Rap, sogni e segreti. Conversazioni intorno a identità e diritti, nuova musica e nuovi giovani

Sabato 23 aprile si è svolta in Cittadella dei giovani la tavola rotonda “Rap, sogni e segreti" con gli psicologi Silvestro Lecce e Federica Bertin, il rapper Kento, l'artista rap valdostana Fabienne “Jakido” Jacquemod, Viviana Rosi e Nora Demarchi di Non una di Meno VdA, ed il giornalista Simone Nigrisoli.
Tavola rotonda Rap sogni e segreti
Cultura

Ruota attorno ad una domanda la tavola rotonda Rap, sogni e segreti. Conversazioni intorno a identità e diritti, nuova musica e nuovi giovani svoltasi ieri in Cittadella: “Che cosa è cambiato?”. È questo che si sono chiesti gli ospiti presenti, tutti più o meno coinvolti, interessati o, talvolta, preoccupati dal fenomeno musicale e culturale del rap e della trap, che si è imposto nel panorama internazionale ed italiano diventando un vero e proprio segno distintivo della cosiddetta “generazione Z”.

Insieme, gli psicologi Silvestro Lecce e Federica Bertin, la rapper valdostana Fabienne “Jakido” Jacquemod, il rapper Kento, Viviana Rosi e Nora Demarchi di Non Una Di Meno Vda e il giornalista Simone Nigrisoli hanno cercato di indagare le radici, le caratteristiche e le contraddizioni del rap. Una realtà complessa e multiforme che intreccia i sogni, le ambizioni e i disagi della gioventù di oggi con le ambiguità e le storture della società che rispecchia. 

La storia del rap e della trap inizia da lontano e nel libro Walk This Way. La subcultura Hip Hop dagli Stati Uniti all’Italia Simone Nigrisoli ha tracciato un excursus sulla subcultura hip hop statunitense e sulla sua emulazione italiana, tratteggiando tre fasi principali. “Dal 1982 agli anni ’90 la cultura hip hop è relegata a un ristretto gruppo di persone che cantano in inglese e si vestono all’americana. Presto si passa all’hip hop collegato ai centri sociali e alla sinistra extra parlamentare e gli artisti iniziano a cantare in italiano, nei contesti di protesta e di lotte di strada. Infine dal 1994 in poi il rap esce dai centri sociali diventando sempre più commerciale e americanizzato: non è più centrale la protesta, ma la tecnica, il livello del basi e le produzioni musicali”.

L’intreccio tra politica e musica, però, si conserva e in questo mix, ipotizza Nigrisoli, si possono rilevare delle conseguenze negative. “Il rap nasce nella cultura liberista statunitense, ma in Italia si radicalizza nella cultura di protesta collettiva e non di battaglia individuale per raggiungere il successo. Ecco perché molti artisti italiani sono stati screditati quando hanno iniziato a fare soldi”. Nei primi anni 2000 il rap in Italia è poco ascoltato, fino a quando l’album Tradimento di Fabri Fibra rilancia nel 2006 il genere che si è affermato forse più di tutti nella scena degli ultimi anni. 

Probabilmente è capitato a tutti i genitori, come ha confessato il moderatore Marco Brunet, conduttore radiofonico di Radio Rai Valle d’Aosta, di provare la sindrome del “dove ho sbagliato?”, ascoltando le canzoni preferite dei propri figli dallo stereo monopolizzato dell’auto o passando davanti alla loro camera. Gli psicologi Silvestro Lecce e Federica Bertin in Generazione trap. Nuova musica per nuovi adolescenti hanno voluto fare da tramite proprio tra gli adulti preoccupati e i giovani che fanno del rap il loro mezzo privilegiato per esprimersi.

“Ci siamo chiesti come il rap riesca ad unire ragazzi così distanti e appartenenti a contesti socioeconomici completamente diversi”, ha spiegato Lecce, “e abbiamo notato che nel rap si realizza ciò che Pasolini aveva profetizzato. Gli adolescenti di oggi sono l’avanguardia esasperata a disperata della società in cui vivono, in cui dominano narcisismo, individualismo e consumismo”. La musica è da sempre stata uno degli strumenti principali con cui la gioventù si esprime e costruisce la propria identità. Da qui la preoccupazione di Federica Bertin nel notare temi ricorrenti, nei testi e nei video rap, quali “misogina, criminalità, sostanze psicotrope e ricerca esasperata del successo, di fronte ai quali ci chiediamo se sia possibile un loro passaggio dal virtuale al reale”. 

Secondo Kento, rapper calabrese e autore del libro Barre. Rap, Sogni e Segreti in un Carcere Minorile, il racconto sul rap è tridimensionale e non va appiattito. La risposta che dà alla domanda “che cosa è cambiato?” è, semplicemente, “niente”: “Il rap non è diventato commerciale, sessista e capitalista, ma lo è sempre stato e si è sviluppato in un periodo ultra capitalista come quello reaganiano. In Italia all’inizio ne è arrivato solo un pezzo ma l’hip hop, come tutte le culture mainstream, finisce per riflettere la società nel bene e nel male”. Ed è proprio la società post-ideologica, priva di valori e abbandonata a se stessa che la generazione Z rispecchia nelle sue canzoni. “Il rap non va considerato come un pericolo sociale”, chiosa Nigrisoli, “ma come l’urlo di una generazione che non ha niente. Non dobbiamo puntare il dito al genere musicale, come se fosse questo a deviare la gioventù di oggi, ma dobbiamo focalizzarci sulle risposte da darle”. 

D’altra parte, non tutta la trap parla di sesso, droga e soldi. L’artista trap valdostana Fabienne “Jakido” Jacquemod ne è la prova vivente. “Io non parlo dei problemi e del disagio che si possono trovare in molti testi, perché non li ho mai avuti e ho sempre cercato di scrivere della mia realtà. Molti artisti invece parlano comunque di quei contenuti anche se non fanno parte della loro esperienza, perché alla gente piacciono e perché ultimamente più si è trasandati più si è fighi. È un circolo vizioso e anche pericoloso, perché molti non sanno distinguere la vita reale da ciò che ascoltano”.

Jakido appartiene alla categoria sempre crescente di donne che scelgono come mezzo di espressione un genere che, paradossalmente, abbonda di stereotipi maschilisti. Proprio questo aspetto ha spinto Non Una Di Meno Vda a diffondere nel 2018 un manifesto contro il sessismo nel rap. “Non aveva un intento censorio né voleva stabilire automatismi”, spiega Viviana Rosi, “ma voleva far riflettere su un genere che condivide la matrice culturale della violenza sulle donne”, spiega Viviana Rosi.

Rosi puntualizza, però, che “il machismo è da sempre presente nella tradizione popolare, fin dalle prime canzoni di Sanremo”, e che “la preoccupazione rivolta al rap è la stessa apprensione che gli adulti hanno da sempre nei confronti dei giovani, che si è rivolta nei decenni passati anche ai manga giapponesi e ai videogiochi”. Inoltre, il mondo del rap è talmente flessibile e ambiguo da permettere l’ingresso di figure che possono essere definite “gender fluid” e da ribaltare talvolta il maschilismo in una rivendicazione femminista e individualista.

“Se da un lato c’è la ragazza oggetto, dall’altro però emergono figure che non si rappresentano in un genere definito e corrispondono ad un sentire che sta emergendo sempre di più”, spiega Rosi. Conclude Demarchi dicendo che “vedere la trap come un modo di empowerment può essere una delle strategie per capire meglio le varie sfaccettature di questo fenomeno, evitando così di demonizzarlo”.

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