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Joan Thiele Musicastelle Foto Max Riccio
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Joan Thiele Musicastelle Foto Max Riccio
Mentre l’eco della sua chitarra risuonava tra le vette della Coumba Freida, la voce di Joan Thiele riempieva l’aria con la sua miscela soul, pop e indie-elettronico. È iniziata così, sotto un sole più generoso del previsto e davanti a circa 600 persone, l’edizione 2026 di Musicastelle, aperta da una delle artiste più raffinate e riconoscibili della scena italiana contemporanea.
Sul palco di Doues Joan Thiele si è presentata con una maglietta nera dei Led Zeppelin sopra una camicia bianca a sbuffo, stivali e occhiali da sole. Con lei soltanto due musicisti: il bassista Emanuele Triglia e il batterista Steasy, in una formazione essenziale che ha lasciato spazio alle sfumature della sua voce e della sua chitarra.
Raffinata e magnetica, Joanita si conferma una delle artiste più originali del panorama musicale italiano contemporaneo. Il suo stile fonde influenze internazionali in una proposta personale e riconoscibile, capace di unire ricerca sonora e immediatezza emotiva. Una cifra artistica che negli ultimi anni le è valsa crescente attenzione da parte del pubblico e della critica, come dimostrano le apprezzate partecipazioni al Festival di Sanremo e alla cerimonia di chiusura dei Giochi Olimpici, tappe che hanno contribuito a consolidarne l’immagine di artista elegante, contemporanea e in continua evoluzione.
L’apertura è stata affidata a “La forma liquida”, seguita da “Acqua blu” e da altri brani tratti da Joanita, l’album pubblicato un anno fa. Tra questi anche “Tramonto”, costruito attorno a un campionamento di “Crepuscolo sul mare” di Piero Umiliani, che ha subito mostrato una delle caratteristiche più affascinanti del live: il continuo intreccio tra suggestioni vintage, sonorità contemporanee e richiami sudamericani.
Le atmosfere create dalla cantautrice italo-colombiana – è nata a Desenzano del Garda da madre napoletana e padre svizzero di origini colombiane – hanno attraversato tutto il concerto, tra beat morbidi, influenze sudamericane e richiami agli anni Sessanta, in un costante dialogo tra voce e chitarra. Una proposta musicale capace di alternare leggerezza e profondità, accompagnata da una leggera brezza che, a tratti, sembrava portare l’eco della chitarra a perdersi tra le montagne, amplificando la sensazione di grande intimità tra pubblico e artista.
Tra i passaggi più significativi del concerto, “Puta”, introdotta da una riflessione sul rispetto e sull’autodeterminazione femminile. «Dobbiamo sempre farci rispettare come donne», ha detto Joan prima di attaccare il brano. Il caldo pomeriggio valdostano ha sorpreso anche l’artista, che più volte durante l’esibizione si è fermata per bere e ha scherzato con il pubblico: «Fa caldo, non me l’aspettavo».
Non sono mancati i momenti più personali. Presentando “Bacio sulla fronte”, Joan Thiele ha raccontato come il brano sia profondamente autobiografico: «Parla di me, della mia famiglia, divisa tra Italia e Sudamerica, ed è un modo per riconnettersi a ciò che eravamo da piccoli». In scaletta anche “Veleno”, “Sotto la pelle”, “XX LA”, la delicata cover di “Che cosa c’è” di Gino Paoli e “L’invisibile”.
Il momento più intenso è arrivato però con “Eco”, eseguita soltanto con chitarra e voce. Prima di iniziare, l’artista l’ha definita «una sorta di lettera a mio fratello e a mia madre», dedicandola alle famiglie non convenzionali: «Sono piene di amore». Il finale a cappella, accolto da un silenzio quasi assoluto, ha regalato uno dei passaggi più emozionanti dell’intero pomeriggio.
La chiusura è stata affidata a “Volto di donna”, prima della presentazione della band e dei calorosi applausi del pubblico, che hanno richiamato Joan Thiele sul palco per un breve bis dopo circa cinquanta minuti di concerto. E così parte di nuovo “Acqua blu“: questa volta, però, tutti si alzano in piedi per ballare e salutare la cantante. “E’ stato bellissimo, intimo ed emozionante – ha chiuso Joan Thiele – ci avete regalato un’energia incredibile: tornerò, ve lo prometto!”












