Ricevuto l’assenso della Corte d’assise, Sohaib Teima si alza in piedi dinanzi ai giudici. E’ la prima volta che prende la parola dall’inizio del processo in cui è accusato dell’omicidio premeditato e dell’occultamento del cadavere della sua ex compagna, Auriane Laisne, trovata senza vita nella cappella dell’Equilivaz (La Salle) il 5 aprile 2024. Per lui, nella scorsa udienza, la Procura ha chiesto la condanna all’ergastolo e la richiesta di rendere oggi, mercoledì 25 marzo, una dichiarazione spontanea, prima delle arringhe dei suoi difensori, giunge inattesa.
“Sono stato fortemente legato ad Auriane”
“Intendo esprimere il mio profondo dolore – dice il 23enne, ai limiti del sussurro e il capo leggermente chino – per la signorina Auriane. Una ragazza a cui sono stato fortemente legato, nonostante alcuni momenti che non sono stati facili”. “Vorrei esprimere la mia solidarietà – aggiunge Teima – alla famiglia di Auriane per il dolore che provano. Ribadisco di non aver ucciso Auriane e spero che sia fatta giustizia e che si cerchi la verità”.

E’ la tesi che l’imputato ripete dall’inizio della vicenda, da quando è stato arrestato in Francia, nell’aprile 2024. I dettagli? Non li ha esplicitati direttamente in aula, lasciandolo fare ai suoi avvocati. Quel giorno a La Salle (siamo alla fine del marzo 2024) compaiono due persone. Sarebbero legate ad un presunto giro di droga che avrebbe gravitato attorno al locale, in Austria, in cui la vittima lavorava. Lei si allontana con loro e lui torna in Francia: l’ultima volta che l’ha vista – sostiene Teima – Auriane era ancora viva.
“Mai prese in considerazione piste alternative”
Però, per l’avvocato Tommaso Calabro’, difensore dell’imputato, le indagini non hanno mai preso in seria considerazione ipotesi diverse dalla responsabilità dell’imputato. “Nel momento in cui viene rinvenuto il cadavere, nel momento in cui viene arrestato Sohaib in Francia, – afferma – parte la conferenza stampa in cui si dice ‘è un femminicidio, abbiamo il responsabile’. Da lì finisce l’esplorazione di piste alternative” e le indagini, per il difensore, sono state condotte in “totale superficialità”.
Per poter condannare Teima, puntualizza il legale, sono necessari quattro elementi: “dobbiamo avere la certezza di poterlo collocare sul luogo del delitto; la certezza almeno approssimativa che la morte sia avvenuta nel range in cui lui era lì; quindi, un movente e l’arma”. L’ultima è un dato oggettivo: non è mai stata ritrovata. Il resto, secondo Calabro’, è ben meno sicuro. La data nella morte, che la procura colloca nella notte tra il 26 e il 27 marzo 2024, a dire dell’avvocato “non viene cercata con l’ispezione del cadavere, ma la si fa coincidere con la partenza di Teima dall’Italia”.

Peraltro, va oltre il difensore, come si colloca l’imputato sul luogo? “Con la posizione, – risponde l’avvocato – perché il suo gps del telefono ci dice che era lì”. Però, la cappella dell’Equilivaz, “che è stata descritta come un luogo impervio”, richiede “550 passi, 200 metri visibili dalla Statale”. Teima sostiene di aver dormito in un tunnel abbandonato a 150 metri dalla cappella, ma “per il sistema”, in assenza di altimetrie diverse, “non c’è differenza”. Non c’è, in sostanza, “niente che ci possa dare la certezza che Sohaib sia stato in quella chiesetta”.
Calabrò definisce questi due elementi “di più grande suggestione” per la giuria, ma se li si analizza a fondo, “ci lasciano dei dubbi, oggettivi, non perché lo dico io”. Ad ascoltarlo, oltre al pm Manlio D’Ambrosi, che ha coordinato le indagini dei carabinieri sull’omicidio, ci sono anche i familiari di Laisne, che si sono costituiti parte civile nel procedimento. L’avvocato, all’inizio della sua arringa, aveva sottolineato il loro “dolore composto”, che “ha insegnato a tutti noi qualcosa” e che ha “contribuito a uno svolgersi sereno di questo processo”.
“Non individuato nemmeno il movente”
Il difensore punta poi il dito contro la mancata ricerca di dna su alcuni reperti trovati nella chiesetta (dei fazzoletti, una pietra e del cibo). “C’era la possibilità forse di mettere la parola fine a questo processo, o in un senso, o nell’altro, – esclama l’avvocato – ma si decide di non farlo. Nel momento in cui si trovano i reperti e si decide di non darli ai periti, stai abdicando alla ricerca della varietà processuale. Ad oggi, Sohaib su quella chiesetta non lo collochiamo. E perché non sono stati analizzati? Perché il cerchio era già chiuso: Sohaib è un mostro, questo è un femminicidio”.
La difesa sostiene, poi, che “non abbiamo neanche un movente”, giacché “quello raccontato dalla pubblica accusa è illogico”. Teima, per gli inquirenti, preoccupato dall’avvicinarsi del processo per maltrattamenti innescato dalle denunce della ragazza (doveva iniziare in marzo), cerca prima di screditarla (nascondendole della cocaina nei bagagli e segnalandone la presenza all’aeroporto di Fiumicino), poi in assenza di esito del tentativo (la ragazza viene denunciata a piede libero e non arrestata), si sarebbe persuaso ad ucciderla.

“Premeditazione? Distinguere i fatti dalle interpretazioni”
L’avvocata Lucia Lupi, però, pur nel beneficio del dubbio che a commettere quel gesto sia stato l’imputato, afferma: “può averlo fatto per screditarla, o per farla arrestare, ma non per ucciderla”. Ancora, ricostruisce i difensore, “Auriane non dice ‘è stato Teima a nascondermi la droga, perché siamo stati due giorni assieme a Firenze, chi altro può essere stato?” e il padre di lei, testimoniando nel processo, riferisce che la ragazza “pensava che questa droga fosse stata messa da persone che lavoravano con lei a Vienna”, tanto che sarà lo stesso genitore, giorni dopo, ad “aiutarla a presentare una denuncia sul giro di droga nel locale”..
Sull’assenza di premeditazione del delitto, l’avvocata rammenta quindi che i due ragazzi arrivano in Valle d’Aosta, cercano un resort che si rivelerà inesistente in Valgrisenche, poi vanno in un bar, quindi a casa di un residente che li ospita per la notte e, il giorno dopo, cercano di pagare un pranzo con dei ticket francesi nominativi. “Una mente criminale – si chiede Lupi – avrebbe pensato davvero di lasciare tutto così visibile, senza poi venire trovato? O è molto criminale, o non era premeditato”. E ancora una volta, mettendo in dubbio l’occultamento del cadavere e il fatto che la ragazza fosse semi-stordita dallo Xanax (“C’è la prova che glielo abbia dato lui?”), invita la Corte a valutare la situazione distinguendo “i fatti dalle interpretazioni”
“L’ergastolo? Pena non giusta”
A guardarlo oggi, con i riccioli neri appena sopra gli occhi, camicia e pantaloni bianchi, in una tinta unita rotta solo da un gilet bordeaux, Teima appare anche più giovane dei suoi 23 anni. Ed è proprio al trattamento sanzionatorio, parametrato all’età, che l’avvocato Calabro’ dedica l’ultima riflessione: “l’ergastolo non è una pena giusta, perché legata alla durata della vita. Se la infliggi a un 60enne gli stai dando 20 anni, ma a un 23enne gliene dai 60. Io credo sia davvero contrario a tutti i nostri principi di diritto”.

Per questo, chiedono alla Corte d’assise i suoi difensori, Teima va assolto “per non aver commesso il fatto”. In subordine, la loro richiesta è che vengano escluse le aggravanti contestate, concesse le attenuanti generiche “alla massima espressione” e formulata una pena con riduzione pari a quella per il rito abbreviato (cui l’imputato non ha potuto accedere, per l’ipotesi della premeditazione), assieme ad un’eventuale ulteriore riduzione di pena per vizio parziale di mente.
Sentenza l’8 aprile
Parlando di questo processo, iniziato il 7 maggio dell’anno scorso, all’inizio della sua arringa l’avvocato Calabrò aveva premesso che “nessuno in quest’aula sa realmente quello che è accaduto alla chiesetta di La Salle. Ammesso e non concesso che l’imputato ci dica il vero, nemmeno lui sa cosa è accaduto”. Guardandolo lasciare il Tribunale, circondato dagli agenti della Polizia penitenziaria, mentre stringe in mano un sacchetto con la scritta “La via d’uscita è dentro…”, viene spontaneo chiedersi quanto pesi quell’“ammesso e non concesso”, ma la risposta non è banale, né rapida. Arriverà prima la decisione della Corte d’assise. L’udienza è stata rinviata al prossimo 8 aprile: prima le eventuali repliche delle parti, poi la Camera di consiglio, da cui i giudici (i togati Giuseppe Colazingari e Marco Tornatore e i componenti popolari) usciranno solo per la lettura della sentenza.
Femminicidio di La Salle, la Procura chiede l’ergastolo per Teima
18 marzo 2026, ore 16.57

Carcere a vita. Al termine di una requisitoria durata più di due ore, il pm Manlio D’Ambrosi ha chiesto oggi, martedì 18 marzo, alla Corte d’Assise di Aosta di condannare all’ergastolo Sohaib Teima, 23enne di Fermo, ritenendolo responsabile dell’omicidio premeditato della compagna 22enne Auriane Nathalie Laisne e di averne occultato il cadavere nella cappella dell’Equilivaz a La Salle.
Le indagini erano state svolte dai carabinieri del Nucleo investigativo del Gruppo Aosta. L’udienza in cui l’accusa ha chiesto la pena si è tenuta, per uno di quegli imprevedibili intrecci del destino, nel giorno in cui la giovane donna avrebbe compiuto 24 anni.
“Indubbiamente un femmincidio”
“Emerge senza ombra di dubbio e oltre ogni ragionevole dubbio – ha affermato il pm all’inizio della sua requisitoria – che si è trattato di un femminicidio”. Ricostruendo l’aggressione con un coltello, dopo aver spiegato che la ragazza era stata ridotta in stato di semi-stordimento attraverso la somministrazione di benzodiazepine, il pm ha detto: “Lei prova a difendersi, non ha forze, è in stato di torpore, afferra come riesce la lama, ma non riesce a contrapporsi all’azione del suo aggressore Teima Sohaib, che incide”.
Per l’autopsia, Laisne è morta di asfissia, perché il sangue della lesione al collo non è fuoriuscito, ma si è riversato nei suoi polmoni. L’arma del delitto non è mai stata ritrovata, ma poco lontano dal cadavere, in un sopralluogo nel villaggio abbandonato, sono stati rinvenuti dei pantaloni, appartenuti alla ragazza, recanti tracce di sangue: l’assassino li aveva usati per pulire la lama con cui ha ucciso Auriane. Un altro paio di pantaloni era arrotolato attorno al collo, a celare la ferita.
Concludendo la requisitoria, D’Ambrosi (che accanto in aula aveva anche il procuratore capo Luca Ceccanti) ha sottolineato pure il tentativo dell’imputato “di screditare la memoria di una ragazza barbaramente uccisa, senza mostrare il benché minimo senso di pietà che si deve dinanzi ai defunti. Né durante l’interrogatorio, né nel corso del processo”. Il pubblico ministero ha anche chiesto la trasmissione degli atti alla Procura, al fine di valutare la falsa testimonianza a carico della madre dell’imputato.

I passi della premeditazione
I familiari – madre, padre e fratello della giovane – seguono la requisitoria seduti ad un banco dell’aula, prendendo appunti. Colpisce, come dall’inizio del giudizio, la compostezza di chi ha vissuto uno dei dolori più forti che la vita possa riservare, che nelle loro testimonianze si è tradotta nell’assenza di qualsiasi impeto contro l’imputato, o di espressioni veementi nei suoi confronti. A tratti, si stringono al figlio accanto a loro, facendosi forza nel rivivere, nelle parole dell’accusa, un vissuto che nessun genitore e fratello vorrebbe.
Per la Procura, il movente della premeditazione dell’assassinio è nel processo per maltrattamenti, che sarebbe iniziato in Francia nel maggio 2024, originato dalle molteplici querele di Laisne nei confronti di Teima. Per questo, secondo l’accusa, nel gennaio di quest’anno, zia e cugino del ragazzo si muovono, tentando di convincere la giovane a ritirare le denunce. Non riuscito questo passo, nella ricostruzione inquirente, l’imputato agisce direttamente e, in febbraio, incontra la giovane a Firenze per riallacciare i rapporti.
La cocaina nel bagaglio
In marzo, quando lei si muove per volare da Roma a Vienna (dove lavorava in un night), una telefonata al 112 segnala che la giovane sta trasportando della cocaina. Dopo le insistenze dell’operatore, chi chiama (usando una vpn per celare il suo numero) si qualifica come Sohaib Teima. I poliziotti prelevano la ragazza, già sul volo, e le trovano nel bagaglio una busta con 20 grammi di cocaina. Verrà denunciata per traffico internazionale di stupefacenti, ma – nella lettura del Pubblico ministero – è l’ennesima ideazione dell’imputato.
A favore di tale tesi depongono non solo le ricerche, effettuate dal giovane giorni prima sul suo smartphone (“cosa si rischia se si viene presi trasportando cocaina…?”), ma anche il fatto che – ha tuonato D’Ambrosi – “la perizia ci dice che ci sono le tracce del dna di Teima non all’esterno, ma all’interno della busta”. Per cui, “la cocaina deve aver almeno contribuito a metterla all’interno del trolley della ragazza, non vi è alcun dubbio”.
Andato a vuoto anche questo tentativo (perché Auriane non viene arrestata), in marzo il giovane presenta alla questura di Fermo “una querela pretestuosa, in cui tenta di ribaltare i fatti, dicendo di essere stato oggetto di rapina e di avere timori perché il papà di lei avesse armi”. Per l’accusa “è l’ultimo tentativo di arrivare a creare condizioni di non credibilità della ragazza nel processo francese”, dopo il quale “torna in Francia, prende la ragazza e riparte”, ideando il proposito criminoso, che si compirà nel viaggio in Valle. Secondo l’autopsia, nella notte tra il 26 e il 27 marzo 2024.

La condotta dopo il ritrovamento del cadavere
D’Ambrosi si è soffermato anche su alcuni gesti dell’imputato successivi al ritrovamento del cadavere (notato da un passante il 5 aprile 2024): “il 7 aprile sono oggetto di ricerca specifica. Che senso ha cercare me che sono il pubblico ministero che indaga sull’omicidio?”. E ancora, l’8 aprile, Teima interroga un motore di ricerca su “lo Xanax è visto come droga?”. E’ il farmaco che contiene le benzodiazepine trovate nel sangue di Auriane, ma è l’8 aprile e la Procura non è ancora in possesso dei risultati dell’autopsia.
Negli ultimi due anni di vita, ripercorre il pubblico ministero, la giovane viene “maltrattata, umiliata, oggetto di minacce, hackerata e sequestrata”. Un tema su cui tornano anche i legali di parte civile. L’avvocato Giulia Scalise, che assiste il fratello della vittima, ha ricordato che “l’imputato sul suo pc aveva Whatsapp con il profilo di Auriane e già da tempo aveva il controllo delle sue conversazioni”. Inoltre, dettaglio che l’avvocato definisce “agghiacciante”, dopo essersi spento il 26 marzo, il telefono di Auriane si riattiva il 5 aprile.
Aggancia però le celle delle stesse zone “da cui avveniva il traffico delle utenze dell’imputato”. E’ in quel frangente che, dallo smartphone della ragazza partono dei messaggi diretti ai familiari. Lei, però, era già stata ritrovata uccisa. Per l’avvocato, l’imputato “scriveva per far credere che la figlia fosse ancora in vita, così che non venisse denunciata la scomparsa”.
L’altro legale di parte civile, l’avvocato Jacques Fosson (che rappresenta i genitori), si è soffermato sul fatto che “Auriane ha subito ogni genere di violenza, ha presentato più d’una denuncia e, per questo, c’era un procedimento pendente in Francia”. Nel processo, ha ricordato il legale, “più d’un testimone ha riferito che Teima l’ha minacciata di morte, se non avesse ritirato le querele”, anche “con un coltello”.
Purtroppo, lei “ha deciso di non farlo e questa è stata purtroppo la sua condanna a morte, perché Teima ha portato a compimento il suo proposito”, iniziato con il “distruggere l’immagine di questa ragazza”, di cui “bisognava si pensasse che fosse una tossica, dedita allo spaccio, che fosse una prostituta, che perfino la sua famiglia fosse violenta”. L’avvocato ha anche dato conto della spiegazione di Teima per i fatti avvenuti in Valle (che non ha fornito in aula, perché non si è sottoposto ad esame).

La versione di Teima
“Ci racconta – ha detto Fosson – di avere un appuntamento con due persone, legate alla vita dissoluta di Auriane a Vienna, che arrivavano a Valgrisenche (prima meta dei giovani in Valle, poi saltata per la strada ancora chiusa per neve, ndr.) per regolare questioni economiche. A La Salle spuntano queste persone, con cui Laisne si allontana e lui torna indietro” in Francia. Però, è una versione che “nessuno conferma” e “tutti gli strumenti elettronici non registrano contatti”.
Per l’avvocato, oltre ad “essere la versione più illogica, non ha il benché minimo sostegno probatorio”. Le parti civili hanno chiesto alla Corte, oltre all’affermazione di responsabilità penale dell’imputato, di stabilire un risarcimento danni per le parti assistite di una cifra non inferiore al milione di euro (400mila per genitore e 200mila a favore del fratello). Anche oggi, l’imputato, nonostante qualche scambio di parole in più con i suoi difensori, è apparso lontano, quasi come se non si sentisse toccato dai fatti oggetto del processo.
Quasi un anno di processo
Il processo, che si avvicina alle battute finali, essendo iniziata oggi la discussione tra le parti, era cominciato lo scorso 7 maggio. Nel corso del dibattimento, oltre a sentire numerosi testimoni, è stata svolta anche una perizia psichiatrica sull’imputato, che ha individuato, nel giovane, un “disturbo di personalità misto”, con una “spiccata manipolatività del soggetto”, che però non incide giuridicamente sulla capacità di stare a giudizio.
Dopo il pm D’Ambrosi e i legali di parte civile, l’udienza è stata aggiornata al prossimo 25 marzo, per le arringhe dei difensori di Teima, gli avvocati Tommaso Calabrò e Lucia Lupi. Una terza udienza, in calendario per l’8 aprile, è fissata per eventuali repliche e controrepliche, quindi la sentenza. Saranno passati due anni e tre giorni da quando Auriane venne trovata, come se si fosse addormentata, nella cappella dell’Equilivaz. Un sonno perpetuo da cui non si è più risvegliata, che ha un responsabile. Quel giorno si capirà se, per la Corte d’Assise, è lo stesso individuato dalla Procura.
Femminicidio di La Salle: Teima è imputabile, sentenza attesa l’8 aprile
25 febbraio
La sentenza del processo a Sohaib Teima, il 23enne accusato di aver ucciso la compagna Aurianne Laisne, nascondendone poi il cadavere nella cappella dell’Equilivaz (La Salle), è attesa per il prossimo 8 aprile. Lo ha stabilito la Corte d’Assise di Aosta quest’oggi, mercoledì 25 febbraio, programmando le udienze per la discussione tra le parti, dopo che in mattinata è stato dichiarato chiuso il dibattimento.
Il processo è potuto proseguire dopo che, in aula, è stato sentito lo psichiatra Francesco Cargioli, sulla perizia condotta sull’imputato, rispetto alla sua capacità di intendere e di volere al momento dei fatti e di stare a giudizio. E’ emerso, ha spiegato il professionista alla Corte, che Teima è affetto da un “disturbo di personalità misto”, di tipo antisociale e con “spiccata manipolatività del soggetto”, che però non incide giuridicamente sulla possibilità di essere processato.
Riferendo della sua valutazione (svolta attraverso l’esame della documentazione clinica, del fascicolo, nonché con colloqui e con la somministrazione di test all’imputato), lo psichiatra ha sottolineato che Teima ha offerto una ricostruzione dei fatti caratterizzata dalla negazione dell’accaduto ed ha avuto “degli agiti aggressivi, in carcere”.

Tutto ciò, però, non influisce sulla sua imputabilità perché la stessa viene meno – ha spiegato Cargioli, rispondendo a una domanda del pm Manlio D’Ambrosi – “o quando viene meno il contatto con la realtà, o quando si induce uno stato di disforia che rende difficile il controllo delle pulsioni”, casi che non ritornano nella fattispecie.
Il difensore di Teima, l’avvocato Tommaso Calabrò, ha chiesto al perito se quel tipo di disturbo possa modificarsi nel tempo, ma lo psichiatra ha risposto trattarsi di patologie che, con l’arrivo all’età adulta, “tendono a stabilizzarsi” e, un’“evoluzione psicotica la escluderei”. Durante tutta la testimonianza del perito, l’imputato, maglia chiara e pantaloni a scacchi, è rimasto immobile, a tratti con il capo chino, quasi come se si sentisse estraneo alla situazione.
La Corte ha quindi proceduto a calendarizzare udienze per il 18 e 26 marzo e per l’8 aprile. Nella prima sono in programma la requisitoria del pubblico ministero e delle parti civili (gli avvocati Jacques Fosson e Giulia Scalise, che affiancano i genitori della vittima), mentre la seconda servirà per le arringhe delle difese (oltre a Calabrò, la collega avvocata Lucia Lupi).
L’8 aprile, dopo eventuali repliche e controrepliche delle parti, i giudici popolari e togati (il presidente Giuseppe Colazingari e il giudice a latere Marco Tornatore) si ritireranno in camera di consiglio. Seguirà il momento in cui Teima consocerà la loro decisione.
Femminicidio di La Salle, disposta una perizia psichiatrica su Teima
17 Settembre 2025, ore 12.18, di Luca Ventrice

Una nuova perizia, per “accertare se l’imputato sia in grado di partecipare al processo, se fosse capace di intendere e di volere al momento della commissione dei fatti e, in caso negativo, se sia socialmente pericoloso”.
A disporla, oggi, 17 settembre, la Corte d’Assise. Sarà il dottor Francesco Cargioli, della Psichiatria di Aosta, a condurre la perizia su Sohaib Teima, il 23enne originario di Fermo – nelle Marche – accusato di aver ucciso Aurianne Laisne, occultandone poi il cadavere nella cappella dell’Equilivaz, a La Salle, dove era stata trovata il 5 aprile 2024.
Una richiesta arrivata dai banchi della difesa di Teima, rappresentata dagli avvocati Tommaso Calabrò e Lucia Lupi: “Riteniamo che l’accertamento sulle condizioni cliniche dell’imputato siano un segno di civiltà giuridica – aveva detto Calabrò in aula –. Questo non significa dichiaralo incapace di intendere e di volere, ma per una corte che deve decidere su fatti così gravi serve la certezza che non ci sia un vizio di mente. Oggi ancora di più, la richiesta viene reiterata e rinnovata dopo quanto detto da professor Freilone, che ha spiegato come serve un’ulteriore esplorazione”.
Poco prima, infatti, è stato chiamato a testimoniare il professor Franco Freilone, docente di Psicopatologia Clinica e Forense e Criminologia Clinica all’Università di Torino, incaricato dalla difesa.

Il suo compito è stato quello di visionare la documentazione dopo i colloqui dell’imputato con un’esperta di valutazioni neuropsicologiche. Freilone ha spiegato: “Ho cercato di vedere se ci fossero elementi clinici nella storia clinica del signor Teima. Ho valutato se ci fossero e se avessero una potenzialità forense. Ma non ho esaminato il periziando. Alla luce di questo si riscontra una situazione di disagio psichico. Il test MMPI-2 prevede una serie di elementi valutativi, sia diagnostici sia di modifiche volontarie del proprio profilo. Emerge una problematica psichica su un disturbo grave di personalità”.
“Dal diario clinico della casa circondariale di Torino non si evidenzia una psicopatologia peggiore, ma ad un certo punto un disturbo della personalità – ha aggiunto –. È presente un profilo di disagio psichico rilevante. E gravi disturbi di personalità possono avere una rilevanza forense su un profilo di eventuale pericolosità sociale. Tutti gli elementi raccolti fanno sì che sia utile un approfondimento psichiatrico, penso sia il presupposto per valutazione un’eventuale pericolosità sociale”.
L’udienza per conferire l’incarico al dottor Cargioli è fissata per il prossimo 13 ottobre.
L’udienza di ieri

Stando ad una consulenza medico-legale presentata dalla difesa di Teima, il corpo di Laisne sarebbe stato spostato tra le 12 e le 16 ore dopo il decesso.
Le nuove considerazioni sono emerse durante l’udienza di ieri – 16 settembre – davanti alla Corte d’Assise di Aosta, dove è stato ascoltato Lorenzo Varetto, il medico legale incaricato dalla difesa, che si è soffermato in particolare sull’analisi delle macchie ipostatiche, ovvero i ristagni di sangue che si formano post mortem, in corrispondenza delle parti del corpo rivolte verso il basso.
“Sappiamo che il cadavere è stato ritrovato rannicchiato sul fianco sinistro – ha chiesto l’avvocata Lupi, che assiste Teima –. Secondo lei le macchie ipostatiche in una persona posizionata sul fianco sinistro si dovrebbero trovare nel dorso come indicato dal dottor Testi (ovvero il medico legale consulente della Procura, ndr.) o in un’altra parte del corpo?”.
Varetto ha spiegato che se un cadavere è posizionato sul fianco sinistro – come nel caso della vittima – le macchie ipostatiche dovrebbero concentrarsi proprio su quel lato. Se invece, come indicato dal consulente della Procura, il corpo presentava “scarse macchie dorsali fisse”, ciò suggerirebbe che la posizione originaria del cadavere fosse differente, e che il corpo sia stato spostato una volta che le macchie si erano già fissate. Processo che – secondo il medico legale – si compie generalmente entro 12-16 ore dalla morte, “tendenzialmente non oltre le 15”.
Alla domanda dell’avvocata Lucia Lupi se ciò implicasse uno spostamento successivo al fissarsi delle macchie dorsali, Varetto ha risposto: “Non vedo altre spiegazioni”.
