Martedì scorso Michèle Mouton ha compiuto settantacinque anni, essendo nata a Grasse il 23 giugno 1951. Fa un certo effetto, come si addice a tutte le icone senza tempo, per chi la ricorda giovane, carina e veemente sulle strade infide e rischiose dei rally degli anni settanta e ottanta, alla guida di autentici mostri, stupendi e pericolosi.
Grasse, perla della Provenza, la patria dei profumi. Ai quali la ragazzina Michèle preferisce un altro aroma, quello delle corse. Il padre intuisce presto il talento della figliola, che scorrazza con una vecchia “Deux Chevaux” già a quattordici anni, quando normalmente i coetanei stanno tentando il timido approccio con il “cinquantino”. E quindi le acquista una Alpine – Renault “A110”, dandole un anno per sfondare.
Siamo nel 1973. Il tempo concesso viene bruciato. È Campionessa Francese Femminile per due anni di fila, 1973 e 1974. Potrebbe essere un punto di arrivo, da gestire con tranquillità. Ma la pasta è un’altra. Follia: partecipare alla “24 Ore di Le Mans”, gara massacrante che affronta con due colleghe. Risultato? Manco a dirlo, vittoria tra le Dame.
Passa qualche anno e Michèle traccia la sua leggenda. Campionato Mondiale 1981, Rally di “Sanremo”. Successo, senza discussioni, con alle note Fabrizia Pons, a bordo di uno dei mostri cui si accennava, la Audi “Quattro”: la macchina stupisce, scompagina, rivoluziona, con la trazione integrale e trecento cavalli di potenza. È la prima donna ad imporsi in una prova del Mondiale e, per allora, tanta gloria pareva impensabile. Perché, parliamoci chiaro, il pianeta – rally si riteneva convintamente appannaggio esclusivo dei piloti uomini: un mondo maschile, azzarderei maschilista.
Michèle sfonda il tetto di cristallo, come si dice oggi. Altro punto di arrivo, di appagamento? Manco per idea, la aspetta la sua stagione migliore. Anno 1982. Mouton vince in Portogallo, Grecia e Brasile. Il titolo iridato è a un passo. Nessuno, neanche il fan più ottimista, per non parlare degli addetti ai lavori, avrebbe potuto immaginare uno scenario del genere, soltanto qualche stagione prima.
La gara decisiva è il “Costa d’Avorio”. La raggiunge una telefonata straziante: suo padre è mancato. Distrutta, decide di correre, lui così avrebbe voluto, ne è certa. Un guaio alla trasmissione fa il resto. Il Mondiale va a Walter Röhrl, ma la piazza d’onore è sua e l’onore mai come in questa occasione appare il termine più adatto a sintetizzare il cammino della piccola grande Michèle, mai spaurita al confronto con i “draghi”, e sempre pronta alla sfida.
Ma non è finita, l’appetito non solo non si placa, ma si alimenta al pensiero di un’altra impresa. La “Pike’s Peak”, la terribile corsa in salita che si disputa in Colorado. Qualcuno la vede come una passerella obbligata per celebrare una brava ragazza. E invece. Vittoria e record, concorrenza annichilita. Michèle Mouton smette quando scompaiono le “Gruppo B”, che si portano via un suo caro amico, Henri Toivonen. Ma la passione resta intatta e fa acquisire a Michèle una nuova veste: dal 2009 è Presidente della Commissione Donne della Federazione Internazionale dell’Automobile.


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