Lucia Pellissier, ostetrica da 52 anni: “Una scelta del cuore”

Da 52 anni Lucia Pellissier accompagna nascite e madri in Valle d’Aosta. Il ritratto di un’ostetrica che ha fatto della cura una missione.
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Ritratti

Da 52 anni Lucia Pellissier fa l’ostetrica. Lo dice con la naturalezza di chi misura il tempo non in calendari, ma in nascite: turni di notte, corse in reparto, mani che sostengono e parole che rassicurano. “Una scelta del cuore”, sintetizza, tornando con la memoria all’inizio di una professione che ha vissuto come una missione.

A indicarle la strada, racconta, è stata l’immagine – oggi quasi scomparsa – dell’ostetrica “condotta”, figura di riferimento nei piccoli centri di montagna. “Una volta nei paesi come quello dove sono cresciuta c’erano tre persone che erano per tutti un riferimento: il medico condotto, il prete e l’ostetrica condotta. Allora non c’era ancora la figura del ginecologo e l’ostetrica condotta seguiva le donne nella gravidanza e durante il parto. È proprio dai racconti dell’ostetrica di Fénis che mi ha colpito scoprire cosa accadesse nella nascita di un bambino. E così ho deciso cosa avrei voluto fare”.

Nel 1970 Lucia parte per Novara e si iscrive alla Scuola di specializzazione. È un salto grande, non solo geografico. “Vivevo all’interno dell’ospedale. C’erano soltanto 4 posti ma io sono riuscita a ottenerne uno”, ricorda. Un percorso severo, quasi “da caserma”, ma di una qualità che – dice – ti insegnava a gestire la gravidanza e il parto a tutto tondo, con tirocini intensivi in sala parto. Al primo anno sono in 25. Arrivano alla fine in 7. Tra loro c’è anche lei.

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Lucia Pellissier

Il primo luglio 1974 inizia a lavorare come ostetrica alla maternità di Aosta. Da lì, passo dopo passo, diventa Coordinatrice: un ruolo che per lei significa tenere insieme competenze, organizzazione e – soprattutto – il clima di reparto, perché “la qualità si fa anche nel modo in cui si lavora insieme”.

Per quarant’anni, inoltre, è stata presidente dell’Ordine regionale delle ostetriche: un impegno lungo quanto una carriera, per dare voce alla professione e difenderne il ruolo dentro un sistema sanitario in continuo cambiamento.

Nei primi anni di formazione a Novara, racconta di aver assistito 3.800 donne al parto. E se prova a fare un conto di tutta la vita lavorativa, il numero diventa inevitabilmente “qualche migliaio” di bambini fatti nascere: una cifra che non sta in una statistica, ma nelle strade, nelle famiglie, nei volti che la salutano.

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Lucia Pellissier

A chi l’ha conosciuta in reparto resta impresso quel miscuglio particolare: la dolcezza dello sguardo e la severità del sorriso. Un rigore che non era durezza, ma responsabilità. Lo sapevano bene le ostetriche che ha diretto e coordinato fino al 2011 all’ospedale di Aosta: lo hanno voluto mettere nero su bianco quando è andata in pensione, con una lettera pubblicata su un giornale locale. Lucia la conserva ancora e la mostra con emozione: uno dei momenti più belli del suo percorso.

La tua passione per il lavoro è sempre stata molto contagiosa – scrivevano – hai sempre creduto nella forza e nella potenza delle donne che hai incontrato. E questa fiducia l’hai trasmessa a noi con inesauribile energia”, hanno scritto. E ancora: “È stata di grande insegnamento la tua voglia di metterti costantemente in gioco, portando sempre avanti nuovi progetti e innovazioni con la passione e l’amore che ti contraddistinguono”.

In ospedale, Lucia si è data obiettivi concreti, uno dopo l’altro: l’attivazione di procedure allora innovative come lo screening per il tumore dell’utero; il servizio gratuito di Pap test su chiamata; i corsi di accompagnamento alla nascita; l’apertura di un ambulatorio dedicato alle donne gravide all’interno dell’ospedale.

E oggi, quando parla di ostetricia, la sua voce torna immediatamente al centro: alle donne. Alla loro paura e al loro coraggio, al bisogno di essere ascoltate senza giudizio. È lì che si riconosce Lucia Pellissier: nella vitalità con cui continua a immaginare servizi migliori e nella fermezza con cui difende, ancora, la competenza ostetrica come presenza costante accanto alle madri.

Forse anche per questo, quando parla di cambiamento, Lucia non lo fa per modo di dire. Nella sua storia familiare c’è una radice forte che nasce dalla nonna materna, classe 1919, staffetta partigiana conosciuta come Vittoria, e poi dal padre, Giuseppe, deportato in Germania in un campo di concentramento. “Mi hanno trasmesso qualcosa – dice – mi hanno insegnato che se qualcosa può cambiare, bisogna provarci”.

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È stato quindi naturale, per lei, impegnarsi anche politicamente: dal 2005 al 2010 è stata consigliera comunale ad Aosta per l’Union Valdôtaine. Poi il contributo alla nascita del progetto Uvp e, in tempi più recenti, l’ingresso in Valle d’Aosta Futura, inizialmente nato come movimento di dibattito culturale. Un’altra forma, in fondo, dello stesso gesto: affrontare ciò che va affrontato.

C’è una frase che Lucia ama ripetere: “Non tutto quello che viene affrontato può cambiare, ma niente può essere cambiato finché non lo affrontiamo”. È il pensiero che, racconta, ha tenuto insieme il suo modo di lavorare e la sua filosofia di vita: vedere i problemi, chiamarli per nome e poi mettersi in cammino impegnandosi per risolverli.

Oggi, infatti, Lucia continua a fare l’ostetrica. Assiste le donne che scelgono il parto a domicilio, ma visita anche le più anziane – soprattutto nei paesi lontani dai centri di assistenza. A chiamarla, spesso, sono le figlie di quelle donne che lei ha aiutato a partorire; a volte sono già le nipoti. “È una sorta di continuità familiare”, dice: un filo che attraversa generazioni e che, in una regione di comunità piccole e memoria lunga, diventa quasi un patto silenzioso.

E quando è andata in pensione, invece di fermarsi, ha scelto di spostare ancora una volta lo sguardo più in là: ha fatto volontariato nel Terzo Mondo, portando le sue competenze dove l’assistenza alla maternità è spesso una questione di risorse minime e di diritti essenziali. Un modo diverso – ma coerente – di continuare la stessa missione.

Tra i parti che ricorda, uno è recentissimo. “È avvenuto nel parcheggio di un supermercato, sui sedili posteriori della macchina. Una donna che seguivo in gravidanza è entrata in travaglio e mi ha chiamata. Non siamo riusciti ad arrivare in ospedale. Il bimbo voleva nascere in fretta: ci siamo fermati nel parcheggio più vicino”. Lei, intanto, fa ciò che ha sempre fatto: si prepara. “Porto sempre con me gli strumenti portatili necessari, guanti sterili e tutto quanto può servire per assistere una donna a dare la vita al proprio bambino”.

E poi c’è il “parto con la camicia”, che racconta ancora con grande emozione: a Moron ha assistito una donna che ha partorito un bambino ancora avvolto nel sacco amniotico. “Uno spettacolo”, dice e, per un attimo, nel suo sguardo torna la ragazza che, ascoltando l’ostetrica condotta di Fénis, aveva capito la magia di quel confine tra la vita e il mondo, che lei voleva imparare ad attraversare.

Fuori dal lavoro, il suo respiro è sempre stato la montagna: la passione per lo sci, per i sentieri, per quell’aria che “rimette a posto i pensieri”. E c’è una gioia che racconta senza il minimo pudore, perché è la più semplice: Lucia ha avuto una figlia, Enrica, e due nipotini che adora. Bianca ha 16 anni e Marco 13. Ma soprattutto – lo dice ridendo – adora fare la nonna.

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È qui che affiora anche la sua visione, netta ma non nostalgica. “Dobbiamo certamente essere grati alla moderna ostetricia che risparmia alle donne e ai neonati inutili sofferenze”, premette. Eppure, aggiunge, l’approccio meccanicistico della medicina occidentale rischia talvolta di ignorare – o peggio calpestare – i bisogni più autentici e naturali di madri e bambini. “Far nascere un bambino non si limita a spingere, tirare, incidere e afferrare. È una soglia fondamentale nello sviluppo umano e, come viene varcata, può avere conseguenze importanti per il resto della vita”.

Il punto, per lei, non è rinunciare ai progressi, ma rimettere al centro il senso della relazione di cura: “Non è necessario rinunciare alle grandiose conquiste della ricerca medica per rispettare il sapere tradizionale, risultato dell’esperienza millenaria. Possiamo accoglierli entrambi”, insiste. E allora la domanda diventa inevitabile: chi decide e con quali modalità il tipo di parto? “Le donne devono informarsi correttamente, affinché diventino sempre più consapevoli della scelta del loro parto. Questo può fare la differenza per loro stesse e per le donne che dovranno ancora partorire”.

“Un servizio a disposizione di chi non poteva permettersi di sottoporsi a visite a pagamento durante la gravidanza e che, a differenza di quanto avviene nei consultori, poteva avere già un primo contatto con l’ospedale e con il personale della struttura che si sarebbe poi occupato del parto”, spiega. È rimasto aperto per 13 anni. Poi, un dettaglio che ancora oggi la punge: “Ha chiuso un mese dopo il mio pensionamento”.

Non è un rimpianto sterile, il suo: è piuttosto il segno di un’idea di sanità che per Lucia resta semplice e radicale, fatta di accesso, continuità e accompagnamento. La riapertura di quell’ambulatorio è un progetto che non ha ancora abbandonato e non vuole abbandonare. Perché, in fondo, la nascita – in ospedale come a domicilio – ha sempre bisogno della stessa cosa: qualcuno che ci creda, fino in fondo, e che aiuti le donne a scegliere con consapevolezza.

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