Long Covid, la sindrome “che si è presa la mia vita”

Il racconto di una valdostana di 47 anni, che da 16 mesi combatte contro la sindrome del Long Covid. "Questo veleno si è preso la mia vita, rendendomi invalida”.
Image by Pixabay
Società

Nel febbraio 2020 le notizie che arrivano dalla Cina sul Covid-19 sembravano così lontane, anche a chi come Maria (nome di fantasia) aveva deciso di trascorrere le vacanze d’inverno con marito e figli a Barcellona. Mai avrebbe potuto immaginare che in realtà quelle notizie l’avrebbero toccata così da vicino al rientro da quel viaggio, catapultandola in un “calvario” che dura ormai da 16 mesi.
47 anni, valdostana, madre di due figli piccoli, Maria soffre della sindrome del Long Covid. Ha deciso di raccontarci la sua storia, chiedendoci però l’anonimato.

“Sono partita per Barcellona che avevo già un po’ di tosse. In Spagna, così come in Europa, si parlava poco di Coronavirus. Quando sono rientrata la tosse è peggiorata e anche i bambini non stavano bene”.

La valdostana si rivolge quindi al medico di famiglia. “E’ venuta a casa a visitarci e dopo averci prescritto alcuni farmaci, fra cui il cortisone per me, ci ha consigliato di restarcene chiusi in casa, senza avere contatti con altre persone. ” E così la famiglia di Maria fa, mettendosi in quarantena e iniziando in anticipo quel lockdown che dal 9 marzo coinvolgerà tutto il paese. “Nel frattempo peggioro, perdo peso e capelli, non sento più odori e gusti e non riesco più ad alzarmi dal letto”. Con il lockdown diventa difficile rivolgersi in ospedale e anche contattare il medico di famiglia, risultato positivo al Covid.

Maria non ha all’inizio i sintomi caratteristici del Covid. “Tosse sì, ma mai febbre, per questo nessuno all’inizio mi ha sottoposto ad un test”. Soltanto ad aprile, quando riesce finalmente a esser visitata in ospedale, le analisi del sangue rivelano che Maria aveva contratto il Covid-19. Il check-up mostra però anche tutte le complicanze insorte a seguito di quella infezione: alterazioni nella coagulazione del sangue, miopericardite e una piccola polmonite. “Ero esausta, non riuscivo a camminare, mi muovevo solo strisciando o gattonando, non potevo lavarmi da sola e tanto meno avevo la forza di lavorare. Avevo attacchi di nausea e diarrea, emicrania costante, un peso sul petto, e a tratti momenti di confusione mentale”. In ospedale le prescrivono una cura per le complicanze cardiache, ma non hanno gli effetti sperati. “Il mio corpo era resistente ai farmaci” .

A maggio l’Italia esce dal lockdown, che per Maria proseguirà invece ancora per settimane. “Non avevo la forza fisica e mentale per uscire di casa”.

La svolta o quanto meno la luce in fondo al tunnel la donna inizia a vederla soltanto un anno dopo, nel giugno del 2021,  quando un cardiologo “mi prescrive diverse cure, quelle giuste sembra, che mi riportano a camminare e a controllare le palpitazioni, la fatica, il dolore e l’insonnia. Oggi prendo sette diversi farmaci al giorno e lentamente sto migliorando”.

In questi lunghi mesi che hanno sconvolto non solo la vita di Maria, ma anche quella della sua famiglia, alla donna non è mai mancata “un’assistenza medica, psicologica e logistica d’eccellenza qui in Valle d’Aosta. Ho incontrato e parlato al telefono con tanti medici, molti li ho trovati provati per gli enormi sacrifici che in quei mesi stavano facendo, ma tutti, nonostante la stanchezza, hanno sempre provato ad aiutarmi, a prendersi a cuore il mio caso e a cercare di trovare una cura. Ho ricevuto inoltre assistenza psicologica, gratuita, dell’Usl per me e la mia famiglia”.

Oltre ai sintomi fisici come stanchezza, il dolore, la mancanza di fiato, ci sono infatti da affrontare i problemi psicologici come la depressione, l’ansia e i disturbi del sonno.

“Questa malattia mi ha preso la vita e me la sta sputando addosso. A me, così come a tante altre persone, con cui sono entrata in contatto, iscrivendomi ad un gruppo mondiale di autosostegno sul long covid. Ogni settimana ci confrontiamo, supportiamo e ci scambiamo informazioni, che sono ancora poche, su cure e assistenza. Rispetto a molti di loro, io ho avuto la fortuna di avere una famiglia al mio fianco, la sanità pubblica copre le mie cure, mentre in altri paesi c’è chi ha perso il lavoro e non ha l’assistenza sanitaria”.

Anche in Valle d’Aosta Maria entra in contatto con altre persone che stanno affrontando lo stesso, lungo, percorso.

“Non sono mai stata una persona sportiva, ma prima della malattia ero sicuramente una persona molto attiva, che oltre a lavorare si prendeva cura della propria famiglia e di due figli piccoli e con loro viaggiava tantissimo. Non avevo alcuna patologia pregressa e a 47 anni non si può dire che abbia un’età avanzata. Eppure questo veleno si è preso la mia vita, rendendomi invalida”.

Nelle ultime settimane con il miglioramento delle condizioni fisiche, per Maria è arrivato anche il momento del vaccino. “Posso capire la paura o i dubbi per un nuovo vaccino, ma se si può, forse è meglio farlo, perché è vero che il Covid può essere meno di un raffreddore per molti, ma può anche essere, come è stato per me, devastante. ”

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

This site is protected by reCAPTCHA and the Google Privacy Policy and Terms of Service apply.

Vuoi rimanere aggiornato sulle ultime novità di Aosta Sera? Iscriviti alla nostra newsletter.

Articoli Correlati

Società
Società