A processo per il “buco” da 636mila euro, assolto aostano

Il 50enne Gioacchino Cacciatore, per la Procura, aveva partecipato a distrazioni del patrimonio dell’“Alma”, società fallita nel luglio 2013. I giudici hanno però pronunciato assoluzione “per non aver commesso il fatto”.
Il tribunale di Aosta
Cronaca

Era finito a processo, accusato di bancarotta fraudolenta, a seguito del fallimento nel luglio 2013 della società valdostana “Alma”, nata a fine anni duemila ed attiva nel campo della carpenteria metallica. Per la Procura, il passivo da oltre 636mila euro fatto registrare dalla ditta, era frutto di distrazioni dalle casse dell’azienda, cui accusava di aver preso parte il 50enne aostano Gioacchino Cacciatore, ex componente del Consiglio d’amministrazione dell’azienda. Al termine dell’udienza conclusiva, nel primo pomeriggio di oggi, mercoledì 21 novembre, il Tribunale in composizione collegiale ha però assolto l’imputato “per non aver commesso il fatto”.

Per l’accusa, rappresentata dal pm Luca Ceccanti, che aveva chiesto al collegio giudicante (presidente Anna Bonfilio, giudici a latere Paolo De Paola e Giuseppe De Filippo) di condannare Cacciatore a due anni di carcere, il fatto che si trattasse di “distrazioni del patrimonio societario” era legato all’assenza di pezze giustificative per il passivo, dal 2011 in avanti. In particolare, secondo la Procura, poco più di 13mila euro erano stati prelevati con assegni, ricondotti – dalle indagini svolte dalla Guardia di finanza – direttamente all’imputato. Per altri 225mila euro di prelievi contestati, gli inquirenti avevano ricostruito la modalità (sempre assegni), ma non il “percorso” del denaro.

Nell’arringa, la difesa di Cacciatore, l’avvocato Simone Rosazza Giangros di Vercelli, ha puntato sul ruolo non attivo del suo assistito nell’ambito della società e sul fatto che i libri contabili esistessero in formato digitale, su un computer “bloccato” però da una password, non recuperata. Proprio su quest’ultimo aspetto, in una precedente udienza, si era acceso lo scontro tra il pm Ceccanti e l’ex ad di “Alma”, chiamato a testimoniare. “Nell’aprile 2014 era stato interrogato, – aveva “sbottato” il sostituto procuratore – non ha detto niente del computer e quattro anni dopo viene a raccontarci questa storia?”. Un interrogativo caduto, almeno per il primo grado di giudizio, con la sentenza di oggi.

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