Addio a Piero Fusaro, l’ex presidente Ferrari dal culto del lavoro silenzioso e defilato

Il culto del lavoro silenzioso e defilato, quasi evitando la ribalta. Alla maniera sabauda, insomma. Questa l’immagine che Piero Fusaro, recentemente scomparso alla soglia degli ottantanove anni, lascia di sé, dopo una vita professionale lunga e intensa.
Piero Fusaro
Gioie e Motori

L’etica del lavoro. Anzi, il culto del lavoro silenzioso e defilato, quasi evitando la ribalta. Alla maniera sabauda, insomma. Questa l’immagine che Piero Fusaro, recentemente scomparso alla soglia degli ottantanove anni, lascia di sé, a conclusione di una vita professionale lunga e intensa.

Fusaro si laurea in ingegneria elettrotecnica al Politecnico di Torino e nel 1963 viene assunto in Fiat. La carriera si sviluppa rapidamente e le sue qualità destano l’interesse di Enzo Ferrari, che nel 1975 gli affida la direzione generale. Fusaro e Ferrari trovano un feeling apparentemente curioso, troppo diversi, i due, per carattere e mentalità.

Solo apparentemente, però, perché li accomunava proprio il predetto culto del lavoro, la serietà prima di tutto. Tanta è la stima del Drake che, alla sua morte alla vigilia del ferragosto 1988, la successione si palesa come un fatto naturale. La presidenza del Cavallino è centrale nella storia di Fusaro.

Da una parte la scomoda e pesante eredità di un Mito, dall’altra un periodo non propriamente felice per la Scuderia. Zero vittorie nel 1986, due l’anno successivo, una nel 1988, a Monza, neanche un mese dalla morte di Ferrari, propiziata anche dai guai occorsi alle McLaren di Senna e Prost, per l’intera stagione imbattibili.

Le prime gioie per Fusaro giungono nel 1989 con Nigel Mansell che si aggiudica i Gran Premi del Brasile e dell’Ungheria e con Gerhard Berger che vince in Portogallo. Intanto, approda a Maranello Cesare Fiorio come Team Principal. Una diarchia disomogenea. Metodo versus lucidissima inventiva.

Difficilmente poteva funzionare e non funzionò. Una vicenda su tutte: il mancato arrivo di Ayrton Senna alla corte della Rossa. Fiumi di inchiostro si sono sparsi, chiamando in causa anche i massimi vertici, dall’avvocato Agnelli a Cesare Romiti.

Dissidi veri o presunti, versioni contrastanti, alimentate dall’aura sacrale del Cavallino. L’accordo già raggiunto, che svapora per non destabilizzare la squadra costruita su Alain Prost investito del ruolo di prima guida. Polemiche che si trascinano per decenni, con protagonisti e storyteller ognuno convinto della propria verità.

Non se ne fa nulla e Piero Fusaro lascia la Ferrari, passando il testimone a Luca di Montezemolo. Nel mezzo, il Mondiale sfiorato, accarezzato, da Prost nel 1990. Il francese vince cinque Gran Premi, a Interlagos, Città del Messico, Le Castellet, Silverstone e Jerez de la Frontera. Fino al notissimo epilogo di Suzuka, con l’incidente tra Senna e Prost che consegna l’iride al brasiliano. Ancora un discusso secondo atto tra i due rivali dopo analogo scontro l’anno precedente.

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