Entrare una persona alla volta, impostare il telefono in modalità silenziosa, rispettare la riservatezza degli altri pazienti, concordare la rotazione di visita con il personale sanitario. Sono queste alcune tra le semplici regole per una “buona convivenza” tra pazienti, parenti e operatori medici adottate con successo, in due anni di sperimentazione, dal Reparto di Terapia Intensiva dell’Ospedale Parini di Aosta. A fare il punto sull’esperienza “Rianimazione Aperta”, conclusa con l’adozione in maniera definitiva di questo modello organizzativo, sono stati questa mattina il direttore generale pro tempore dell’azienda USL, Francesco Arnoletti, e il direttore del Dipartimento Anestesiologia, Cure intensive e dell’urgenza, Enrico Visetti.
“Le rianimazioni italiane hanno tradizionalmente una struttura "chiusa" – ha spiegato Arnoletti – con regole d’accesso molto restrittive che limitano l’ingresso e la presenza dei famigliari, mentre nei Paesi del Nord d’Europa la rianimazione "aperta" è piuttosto diffusa. Questa prevede una razionale riduzione o abolizione delle limitazioni non necessarie a livello temporale, fisico e relazionale”.
La sperimentazione è stata avviata nell’ottobre 2011, mentre nel 2012 è stato promosso e realizzato uno specifico corso di formazione destinato a tutto il personale sanitario coinvolto nelle attività di rianimazione: medici, infermieri, operatori socio-sanitari. Oggi, nella struttura dotata di dieci posti letto e ospitata al Parini, dove transitano 400 pazienti l’anno, la rianimazione aperta è una realtà consolidata.
“Abbiamo iniziato questo percorso con alcuni dubbi e perplessità – ha aggiunto Visetti – ma ora possiamo dire che funziona e che siamo soddisfatti. La presenza di parenti e familiari non deve essere considerata un privilegio da concedere ma piuttosto una componente necessaria per il benessere sia del paziente sia della famiglia. Inoltre il lavoro svolto in rianimazione sotto gli occhi dei familiari contribuisce anche a dare loro rassicurazione, rafforzando la convinzione che il proprio congiunto è seguito con impegno e in modo continuativo. Infine, l’accesso "aperto" favorisce una comunicazione più adeguata con i curanti e accresce la fiducia e l’apprezzamento per l’équipe medico-infermieristica”.
Aprire la rianimazione significa però affrontare una serie di problemi. Oltre a rimettere in gioco ritmi e regole, che appartengono a una radicata tradizione, è necessario un cambiamento culturale e una seria riflessione sul senso e la qualità dei rapporti con il paziente e la sua famiglia, oltre ovviamente a fissare regole ben precise.
“Da un punto di vista sanitario è fondamentale precisare che non abbiamo registrato alcun un aumento nel numero d’infezioni tra i pazienti”, spiega ancora Visetti. Insomma, i parenti non rischiano di peggiorare la situazione dei propri cari. Anzi. “Se non ci sono prove scientifiche che nei casi d’incoscienza la presenza di un famigliare aiuti a migliorare le condizioni del paziente – ha continuato Visetti – in tutti gli altri casi, compresi quelli di delirio da rianimazione, una faccia conosciuta e un ambiente amichevole aiutano ad abbatter i fattori disturbanti”. A migliorare poi è anche il rapporto tra il personale e le famiglie delle persone ricoverate. “La conflittualità è stata ridotta in maniera significativa, il che contribuisce a rendere migliore anche il nostro lavoro”.
