginevra restano a bocca aperta. Soluzioni estetiche e tecniche, convenzioni, certezze: tutto invecchiato, tutto ribaltato, oserei dire divelto, dall’arrivo della “Miura”. Che si rivela anche un successo di vendite. Ferruccio Lamborghini pensava di venderne una cinquantina di esemplari, un dato da prodotto artigianale, di nicchia. Invece quel capolavoro stregherà il mercato del lusso sportivo con 763 unità costruite.
Il motore della “Miura” era un dodici cilindri da 3.9 litri che nell’ultima evoluzione contava su una potenza di 385 cavalli, per una velocità massima che sfiorava i trecento chilometri orari. Già il telaio “TP400” presentava un motore posizionato centralmente e trasversalmente, soluzione innovativa per un’epoca ancora affezionata e fedele tecnicamente, almeno per le sportive, al propulsore anteriore.
Celebre, a questo proposito, la frase di Enzo Ferrari: i cavalli trainano il carro. Lamborghini decise di dedicarsi, oltre ai trattori, alle auto Gran Turismo, proprio dopo un diverbio con il Grande Vecchio: a Ferruccio che lamentava la rumorosità e la fragilità della frizione delle Rosse che aveva acquistato nel tempo, Ferrari replicò che era Lamborghini a non sapere guidare. Senza quello screzio tra due persone sanguigne, forse la “Miura” non sarebbe nata. Ci saremmo persi un gioiello prezioso e intramontabile.
