A Torino la mostra “I Nemici del Drake. Enzo Ferrari e le scuderie inglesi”

Agli “assemblatori” di oltremanica è dedicata una splendida mostra aperta fino all’undici ottobre all’interno del Museo dell’Automobile di Torino. È il trionfo di una scuola che ha espresso – la rassegna copre il periodo 1958/1988 – marchi e vetture leggendarie.
Mostra i Nemici del Drake
Gioie e Motori

Enzo Ferrari li definiva sprezzantemente “garagisti” e “assemblatori”. Loro replicavano piccati chiamandolo “Drake”, freddo e cinico come il corsaro Francis Drake. Assemblatori in quanto realtà artigianali che utilizzavano componenti di fattura esterna, su tutti il formidabile, adattabile e robusto motore “Ford Cosworth”.

Agli “assemblatori” di oltremanica è dedicata una splendida mostra aperta fino all’undici ottobre all’interno del Museo dell’Automobile di Torino. È il trionfo di una scuola che ha espresso – la rassegna copre il periodo 1958/1988 – marchi e vetture leggendarie.

Riferirò solo di alcune, tra le tante esposte, per motivi di spazio. Si parte con la Cooper Coventry Climax con cui Jack Brabham vince il Mondiale 1959. È la prima monoposto iridata a motore posteriore e fu proprio questo successo a convincere Ferrari della bontà della soluzione: fino ad allora, il Grande Vecchio era rimasto fermo nella sua convinzione per cui i cavalli dovevano stare davanti alla carrozza, così diceva.

Poi le Lotus, con la “72”, nella livrea nero – oro della John Player Special, la macchina del primo titolo di Emerson Fittipaldi. La Brabham “BT24” vince il Mondiale 1968 con Denny Hulme: viene proposta non nel classico “verdone” britannico, ma nella originale colorazione biancorossa, dopo la cessione al pilota svizzero Silvio Moser.

La “BT45” segna il ritorno dell’Alfa Romeo come motorista. La McLaren recita una parte da protagonista. La “M23” è una macchina vincente. I ricordi sono legati a duelli con la Ferrari, e non sono ricordi piacevoli. Due i Mondiali conquistati. Il primo con Emerson Fittipaldi, dopo un testa a testa con Clay Regazzoni, che si decide al Gran Premio degli Stati Uniti a Watkins Glen, all’insegna di una gara stregata per l’ardimentoso pilota ticinese.

Il secondo, due anni dopo, con l’estemporaneo James Hunt, segnato dal discusso ritiro – in realtà un atto di coraggio – di Niki Lauda nel diluvio del Giappone, dopo il rogo del Nürburgring in cui rischiò la vita. E non poteva mancare la “MP4/5”, vincitrice nel 1989, anno del ritorno agli aspirati, con Alain Prost. La Tyrrell è presente con la “005” del 1973, nel segno del terzo titolo iridato di Jackie Stewart.

Siamo negli anni ottanta. La Williams “FW07” si aggiudica il Mondiale con Alan Jones. Molto interessante lo stand dedicato all’epica March. La “761” regala l’ultima gioia alla Casa, con Ronnie Peterson, lo svedese ritenuto a ragione il pilota più veloce del lotto, che vince il Gran Premio d’Italia a Monza: la colorazione dell’esemplare è arancione e accompagnò la vittoria di Vittorio Brambilla a Zeltweg 1975 sotto la pioggia battente.

La “701” sembra una piccola astronave, con le alette laterali contenenti i serbatoi e l’ampio alettone anteriore. Vince il Gran Premio di Spagna con Jackie Stewart: la livrea è giallorossa, con essa debutta in Formula Uno proprio Peterson. March “2 – 4 – 0” è la singolare “sei ruote” di cui quattro motrici posteriori, che resterà allo stadio di prototipo.

Un omaggio al “Drake” sono tre Ferrari. Omaggio fino ad un certo punto. La “F1 89”, era progettata da John Barnard, una sorta di capitolazione rispetto alla scuola inglese.

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