La prima nazionale di Atlante. Oggi splende il sol, produzione della compagnia Palinodie con la regia di Stefania Tagliaferri e la drammaturgia di Verdiana Vono, è stata “benedetta” ieri, martedì 14 aprile, da un Teatro Splendor quasi sold out. Lo spettacolo, che si muove su un confine sottile tra realtà e sospensione, tra cronaca e immaginazione, interrogando lo spettatore sul proprio modo di stare al mondo, ha esordito così nella città dove la compagni teatrale è nata e ha deciso di crescere e muoversi, provando che anche in provincia, lontano dai grandi centri culturali affermati e conosciuti, si può fare teatro di qualità.
Atlante è sempre lo stesso luogo e allo stesso tempo non lo è mai davvero: uno spazio riconoscibile, quasi familiare, che però si incrina in dettagli minimi, come in un gioco enigmistico dove si è chiamati a “trovare le differenze”. Un nuovo Stato compare, un ghiacciaio scompare, e in queste variazioni apparentemente marginali si insinua una trasformazione più profonda, quasi impercettibile ma inquietante. L’aeroporto diventa così il simbolo di un presente instabile, un luogo dove tutto cambia senza mai dichiararsi apertamente.
È proprio nello spazio dell’aeroporto, come in altri luoghi di transito e sospensione, che il tempo sembra perdere consistenza. Gli scali e le attese si susseguono, ma il tempo non scorre mai davvero: si dilata, si smarrisce, si annulla. I voli partono (o forse no), in una dinamica che richiama una dimensione beckettiana, una sorta di attesa infinita in cui, come in Aspettando Godot, ciò che si aspetta tarda ad arrivare e non si sa se arriverà mai davvero. Questa sospensione costruisce un progressivo climax di ansia e claustrofobia, che avvolge personaggi e spettatori in una sensazione di immobilità forzata.

In questo paesaggio si inserisce la voce di Alberto Zanin, che racconta in sottofondo le sue esperienze con Emergency in Sierra Leone e Afghanistan. Le sue parole aprono uno squarcio netto nella dimensione simbolica della scena, riportando tutto a una concretezza brutale. Il suo Afghanistan lo ha trasformato, dalla figura da moderno Robin Hood che la regista gli aveva incollato addosso da bambino, a un uomo che sente di aver bruciato alcune tappe della sua “carriera”, immerso in un contesto dove la guerra non è un’astrazione ma una presenza quotidiana, inevitabile.
E proprio questa presenza costante solleva una domanda che attraversa tutto lo spettacolo: la guerra è davvero altrove? Così i personaggi si susseguono e portano in scena, ognuno per la propria vita, la loro guerra, il loro tormento interno che si ripercuote sulla loro dimensione, ma anche su quella degli altri, involontariamente, nel solco dei piani individuali e collettivi che si mescolano e si sovrappongono incessantemente.
“C’è sempre una guerra da qualche parte, basta che non sia qui”: è questa una delle tensioni più forti che emergono, una riflessione amara su una percezione occidentale che tende a confinare il conflitto lontano, fuori campo, come se non ci riguardasse. Eppure Atlante, pur essendo uno spazio chiuso e apparentemente neutro, finisce per contenere tutto: un mondo piccolo che riflette un mondo tutt’altro che piccolo, dove le distanze si accorciano e le responsabilità si fanno più difficili da ignorare.
Lo spettacolo costruisce così una stratificazione di piani, reale e simbolico prima, individuale e collettivo dopo, che mette in crisi la percezione dello spettatore. Il modo di stare al mondo diventa allora il vero nodo centrale: come ci si posiziona rispetto a ciò che accade fuori, o che crediamo accada fuori? Quanto siamo davvero dentro ciò che consideriamo distante?
Nel progressivo accumularsi di immagini, voci e attese mancate, Atlante. Oggi splende il sol riesce a generare un senso di inquietudine persistente, che non si scioglie, ma resta. E mentre i voli continuano a non volare e il tempo a sfuggire, la domanda finale rimane sospesa, senza risposta: la guerra è davvero fuori o è già, in qualche forma, anche qui?

Una risposta
In un suggestivo caso di sincronicità junghiana, proprio ieri veniva pubblicato il video della recente esibizione live di David Byrne al festival di Coachella 2026. La canzone? Inevitabilmente “Life During Wartime”:
https://www.youtube.com/watch?v=Kn1vsMJk260
Grazie all’arte, in tutte le sue forme, per la sua capacità di farci riflettere su verità scomode.