Cronaca di Christian Diémoz |

Ultima modifica: 6 Giugno 2018 18:11

Cocaina a chili tra Italia e Olanda: dal Tribunale di Aosta condanne per oltre 60 anni di carcere

Aosta - Colpevoli tutti e cinque gli imputati del processo nato dall’operazione “Ilium” della Guardia di finanza, che a fine 2012 aveva fatto emergere un traffico internazionale gestito da albanesi. Le indagini erano iniziate seguendo un residente in Valle.

Superano i sessant’anni di carcere e sfiorano i 40mila euro di multa le condanne arrivate oggi, mercoledì 6 giugno, al termine del processo nei confronti di cinque persone coinvolte nell’Operazione “Ilium” della Guardia di finanza. Un’attività investigativa iniziata tenendo d’occhio un residente in Valle, con i finanzieri che ben presto si erano resi conto di essere di fronte a un giro di stupefacenti che andava ben “oltre lo spaccio nella cintura di Aosta”. Così, tra l’estate del 2011 e dicembre 2012 era emerso un traffico internazionale di cocaina tra l’Italia e l’Olanda, a base di decine di chili per approvvigionamento, gestito prevalentemente da albanesi.

I giudici Eugenio Gramola, Paolo De Paola e Paolo Romagnoli hanno inflitto 21 anni di carcere e 1000 euro di multa a Gezim Shoshi (57 anni), 11 anni e 1000 euro ognuno a Alfred Shabani (43), Lulzim Halili (37) e Valentin Lleshi (31), nonché 9 anni e 35mila euro a Mauro Alvise Cauzzo, autotrasportatore 66enne, nato a Fossalta di Portogruaro (Venezia). A tutti, la Procura di Aosta (cui si era aggiunta, nel corso delle indagini, la Direzione Distrettuale Antimafia di Torino, con il pm Stefano Castellani a rappresentare l’accusa in aula oggi e nella precedente udienza) contestava, a vario titolo, l’associazione finalizzata al traffico illecito di sostanze stupefacenti, con l’aggravante del “metodo mafioso” e delle attività criminali compiute in più di uno stato, nonché il traffico illecito di droga.

Nel sentenziare su Halili, il collegio ha stabilito anche il “non doversi procedere” per una cessione di circa un chilo di “neve” (perché il fatto era già stato giudicato nel 2012) e l’assoluzione “perché il fatto non sussiste” per un altro episodio tra quelli addebitatigli. I cinque sono anche condannati al pagamento delle spese legali e per tutti scatterà l’interdizione perpetua dai pubblici uffici. Per i quattro stranieri, i magistrati hanno disposto infine l’espulsione dall’Italia, “all’esito dell’espiazione della pena”. Infine, a Shabani è stato revocato l’ordine di carcerazione applicato in passato. Le sentenze vedono il sostanziale accoglimento delle richieste del pm Castellani (che aveva invocato 21 anni per Shoshi, 11 anni e 6 mesi per Shabani e Halili, 11 anni per Lleshi), eccezion fatta per Cauzzo, cui i magistrati hanno raddoppiato i 4 anni e 6 mesi auspicati dall’accusa.

Al “modus operandi” dell’organizzazione era stata dedicata la scorsa udienza del processo. Le tre “Fiamme gialle” occupatesi delle indagini avevano raccontato quanto ricomposto tra intercettazioni telefoniche, analisi dei tabulati e servizi di osservazione, pedinamento e controllo. Attività definita in aula dal pm “attività certosina, approfondita, analitica”. In sostanza, in Olanda venivano fatti arrivare i soldi per l’acquisto, ma chi li consegnava (una volta, secondo gli inquirenti, era stato proprio Gezim Shoshi, fermatosi anche ad Aosta lungo il tragitto, iniziato da La Spezia, dove risiede) non rientrava con lo stupefacente. La cocaina arrivava successivamente e veniva stoccata, già divisa, con iniziali scritte in pennarello nero sopra ai panetti, in alcune località in Lombardia.

A quel punto, il “distributore” inviava un sms ai destinatari del carico, sparpagliati in tutto il centro-nord. Un messaggio “cifrato”, legato ad una “partita di pallone”, con la richiesta di far “sapere se vieni”, perché “volevo occupare il campo”, assieme al luogo dell’incontro, dove avveniva poi la consegna agli “emissari” (gli albanesi, mentre Cauzzo era considerato colui che materialmente trasportava la droga dai Paesi bassi, sul camion che guidava per lavoro). Un testo apparentemente innocuo, che per gli inquirenti era il segnale per la consegna. Proprio sulla “cautela” dell’organizzazione nel comunicare (oltre al linguaggio criptico, alcune utenze telefoniche sono risultate “intestate a soggetti sconosciuti all’anagrafe tributaria”, o di origini cinesi) ha messo l’accento a più riprese il pubblico ministero nella sua requisitoria, cui ha dedicato oltre un’ora.

“Uno schema comunicativo del genere – ha affermato il sostituto Castellani – non funziona se non lo si è già usato, o se non si sono ricevute indicazioni”. Le difese degli imputati (gli avvocati Chiara Floris per Shoshi e Halili, Riccardo Balatri per Shabani, Andrea Urbica per Lleshi e Fulvio Zhara Buda per Cauzzo) hanno puntato molto, nelle rispettive arringhe, sulla natura prevalentemente indiziaria delle accuse. Un argomento che l’accusa aveva messo in conto, con il pm a sottolineare anticipatamente che “per questo processo non abbiamo sequestri di droga, ma ciò che è stato fotografato e ricostruito ha trovato nell’indagine conferme in condotte successive degli stessi imputati, con le stesse modalità. Ci sono sequestri successivi, abbondanti, e poi arresti in flagranza. La cornice dei fatti dà solidità alle contestazioni”.

Nell’ambito dell’operazione “Ilium”, la Guardia di finanza aveva recuperato, in nove diverse occasioni (due delle quali in Valle d’Aosta), complessivamente ventitré chili di “coca” (per un valore sul mercato di circa 2,5 milioni di euro), oltre a poco meno di trentamila euro. In tutto, erano finite in manette tredici persone, molte delle quali (inclusa quella che il pm Castellani ha definito la “colonna valdostana” dell’organizzazione, imperniata su un giovane albanese residente a Roisan, assieme a due piemontesi) erano uscite di scena in procedimenti chiusisi nel mentre, soprattutto attraverso patteggiamenti e riti abbreviati. L’inchiesta della Procura oggi retta da Paolo Fortuna era partita come “coda” di una precedente indagine del 2009, battezzata “White Eagle”.

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