Mobilità sanitaria, un cittadino denuncia: “L’Usl viola il diritto alla libera scelta”

Dallo scorso giugno i residenti in Valle d'Aosta possono rivolgersi alle strutture sanitarie private accreditate fuori regione solo in presenza di un'autorizzazione. Una scelta che secondo un cittadino sarebbe però in contrasto con la Costituzione.
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Storie di cittadini che non sono disposti a fare sconti sui principi. Quella che raccontiamo oggi riguarda la sanità e, più particolarmente, un meccanismo scattato lo scorso 1 giugno. Introdotto dalla legge finanziaria regionale 2016/8, e disciplinato nei dettagli da una delibera di Giunta regionale dell’inizio di maggio, stabilisce che una serie di prestazioni di ricovero e di radiologia diagnostica non possa più essere effettuata dai residenti in Valle in strutture sanitarie private accreditate fuori regione, in assenza di un’autorizzazione preventiva “nominativa ed individuale”, che va rilasciata da una commissione di valutazione dell’Unità sanitaria locale.

Tutto ha inizio il 16 novembre, quando un padre di famiglia residente in un comune della media valle si vede prescrivere, dal medico di un servizio dell’Usl, una risonanza magnetica, volta ad approfondire un disturbo patito dal figlio. Il racconto continua quindi con le parole del reclamo che l’uomo ha inviato, all’inizio di dicembre, al Direttore generale dell’Azienda e, per conoscenza, all’Assessore regionale alla Sanità: “mi rivolgevo pertanto al contact center radiologia dell’ospedale di Aosta per conoscere i tempi” dell’esame”. La risposta: “una RMN non urgente non sarebbe stata prenotata prima della seconda metà di gennaio 2017”. Non meno, quindi, di due mesi e mezzo di attesa.

Com’è comprensibile da parte di un genitore, per cercare di capire se fosse possibile fare più in fretta l’uomo si rivolge a una struttura convenzionata con il servizio sanitario nazionale, a Torino. “Apprendevo che per i soli residenti in Valle d’Aosta – scrive – l’esecuzione di una RMN in regime di convenzione doveva essere autorizzata dal servizio di radiologia diagnostica" del nosocomio aostano. Nuova telefonata al Contact center, che “oltre a confermarmi che l’autorizzazione preventiva era necessaria”, aggiungeva che la stessa “sarebbe stata rilasciata solo in due casi”: “esami di bimbi pediatrici fatti in sedazione” e “esami specifici che non si eseguono presso la nostra struttura”.

Il padre del giovane paziente getta la spugna: la prestazione di cui ha bisogno non rientra in nessuno dei due ambiti e, desideroso di non lasciar passare troppo tempo, prenota, nella stessa struttura fuori valle cui si è indirizzato, ma in regime privatistico, la risonanza, che viene fissata per il 28 novembre: dodici giorni dopo la prescrizione iniziale. Costo dell'esame (a totale carico dell’utente, a questo punto): 352 euro.

Per l’uomo, l’azienda Usl della Valle d’Aosta “ha gravemente violato il diritto del paziente alla libera scelta della struttura sanitaria convenzionata con il SSN”, avendo “subordinato l’esecuzione di una prestazione fuori regione ad una autorizzazione amministrativa”. Di fatto, tale disposizione, nel caso specifico, “costringe a rivolgersi unicamente presso la struttura di radiologia dell’ospedale di Aosta, senza possibilità di scegliere liberamente, sia pure all’interno dei servizi offerti dal Servizio sanitario nazionale, la struttura ed il professionista”.

La conclusione è lapidaria: l’Usl “ha violato i diritti soggettivi” del paziente, “per di più assicurando un servizio molto meno efficiente (in termini di tempi di attesa, quantomeno) di quello di altre strutture convenzionate”. A sostegno di tale affermazione, vengono ricordati almeno sei pronunciamenti delle Sezioni unite della Corte di cassazione, tra il 1999 e il 2001, univoci su un punto: “fermo restando che l’erogazione delle prestazioni è subordinata ad apposita prescrizione, è libera la scelta della struttura sanitaria accreditata cui rivolgersi, sicché il privato assistito, ottenuta la necessaria prescrizione, ha un vero e proprio diritto soggettivo alla libera scelta”.

Ben conscio delle ragioni alla base del principio introdotto dall’Amministrazione regionale (sostanzialmente legate alla volontà di disincentivare la mobilità sanitaria interregionale per prestazioni inappropriate, vista la spesa di quasi un milione e mezzo di euro sostenuta dalla Valle d’Aosta per la compensazione di 690 ricoveri ad altre regioni, relativamente al 2013), l’uomo ricorda tuttavia ai vertici dell’Usl e dell’assessorato che il “diritto soggettivo non è suscettibile di essere compresso”, poiché “la legislazione in materia limita le compensazioni di natura finanziaria tra le regioni e non certamente il diritto di libera scelta del paziente”.

Il reclamo si conclude quindi con alcune richieste, tra cui quella, rivolta direttamente all’assessore, di “ripristinare la legalità nel sistema sanitario regionale ed assicurare a tutti i pazienti residenti in Valle la possibilità di libera scelta e di accesso alle strutture sanitarie extraregionali, anche in considerazione della scarsità delle alternative esistenti nella piccola regione valdostana”. 

Ad oggi, l’esito è stato un contatto informale con la dirigenza Usl, che non ha soddisfatto il cittadino (è stata, sostanzialmente, confermata la legittimità delle disposizioni in vigore). Dall’assessorato, silenzio. L’uomo però non ha intenzione di arretrare di un millimetro e lo ha già scritto chiaramente al termine del reclamo, manifestando la volontà “di agire nelle competenti sedi previste dall’ordinamento per la tutela del proprio diritto soggettivo, nessuna esclusa, nonché di dare ampia diffusione, anche mediatica” all’esposto. Detto e, per la seconda parte, fatto. Difficile pensare, dopo aver trattato il tema per quasi un’ora con l’autore del reclamo, che non lo sia, a breve, anche per la prima. 

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