80 anni di Vespa, da intuizione del dopoguerra a icona popolare

Un successo derivato dalle intuizioni figlie del secondo dopoguerra quando la necessità aguzzava l’ingegno.
Vespa Piaggio
Gioie e Motori

La “Vespa” compie ottant’anni (data di nascita 23 aprile 1946), una bella età che induce a ricordi e celebrazioni. Anche perché lo scooter vive un’eterna giovinezza, a differenza della sua rivale storica, la “Lambretta”. Un successo derivato dalle intuizioni figlie del secondo dopoguerra quando la necessità aguzzava l’ingegno.

Il suo progettista, Corradino d’Ascanio, stravedeva per i voli e quindi prese a modello, dagli aerei, per le sospensioni i carrelli e per il cambio a manubrio il quadro comandi. Anche le ruote, piccole e pingui avevano a che fare con i velivoli. Un successo – cui contribuiva anche il prezzo costoso ma senza esagerare – divenuto molto presto fenomeno di costume.

Noi adolescenti più o meno spensierati degli anni settanta non avevamo visto “Vacanze romane” e quindi non conoscevamo la celebre scena delle star di Hollywood, Audrey Hepburn che portava a spasso per Roma Gregory Peck, inizio della “Dolce Vita”, e neanche il manifesto pubblicitario con quel “Vespizzatevi”, che aprì la strada ad altri fortunati neologismi. Ma la “Vespa”, in compenso, la conoscevamo benissimo, e occupava le nostre menti e soprattutto le nostre aspirazioni.

Chi poteva averla e chi no, causa genitori meno abbienti o più ansiosi, che non si capacitavano di come quell’engin potesse stare in equilibrio. La “50 Special” era notevole, ma per noi sedicenni, che già da ben due anni – ben due anni! – avevamo scavallato i fatidici quattordici che ci consentivano di condurre un motociclo, si trattava di cosa da bambini, noi proiettati verso il mondo adulto.

Il nostro interesse era per la “125 Primavera”. Che linea, che fascino. Non parlavamo d’altro, tanto che sbucavano da un inconscio ancora un poco grezzo battute ilari e banali. Antonello Venditti aveva scritto “Sara” e noi reinterpretavamo la strofa immaginando questa “Sara” che alla vista di uno scooter esclamava: “che bella Vespa 50” e “Antonello” che deluso replicava “svegliati è Primavera”.

Ogni tanto, nei déhors assolati delle estati d’antan si materializzavano dei Guru da bar che, forti dei loro quindici anni in più, strologavano e, a loro dire, sdottoravano su un unico argomento, la “Vespa”. Noi stavamo ad ascoltarli, in un misto di divertimento e rispetto, allora sentivamo parecchio il motto oggi fortunatamente confinato nella sua vetustà, “l’anzianità fa grado”. Ne ricordo uno, calvo, che si presentava a bordo della “Primavera” e, senza assolutamente scendere dall’amata, teneva un’improvvisata lezione sulla livrea.

Bianca doveva essere e portare su una fiancata la scritta nera “Collins”, come si usava a Milano, la Metropoli. Noi non sapevamo perché e non osavamo domandarlo per non sembrare provinciali e sbarbatelli, quali peraltro indubitabilmente eravamo. Ma dopo alcune di queste lezioni, ci eravamo convinti che neppure lui lo sapesse, nonostante il tono da viveur. Poi uscì la “200”, che a noi di angusta provincia pareva un mostro di solidità con cui si poteva andare ovunque, ovunque spaziasse la fantasia. Un coetaneo dall’aria sognante affermava: “con quella si va persino a Mosca”. E chissà quanti altri terranno gelosamente in sé storie dolci, audaci, temerarie, mirabolanti.

 

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