Ci sono vite che non avanzano per scarti improvvisi, ma per continuità naturali. Paolo Ferrero, classe 1945, anestesista e rianimatore, appartiene a questa categoria: uomini che non cercano il protagonismo, ma che finiscono per lasciare un segno profondo. La sua storia professionale non è mai stata separata da quella privata: le due linee hanno sempre camminato insieme, senza forzature, come se una alimentasse l’altra.
Nato a Belluno, cresciuto tra trasferimenti familiari e radici mobili, arriva ad Aosta da adolescente seguendo il padre, direttore sanitario dell’Inam. «Io non sono mai riuscito ad avere le amicizie dell’infanzia. Le ho sempre rifatte. L’unica radice vera è stata Aosta».
Studia al liceo classico, poi Medicina tra Torino e Milano. Nel 1971 si laurea e, pochi mesi dopo, entra in rianimazione agli Ospedali Riuniti di Bergamo. «Mi dissero: abbiamo bisogno di anestesisti. Io non sapevo neanche cosa fossero». È l’inizio di una strada che non aveva previsto, ma che affronta con la sua arma più naturale: la curiosità. Una curiosità vivace, quasi infantile, che lo porta a interrogarsi, a cercare soluzioni, a non accontentarsi mai. E, insieme, una vena ironica che alleggerisce anche i ricordi più duri.
A Bergamo vive gli anni pionieristici dei trapianti: cuore nei bambini, rene negli adulti. «Fare l’anestesia sui trapianti non era per me. Ho avuto una proposta ad Aosta e sono rientrato in Valle d’Aosta». Nel 1977 torna quindi nella città che sente casa ed entra come assistente al Centro di rianimazione dell’Ospedale regionale.
In rianimazione osserva, studia, si interroga: «Come riuscire ad accorciare i tempi di intervento in un territorio come quello valdostano? La risposta sta in ciò che può fare chi arriva per primo sul luogo dell’evento». Da lì nasce il suo impegno nell’emergenza territoriale, il lavoro con volontari, infermieri, soccorritori e amministratori. Nel 1991 riceve l’incarico di organizzare la fase propedeutica del numero unico per l’emergenza 118, un passaggio decisivo per la Valle d’Aosta. Costruisce reti, forma persone, introduce procedure e porta la regione dentro un sistema moderno e coordinato.
«Io ho sempre cercato di valorizzare le persone», dice, ponendo l’accento su parole e valori come pragmatismo, rispetto e capacità di vedere il potenziale negli altri. Il 118 viene inaugurato in Valle d’Aosta nel 1996, insieme alla riorganizzazione dei servizi sanitari, coinvolgendo a pieno titolo le associazioni di volontariato nel sistema del soccorso territoriale. Per Paolo è un traguardo importante.

Nel frattempo, la sua vita professionale scorre accanto a quella familiare. Ne fanno parte le figlie Giuliana, che dal padre ha ereditato la passione per l’impegno civile e il confronto politico e sociale, e Claudia, che ha scelto la strada della sanità e lavora come medico a Firenze, oltre ai nipotini Rebecca, Matteo e Matilde.
Due percorsi differenti, accomunati da ciò che hanno respirato in casa: dedizione, curiosità e senso della comunità. Un senso della comunità che Paolo ha voluto trasformare anche in impegno politico, prima come consigliere comunale ad Aosta e poi a Sarre.
Negli ultimi anni, la vita gli ha imposto una pausa brusca. Il 15 dicembre 2023 una sciatalgia particolarmente severa lo immobilizza. «Mi sembrava di essere in mezzo al fuoco. In cinque minuti ho perso la mia autonomia».
Seguono mesi difficili, segnati dal dolore, dai farmaci e dalla paura, ma anche da un nuovo modo di guardarsi dentro. «Quando c’è qualcosa che non va è colpa di Paolino. Ce l’abbiamo tutti un Paolino». È il bambino che siamo stati, spiega, quello che va riconosciuto e accudito. Anche in questo caso, l’ironia diventa una risorsa: Paolino si trasforma in un compagno di viaggio, non in un peso.

Accanto a lui c’è Maria Teresa, compagna di vita e per anni infermiera in rianimazione. «Se non c’era lei, non so». Una presenza solida e quotidiana che ha attraversato con lui il periodo più difficile e la successiva ripresa.
Oggi Paolo Ferrero vive ad Arpuilles, tra prati e luce. Il passo si è fatto più lento, ma continua a leggere senza occhiali e conserva poesie, documenti, testimonianze e ritagli che raccontano una vita intera. È curioso, divertente, capace di passare da un ricordo tecnico a una poesia veneta, da un aneddoto di corsia a una riflessione filosofica sul tempo.
Ha lasciato la presidenza della Federazione, ma non il legame con quel mondo. Ancora oggi organizza incontri con coloro che hanno condiviso con lui quella che definisce la “filosofia dell’emergenza”, costruita su una convinzione semplice: «Siamo piccoli, siamo isolati. Bisogna unirsi». Un’intuizione essenziale che rappresenta forse la sua eredità più concreta.
Paolo, nonostante racconti e si racconti volentieri, non ama le definizioni e non cerca riconoscimenti. Eppure la Valle d’Aosta gli deve molto: un sistema di emergenza moderno, una cultura del soccorso diffusa e una generazione di volontari e operatori formati con rigore e rispetto. Tutto costruito senza clamore, con la naturalezza di chi fa semplicemente ciò che ritiene giusto fare.
