“Criticoni”, ecco le recensioni vincitrici del laboratorio di critica cinematografica

Il laboratorio ha coinvolto durante il secondo semestre dell’anno 2022-2023 tre classi della scuola secondaria di II grado dell’ITPR, tre classi del Liceo Linguistico E. Bérard e tre classi del Liceo Scientifico E. Bérard di Aosta per un totale di otto moduli a classe.
Criticoni
Cultura

Si è conclusa con la proiezione di alcuni dei cortometraggi visionati in classe, all’insegna della condivisione del percorso di critica cinematografica e della conoscenza reciproca delle classi e degli istituti, la terza edizione del laboratorio di critica cinematografica organizzato e realizzato dall’associazione AIACE VDA con l’obiettivo di promuovere la cultura cinematografica tra le generazioni più giovani e di formare un pubblico più consapevole. Tenuto da Sara Colombini, Nora De Marchi e Gianluca Gallizioli, il laboratorio ha coinvolto durante il secondo semestre dell’anno 2022-2023 tre classi della scuola secondaria di II grado dell’ITPR, tre classi del Liceo Linguistico E. Bérard e tre classi del Liceo Scientifico E. Bérard di Aosta per un totale di otto moduli a classe.

Criticoni
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Con l’obiettivo di offrire a tutti i partecipanti un percorso di educazione all’immagine fissa e in movimento, di alfabetizzazione al linguaggio audiovisivo, di educazione individuale e collettiva al pensiero e alla scrittura critica, il laboratorio ha unito l’approccio teorico a quello pratico per stimolare curiosità, interesse e partecipazione nei confronti del cinema.

In un primo momento, durante i primi quattro moduli di impianto teorico, sono stati offerti gli strumenti di decodifica della grammatica del linguaggio audiovisivo (definizione di inquadratura, scena, sequenza, piano-sequenza, grandezze scalari …), dei mestieri del cinema (sceneggiatura, regia, montaggio, illuminazione, …) e della storia del cinema (cinema classico, moderno, contemporaneo) a partire dalla proiezione e dall’analisi di immagini, scene e sequenze di film.

In un secondo momento, gli studenti sono stati coinvolti nella visione di una rosa di cortometraggi precedentemente individuati dall’associazione e accordati con i docenti e invitati a lavorare in gruppi alla stesura di una recensione cinematografica al fine di mettere in pratica le conoscenze apprese. I lavori sono stati letti in classe e, attraverso il confronto e il dialogo con professori, tutor e compagni, ogni gruppo ha avuto modo di ampliare le proprie considerazioni e di arricchire il proprio elaborato.

Quattro classi hanno avuto inoltre l’occasione, per la durata di un modulo, di conoscere la Film Commission Vallée d’Aoste rappresentata dal direttore Alessandra Miletto che, raccontandone le attività e il ruolo sul territorio valdostano attraverso una panoramica dei titoli cinematografici e seriali girati in Valle d’Aosta, ha offerto agli studenti un’opportunità di conoscenza, dibattito e confronto sulle professionalità del cinema e sulle esperienze cinematografiche nella regione valdostana. In questa sede, gli studenti hanno anche conosciuto la presidentessa di AIACE Alessia Gasparella, che ha presentato loro le numerose attività e possibilità promosse dall’associazione e legate al mondo del cinema in Valle d’Aosta.

Criticoni ×
Criticoni ×

Ecco le migliori recensioni, votate da una giuria composta da alcuni soci di AIACE.

Conserver nos souvenirs ou les laisser tomber dans l’oubli?

Filippo Bompani, Giada Vidi, Adrian Gabriel Fernandez Marte

 2B ITT – ITPR

ITPR
ITPR

Notes sur la mémoire et l’oubli: un film di Amélie Hardy, scritto e prodotto da Isabelle Grignon – Francke, narrato da Alexa-Jeanne Dubé con Gary Boudreault ed Evelyne Lafferière; Canada, 2022; 7’55’’; Fiction, documentario, esperimento.

Catturare, documentare, registrare, condividere, ricominciare.

È così che noi ci rendiamo più indimenticabili che mai, archiviando ogni particella del nostro quotidiano.

Ma se avessimo perso qualcosa lungo il nostro cammino?

Questo film parla della memoria come testimonianza contro l’oblio e manda un messaggio molto profondo ma anche complesso, un messaggio che a una prima visione risulta di difficile comprensione. Per chi non conoscesse particolari tecniche di regia, la grande varietà di stili presenti all’interno del cortometraggio crea una certa confusione. Bisogna comunque osservare che alcune parti colpiscono particolarmente, come ad esempio “Un souvenir intime, immortalisé à jamais, aura – t – il la même valeur que celui qui n’a jamais eu autre vie qu’à l’intérieur de nous?”, frase che fa riflettere sull’influenza che le nuove tecnologie hanno avuto nella nostra naturale capacità di immagazzinare i ricordi, oppure ”Toutes les images disparaîtront”, che spiega allo spettatore che, per quanto ci possiamo impegnare a documentare in maniera sempre più dettagliata la nostra esistenza, un giorno, quando noi e le persone a noi care non ci saremo più, nessuno si ricorderà di noi e quindi tutti i nostri ricordi cadranno nell’oblio. Che la visione generale del corto sia piaciuta o meno, questo rimane un film che offre diversi spunti di riflessione e quindi è altamente consigliato andare a vederlo, anche per poter fare un pensiero per quanto riguarda il futuro.

Dans un monde où nos traces sont de plus en plus conservées il peut devenir hautement souhaitable de ne pas laisser

LA RAGNATELA MAFIOSA

Di Miriam Cumino, Julie Lévêque e Julie De La Pierre

Liceo linguistico

“L’aracnide è letale, dilania l’ambiente trattenendo nella sua tela sempre più vittime. Crea una famiglia che lo appoggia e lo asseconda: così la ragnatela si allarga occupando ogni angolo dell’ambiente”. Con questa descrizione Francesco Tortorella, nel cortometraggio di 15 minuti “La grande onda”, paragona i comportamenti dell’animale con quelli della rete mafiosa.

Prodotto in Italia da Made on vfx, il cortometraggio narra l’evoluzione della mafia attraverso un racconto animato. Il regista sceglie di raccontare le vite dell’ingegnere edile Gennaro Musella e dello scrittore Giuseppe Fava per spiegare in modo più chiaro la situazione della ’Ndrangheta intorno al 1982 e il 1984. Questi due personaggi furono entrambi uccisi in questo periodo perché avevano denunciato alcuni mafiosi.

La storia viene raccontata da due narratori. La prima è la figlia dell’ingegnere Gennaro Musella, che sta ricordando l’assassinio di suo padre; il secondo è lo scrittore Fava. Quest’ultimo viene usato come narratore mentre sta scrivendo l’articolo in cui denuncia la strategia mafiosa e per il quale lui si inimicherà alcuni mafiosi soprannominati “i quattro cavalieri dell’apocalisse mafiosa”.

Il regista decide di non inserire molti dialoghi, ma per quelli presenti sceglie il dialetto calabrese. Lo spettatore non può dunque capire ogni parola e così il regista riesce a mantienere “segreta” la conversazione, come coloro che non denunciano. Inoltre, utilizzando il dialetto, sembra quasi che la mafia non riguardi tutta la società, ma solo chi viene catturato nella sua trappola.

Cortometraggio che potrebbe essere definito cupo, “La grande onda” presenta dei colori prevalentemente scuri, segno che i temi trattati sono importanti ed evidenziano che i mafiosi operano all’oscuro, nascosti e non alla luce del sole.

Anche la presenza del sonoro è di rilevante importanza: per tutta la durata del corto è presente una melodia neutra interrotta solo da spari, da dialoghi, dal rumore di un’onda o da una musica popolare di breve durata. Questa melodia non suscita emozioni né positive né negative ed è proprio in questo che sta la sua principale caratteristica: essa rappresenta pienamente la situazione descritta nel cortometraggio, una situazione di apparente normalità in cui le cose veramente importanti sono gli spari e le esplosioni, i dialoghi e la felicità della gente che vuole dimenticare per un attimo la fatica dell’esistenza.

Un altro elemento sonoro interessante è il ticchettio di un orologio alla fine del cortometraggio, che sta forse ad indicare il passare del tempo e tutto quello che comporta: la memoria si affievolisce, si inizia a dimenticare e come dice M. Kundera, “La lotta dell’uomo contro il potere è la lotta della memoria contro l’oblio”.

 

Sissy: questione di capelli?

Lavoro elaborato e sviluppato da Campomizzi Aurora, Lorenz Océane, Palermo Sofia, Volget Sophie

Classe 3 A Scientifico

Sissy, il cortometraggio scritto e prodotto in America da Caleb Harwood e Simon Paluck, è un breve filmato (della durata di appena dieci minuti circa) realizzato per incentivare la sensibilizzazione riguardo argomenti come il bullismo o gli stereotipi di genere. Tra gli attori principali che recitano in questo short drammatico possiamo riconoscere come interpreti di un ruolo di maggior rilievo il bambino, interpretato da Gage Graham-Arbuthnot, il padre da John Cleland, Jackson da Justin Mader, Brandon da Connor Laidman, l’amico di Brandon da Savino Quatela, gli studenti da Shafali Gundu, Avery Price, Camilla Benitez, Oksana Zilinskas e gli insegnanti da Emily Nixon e Gordon Harper.

Il cortometraggio tratta la storia di un giovane ragazzo in crisi con se stesso a causa della sua sessualità. Nascondendo inizialmente questo suo aspetto, il protagonista si vergogna e non riesce infatti a sentirsi apprezzato, anche a causa del padre che spesso fa battute velate che lo feriscono profondamente. Pian piano, questa sua peculiarità verrà fuori e dovrà imparare insieme alla figura paterna ad accettarla e mostrarla per riuscire finalmente a sentirsi bene con se stesso.

Lungo tutta la durata del corto, è presente un sottofondo musicale che risulta cupo e continuo, conferendo un ulteriore tratto drammatico alla situazione narrata dal regista. Ad occuparsi della colonna sonora sono diversi artisti come Evan Jerred, Paul Lucien Col, Guy Francoeur, Fred Malone, Marco Furgiuele che, cooperando, riescono a realizzare un perfetto componimento di accompagnamento.

Inoltre, la scelta di mantenere un sottofondo musicale lungo tutta la durata del corto garantisce un maggiore impatto alla scelta della sceneggiatura di utilizzare pochi dialoghi e focalizzarsi sull’espressività degli attori. Un dettaglio che colpisce di questo corto è infatti la sua capacità di trasmettere dei valori senza il bisogno di comunicare attraverso le parole. “Sissy” è dunque incentrato sull’espressività dei personaggi dato che i dialoghi sono molto rari, in quanto le emozioni vengono trasmesse in modo più efficace e impattante grazie al linguaggio del corpo.

Per quanto riguarda la parte della sceneggiatura, il corto risulta originale: nonostante tratti una tematica spesso affrontata attualmente, infatti, il resoconto finale non appare banale o non adatto all’altezza dell’argomento, in questo caso alquanto sensibile. In effetti il padre, inizialmente contrario alle volontà del figlio e in parte noncurante del peso che le sue parole potevano avere su di lui, alla fine non solo si dimostra comprensivo e pentito del suo comportamento precedente, ma diventa anche un elemento di supporto per il figlio, che sta affrontando una crisi interiore molto delicata.

Il direttore della fotografia è Ash Taylor-Jones, noto per il suo interessante lavoro sugli effetti chiaroscurali delle ombre. Per quanto riguarda le inquadrature, esse si alternano principalmente fra il particolare che pone attenzione ai piccoli dettagli e il primo piano. La focalizzazione su molti dettagli ed elementi dona al corto un ritmo piuttosto lento, ma che resta semplice e non intrecciato o difficile da comprendere. Inoltre, la luce assume un valore simbolico: inizialmente i personaggi sono immersi in un ambiente cupo, come l’interiorità del protagonista, per poi schiarirsi e illuminarsi con l’accettazione da parte del padre. Il montaggio risulta fluido anche per quanto riguarda l’accompagnamento musicale che segue la narrazione sullo stesso piano.

La scenografia del corto risulta molto semplice, con una predilezione per gli interni come la casa, la scuola e la macchina. Questa scelta di semplicità è dovuta anche al fatto che il tema trattato è il bullismo, tipico nell’ambiente scolastico e casalingo e, di conseguenza, molto semplice e ricorrente. Questa modestia rimanda anche a un senso di assenza che perdura lungo tutto il corto: possiamo infatti sottintendere che questa assenza sia legata alla perdita recente della madre del bambino protagonista del filmato.

Trucco e costumi sono stati realizzati rispettivamente da Jocelyne Cardenas e da Kai Jiang. L’importanza, come approfondito precedentemente, non è data ai dettagli ma all’interiorità dei personaggi. I costumi non risultano, quindi, fondamentali, ma fungono solo, in alcuni casi, da elemento tramite per condividere un concetto. Ad esempio, nella scena iniziale in cui l’attenzione è focalizzata su determinati dettagli, i gioielli, affascinando il bambino, rappresentano un oggetto rappresentativo l’assenza che abita la trama. Anche nella scena finale, il padre, mentre accompagna il figlio a scuola per appendere finalmente l’autoritratto che rappresenta veramente l’interiorità del bambino, indossa una gonna che rappresenta simbolicamente la stima, il rispetto e la solidarietà verso il figlio.

Per quanto riguarda l’inquadratura finale, costituita dal dettaglio dell’autoritratto realizzato dal giovane protagonista, è possibile notare una somiglianza con i famosi quadri di Pablo Picasso. In particolare, emerge la presenza di una tangibile spaccatura, che potrebbe essere il simbolo della sua incertezza interiore causata dalla grande crisi d’identità provata in questo momento delicato della sua vita, dopo la perdita della madre.

Riassumendo, dato l’approccio particolarmente interessante adottato dai registi per parlare di questa tematica particolarmente sensibile e importante, il cortometraggio sensibilizza efficacemente e risulta impattante sotto tutti i punti di vista.

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