Omicidio Serban, in appello salta l’ergastolo: pena ridotta a 24 anni

I giudici hanno riconosciuto oggi, mercoledì 1° febbraio, a Gabriel Falloni, 36enne originario di Sassari, che ha confessato l’uccisione della 32enne Raluca Elena Serban, le attenuanti generiche. E’ così scattata la diminuzione della condanna.
Palazzo giustizia Torino
Cronaca

Salta, alla Corte d’Assise d’Appello di Torino, l’ergastolo comminato in primo grado a Gabriel Falloni, 36enne originario di Sassari, per l’omicidio volontario di Raluca Elena Serban, 32enne trovata senza vita in un alloggio del capoluogo, in viale dei Partigiani, il 18 aprile 2021. La sentenza del secondo grado processuale è di 24 anni di carcere ed è arrivata quando non mancava molto alle 16.15 di oggi, mercoledì 1° febbraio. L’udienza era iniziata in mattinata, attorno alle 12.30, per concludersi circa un’ora e mezza dopo.

In aula, la Procura generale aveva invocato (attraverso la richiesta di inammissibilità dell’appello) la conferma della pena inflitta a Falloni al termine del processo ad Aosta, il 25 maggio 2022, cioè il carcere a vita. Per parte sua, la difesa (l’avvocato Marco Palmieri, affiancato dal collega Davide Meloni del foro di Aosta) aveva ribadito le richieste di una pena che tenesse conto del parziale vizio di mente sostenuto esistere nell’imputato (sollevato già in primo grado, ma escluso da una perizia disposta dal Tribunale) e dell’insussistenza di un’aggravante contestata all’imputato.

Parliamo di quella relativa al fatto di essersi recato nell’alloggio affittato ad Aosta da Serban (con cui era in contatto da tempo, per averla conosciuta tramite siti erotici d’incontri a pagamento) con l’intento di rapinarla. In realtà, da quanto emerso alla lettura del dispositivo, la sentenza odierna opera una riduzione della pena non perché i giudici abbiano ritenuto insussistente questo aspetto, ma per l’aver riconosciuto a Falloni le attenuanti generiche, bilanciandole in equivalenza alle circostanze aggravanti della recidiva e del “nesso teleologico” con la contestata rapina.

“Siamo molto soddisfatti, sia io che il collega Meloni – afferma l’avvocato Palmieri – soprattutto alla luce della richiesta iniziale del Procuratore generale e della parte civile di inammissibilità dell’appello. L’appello, evidentemente, non solo era ammissibile, ma la Corte d’Assise d’Appello ha fatto giustizia su uno dei punti fondamentali del nostro ricorso. E chiaro che forse c’è ancora da lavorare. Aspettiamo le motivazioni, per vedere su cos’altro puntare. Le attenuanti generiche con giudizio di equivalenza rispetto all’aggravante contestata e alla recidiva, secondo me rappresentano il premio comunque al comportamento di Falloni, collaborativo da subito”.

Falloni condannato all’ergastolo in primo grado

Ergastolo, con isolamento diurno per i primi due mesi. E’ finito il 25 maggio 2022 con la pena più severa prevista dall’ordinamento il processo a Gabriel Falloni, il 36enne originario di Sassari, accusato dell’omicidio volontario di Raluca Elena Serban, 32enne trovata senza vita in un alloggio del capoluogo, in viale dei Partigiani, il 18 aprile 2021. La sentenza è stata letta dalla Corte d’Assise di Aosta, composta dai togati Eugenio Gramola e Marco Tornatore e da sei giudici popolari, quando mancavano pochi minuti alle 15.30. L’imputato, in aula stamane per l’udienza, non è rimasto per la lettura del verdetto.

Come la discussione tra le parti aveva lasciato presagire, la partita processuale si è giocata non sulla responsabilità nell’uccisione, confessata circa un mese dopo i fatti dall’imputato, ma sulla sussistenza delle aggravanti contestate dalla Procura. La Corte ha ritenuto non riconoscibili quelle dell’aver commesso l’omicidio per futili motivi e con modalità di particolare crudeltà, ma ha resistito quella del “nesso teleologico” con l’altro reato contestato, la rapina, coesistenza che poteva valere l’ergastolo. E’ stato altresì stabilito il risarcimento dei danni alla madre e alla sorella della vittima, da quantificare in sede civile, ma disponendo intanto una provvisionale da circa 250mila euro.

Le reazioni al verdetto

“Speravamo, ovviamente, io e il collega Meloni in una caducazione di tutte e tre le aggravanti” ha detto lasciando Palazzo di giustizia il difensore dell’imputato, l’avvocato Marco Palmieri. “Leggeremo le motivazioni, cercheremo di capire perché è rimasta in piedi una delle aggravanti su cui pensavamo di avere delle chances dimostrative dell’assoluta insussistenza”. Annunciando l’appello alla sentenza odierna, il legale ha sottolineato che “in queste vicende c’è sempre un po’ di pudore della difesa”, perché “a cosa serve che diciamo che siamo dispiaciuti, che siamo rattristati: è un’ovvietà”, però “che ci sia stata resipiscenza, che ci sia stato dolore da parte di Gabriel, questo è stato manifestato ovunque”.

“La pena dell’ergastolo è una pena che lascia sempre senza parole, da qualunque parte uno si trovi. – sono le prime parole dell’avvocato Maurizio Campo, che ha affiancato la famiglia Serban quale parte civile nel processo – E’ una giusta soluzione dal punto di vista di applicazione del diritto vivente, perché queste sono oggi le norme. Bisogna capire come la Corte ha ragionato nell’escludere talune circostanze, riconoscendone una, e questo lo potremo sapere soltanto leggendo la motivazione. Anche se da quello posso intuire dal dispositivo, il percorso argomentativo della Corte sarà quello di non attribuire nessuna rilevanza che sia una, alle parole dell’imputato, sia in sede di interrogatorio nelle indagini, sia in fase di dibattimento”.

La tesi della rapina

Il carcere a vita era stata, peraltro, la richiesta che, in mattinata, aveva concluso la requisitoria svolta dai pm cui il procuratore capo Paolo Fortuna aveva affidato il fascicolo, Luca Ceccanti e Manlio D’Ambrosi, che hanno coordinato le indagini della Squadra Mobile della Questura. Nell’impostazione accusatoria, Falloni si sarebbe recato da Serban (con cui era in contatto da oltre un anno, dopo averla conosciuta tramite siti erotici d’incontri a pagamento) con il preciso intento di rapinarla. “Falloni è un lavoratore che guadagna, al momento del delitto, 1.700 euro al mese. – ha detto D’Ambrosi – I suoi conti correnti sono sostanzialmente a zero ed ha una serie di debiti con le persone che va a ristorare di quelle somme” sottratte alla ragazza.

“Falloni sa dov’è il denaro”, ha aggiunto il pubblico ministero. Se così non fosse stato, i 37 minuti in cui l’uomo si è trattenuto in casa (tempo ricavato dalla videosorveglianza) non sarebbero stati sufficienti per cercare in ognuno dei libri nell’alloggio, mettendoli poi sul divano accanto all’ingresso. “Si recava da lei per consumare rapporti sessuali, conosceva le tariffe, quindi conosceva la disponibilità monetaria all’interno dell’appartamento”. L’opposizione incontrata dalla ragazza dinanzi al tentativo di sottrarle il denaro avrebbe “determinato la furia omicidia” di Falloni. “Strappare la vita per 8mila euro è qualcosa di aberrante e che rifugge la concezione di chiunque oggi ascolta queste mie tristi parole”, ha osservato D’Ambrosi.

Il pm, dall’imputato “versione riduzionista”

L’altro rappresentante della pubblica accusa, dopo essersi riferito all’accaduto in termini di “altro non è che un femminicidio”, si è soffermato sulla confessione di Falloni e sull’esame che ha reso in aula, per cui l’imputato, dopo un’irrisione di carattere sessuale della vittima, l’avrebbe afferrata per il collo e quindi avrebbe successivamente reagito al fatto che lei fosse riuscita ad afferrare un coltello in cucina. Per Ceccanti, siamo di fronte ad una “ricostruzione opportunisticamente tesa a limitare le conseguenze del processo”. Appoggiandosi su due elementi emersi dai sopralluoghi tecnici nell’alloggio e dalla perizia medico-legale, il pm ha quindi cercato di sgretolare la “versione riduzionista” offerta da Falloni.

Omicidio Serban

La lettura corretta, per la Procura, è che “l’azione di strangolamento è stata violentissima”, tanto che è “impossibile pensare che Elena abbia ripreso energia”, sia potuta andare nella cucina e minacciare il 36enne. Secondo Ceccanti, siamo di fronte ad “un uomo fuori controllo, che trascina la vittima ormai morente” in bagno e, mentre sta agonizzando, “con il coltello (mai ritrovato, ndr.) le squarcia” il collo. “La logica lo dice – ha tuonato il pm – e la logica è il primo elemento di giudizio”. Peraltro “non c’è una logica alternativa a questa”. Oltretutto, la perizia condotta dalla psichiatra Mercedes Zambella, ci dice che “Falloni è un millantatore ed un simulatore”.

L’imputato interrompe il pm

Nell’esame svolto (ritenuto sufficientemente chiaro dalle parti, tanto che in apertura di udienza non è stato necessario sentire la professionista che l’ha svolto), “ci leggo – ha aggiunto Ceccanti – assoluta mancanza di pentimento, resipiscenza, di tutti quei segni che” Falloni “ha indicato come affetto, addirittura amore, per una ragazza che ha brutalmente” ucciso. Durante la requisitoria, nella parte dedicata alle modalità di fuga dell’imputato dopo l’omicidio (è stato dapprima a Genova, poi arrestato nel ritorno verso la Valle) e al modo in cui ha speso i soldi sottratti, Falloni ha interrotto il pm con un urlo. Severamente ripreso dal presidente della Corte Gramola, ha ribattuto: “dice delle bugie!”.

Moglie e sorella della vittima in aula

In fondo all’aula, la sorella e la madre della vittima ascoltavano in silenzio, a tratti scuotendo la testa in segno di incredulità, in altri momenti cercando la fuga con lo sguardo fuori dalle finestre del palazzo di giustizia. Si sono costituite parte civile nel processo e l’avvocato che le rappresenta Maurizio Campo (assieme alla collega aostana Corinne Margueret) ha chiesto che venga riconosciuto loro il riconoscimento dei danni loro cagionati da Falloni, da determinare in sede civile – attraverso un separato giudizio – ma disponendo intanto una provvisionale immediatamente esecutiva, sollecitata dal legale nella misura di oltre 220mila euro complessivi per le due parenti.

Madre Raluca
La madre della vittima durante l’udienza.

La difesa: pericolosità sociale non considerata

Ha quindi avuto inizio l’arringa del difensore dell’imputato, l’avvocato Marco Palmieri (affiancato dall’ avvocato Davide Meloni del foro di Aosta). Riferendosi all’esame svolto dal perito della Corte, dopo aver prodotto l’esito di una consulenza di parte, il legale ha sottolineato che “c’è una componente di pericolosità sociale, ma non viene presa in considerazione dalla perizia, perché si conclude che Falloni non è, al momento dei fatti, incapace di intendere e di volere”. La difesa ha quindi puntato sull’esclusione delle aggravanti contestate dalla Procura.

Parlando di una foto postata su Facebook da Falloni, il giorno prima dell’omicidio, in cui appare con gli stessi vestiti ripresi dalla videosorveglianza del condominio aostano, ha commentato “Se ho un progetto del genere, non la posto, non mi faccio riconoscere”, ha annotato il legale, per poi passare al fatto che “il futile motivo del rapporto che non va a buon fine, per lui non lo è. La ha presa quasi per toglierle il respiro”. Oltretutto, il “futile motivo” lo “raccontiamo noi, altrimenti non si sarebbe mai saputo”. Quindi, ha esclamato il difensore, “vogliamo credere all’imputato che confessa interamente il 12 maggio, o vogliamo credergli a spezzoni?”.

Furto, non rapina

Quanto all’ipotizzata rapina, se l’imputato non ha mai negato di aver preso gli 8mila euro, “non è andato a casa della persona offesa per questo. Se faccio una rapina per arricchirmi, non spendo i soldi come ha fatto lui”. Il legale si è quindi chiesto dove siano i debiti paventati: “Abbiamo decreti ingiuntivi? Abbiamo dei pignoramenti? Se dobbiamo ragionare sui documenti, diciamo che degli 8mila euro non ce ne facevamo nulla”. Un argomento sostenuto anche ricordando che Falloni “va a Genova a trovare un amico albergatore, parla con un Carabiniere, parla con le prostitute e manda dei telefoni a due nipoti che non lo conoscono, perché nemmeno l’unica sorella che gli ha voluto del bene lo accetta più”.

Avvocato Palmieri
L’avvocato Palmieri durante l’arringa.

Tant’è che la parente, ricevuti soldi e cellulari, “chiama la Questura di Sassari”. “Io dico che c’è la prova del furto”, ha chiuso l’avvocato Palmieri, respingendo l’addebito di rapina. Argomenti sulla base dei quali il difensore, non prima di aver ricordato la “condotta procedimentale, ancora prima che processuale, di totale messa a disposizione alle autorità” da parte dell’imputato (che “non può essere maltrattata come hanno fatto oggi i pubblici ministeri”), si è opposto alla richiesta dell’ergastolo, sostenendo che “le aggravanti non sussistono” e invocando una pena adeguata, che “tenga conto del vizio parziale di mente” dell’imputato. Una visione cui la Corte non ha aderito. Le motivazioni del verdetto sono attese entro 45 giorni.

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