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Habita Aosta – Foto di Simone Mombelli
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“In un contesto storico che alza muri, noi costruiamo ponti”. Ieri, 21 marzo, al teatro Plus, una tavola rotonda dal titolo “Ecologia della convivenza – Comunità e fedi diverse per abitare insieme la città” ha offerto ai cittadini la possibilità di mettere in atto un’arte fragile, lentamente sgretolata dalle violenze contemporanee: la comunicazione. Un appuntamento che rientra nel progetto Habita Aosta, con la finalità di creare uno spazio di incontro sulle tematiche della convivenza, del dialogo e dello stare insieme all’interno della città.
Di fronte a un pubblico vasto e diversificato, i partecipanti, con voci e storie differenti, ma soprattutto attraverso un linguaggio semplice e accessibile a tutti, hanno condiviso esperienze di vita quotidiana relative all’integrazione culturale, focalizzandosi in particolar modo sulla nostra regione, in quanto anche una realtà locale contribuisce a formare un contesto più ampio.
Ogni frase pronunciata portava con sé autenticità e volontà di entrare a far parte di una comunità, senza il bisogno di abbandonare le proprie diversità, una parola spesso percepita in chiave negativa, nonostante siano proprio le differenze a permettere all’uomo di costruire una società ricca e non omologata.

Ma cosa significa “integrazione”?
Integrare significa “interscambiarsi i panni” e riuscire ad andare al di là dei confini invisibili tracciati sulle carte, riconoscere che l’unica classificazione a cui apparteniamo è quella di essere tutti umani, con abitudini e sfaccettature che ci contraddistinguono gli uni dagli altri.
Padre Gian Paolo Guagliotta, del Centro missionario diocesano, ecumenismo e dialogo interreligioso, ha proposto una riflessione sul fondamentalismo: “La chiarezza della propria identità è fondamentale, ma deve essere sempre distante dall’estremizzazione della propria fede come unica verità”.
Un passaggio che aiuta a comprendere l’importanza di non crogiolarsi nelle proprie certezze e di aprire la mente verso un mondo composto da miliardi di persone.
Integrare, infatti, non è solo riconoscere l’esistenza di altre realtà, come ha spiegato Milena Martinat, pastora della Chiesa valdese: “L’inclusione avverrà solo quando il nostro sguardo smetterà di cadere unicamente sulle differenze”. Martinat ha inoltre condiviso una sua esperienza personale, sottolineando le sfide affrontate per essere oggi una delle rare donne pastore in Italia.

Inclusione: cosa manca e come agire?
Oltre al dibattito, i partecipanti hanno sottolineato l’importanza di costruire l’integrazione ogni giorno con gesti concreti. Secondo diversi punti di vista, l’inclusione sociale è cresciuta molto negli ultimi anni, ma restano comunque difficoltà nell’esprimere i propri culti, spesso poco riconosciuti.
Alin Neagu, pope della Diocesi ortodossa romena d’Italia, e Maria Pia Macrì, della comunità bahá’í, hanno espresso posizioni simili, affermando che “riconoscere un culto significa anche permettere ai suoi fedeli di essere liberi di praticarlo in strutture adeguate”.
A confermarlo è stato anche il vicepresidente della Lega islamica in Valle d’Aosta, Luca Osman Coletti: “Nonostante i miglioramenti, la totale inclusione è ancora un sogno lontano”.
I mediatori culturali Ouadie Dkhissi e Ranzie Mensah hanno chiuso il dibattito con un messaggio forte: “Tutti possiamo essere mediatori culturali nelle nostre azioni quotidiane”.
Non si tratta soltanto di professioni o ruoli istituzionali, ma di piccoli gesti quotidiani di apertura.
L’evento ha portato con sé l’obiettivo di far comprendere che l’integrazione non è solo un concetto astratto, ma un percorso fatto di ascolto, condivisione e gesti concreti: i primi passi per costruire un ponte comunitario.
Proprio per questo, ha sottolineato Marco Gheller, assessore alle Politiche sociali, “l’obiettivo è trasformare queste occasioni in appuntamenti fissi annuali, momenti di riflessione aperti a tutti”.
di Zoe Gandelli













































