Visite dentistiche abusive, assoluzione per i quattro imputati

Il Gup Paladino non accoglie le prospettazioni d’accusa per le persone a giudizio nel processo sul “Centro dentistico e odontoiatrico valdostano snc” di Saint-Christophe e le ha assolte “perché il fatto non sussiste”.
Cronaca

Nessuna associazione a delinquere, né esercizio abusivo della professione odontoiatrica. Il processo di primo grado nato dalle indagini sull’attività, tra il 2013 e il 2019, del “Centro dentistico e odontoiatrico valdostano snc” di Saint-Christophe è finito oggi, venerdì 11 giugno, con l’assoluzione dei quattro imputati “perché il fatto non sussiste”. La sentenza è stata letta dal Gup Davide Paladino quando erano passate le 13.

Gli imputati e le udienze

A giudizio c’erano i due comproprietari della struttura, Silvio Gasparella (59 anni) e suo figlio Mattia Gasparella (36), il direttore sanitario del centro all’epoca dei fatti Gian Enrico Aguzzi (66) e la moglie del titolare Laura Padoin (61), che lavorava nella struttura quale assistente alla poltrona. Nella scorsa udienza, il 19 maggio, il pm Luca Ceccanti aveva invocato 3 anni di carcere per ognuno dei primi tre e 2 anni per la donna.

Il processo, svoltosi con rito abbreviato, era ripreso stamane con le repliche dell’accusa, di una delle parti civili (l’Ordine dei Medici e degli Odontoiatri della Valle d’Aosta, l’Associazione italiana odontoiatri e l’Associazione nazionale dentisti italiani, rappresentate dai legali Ascanio Donadio e Paolo Sammaritani) e del difensore degli imputati, l’avvocato Stefano Moniotto.

L’ipotesi d’accusa

La tesi inquirente era che i quattro coinvolti avessero organizzato un’associazione a delinquere finalizzata all’esercizio abusivo della professione odontoiatrica e concorso nello stesso. In particolare, stando alle investigazioni della Guardia di finanza, il direttore sanitario sottoscriveva la documentazione relativa a prestazioni mediche di cui si assumeva la paternità, mentre a svolgerle, in realtà, erano i due Gasparella, che non ne avevano però i titoli. A Padoin, invece, veniva contestato di aver operato a fianco dei familiari, pur sapendoli non abilitati.

La linea difensiva

Nel chiedere l’assoluzione dei suoi assistiti, il difensore ha puntato sia sull’inconsistenza dell’ipotesi dell’associazione a delinquere (su oltre 100 clienti sentiti nelle indagini, è stata la spiegazione, non più di 21 avrebbero segnalato elementi finiti nelle contestazioni ed è difficile immaginare un’organizzazione operante “ad intermittenza”), sia sul mancato esame delle cartelle cliniche dei casi “dubbi”, fatto che avrebbe permesso di collocare sotto una luce ben diversa le dichiarazioni dei clienti.

Sempre per il difensore, che ha anche prodotto documentazione e una memoria, le testimonianze degli altri medici sentiti sono state poco tenute in considerazione, impedendo di capire l’esatta organizzazione dello studio. Al riguardo, quanto ai timbri di Aguzzi che comparivano sulle fatture, l’avvocato li ha ricondotti ad un valore esclusivamente legato al riconoscere quale medico avesse svolto quella prestazione, tanto che la dicitura da lui apposta comparirebbe solo in tre casi su tutti quelli presi in esame.

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