Scrivo perché vorrei fosse posta più attenzione all’argomento accessibilità per le persone disabili.
Nel 2026 la parola “inclusione” viene ormai utilizzata ogni giorno per porre l’attenzione sulle difficoltà che affrontano ogni giorno diverse categorie parte della società.
Sentiamo la parola inclusione quando si parla della comunità LGBTQ+ per evitare che violenza e discriminazione colpiscano ancora le persone parte di questa comunità.
Sentiamo la parola inclusione quando ci si riferisce alla multiculturalità italiana che caratterizza il nostro Paese da molti anni.
E infine sentiamo la parola inclusività quando si parla di persone con disabilità, per eliminare i pregiudizi e dare più speranza a chi sente di essere limitato nelle proprie ambizioni.
Quello che accomuna tutte queste categorie è che la parola inclusione rimane solo tale: una parola, non un fatto, non un gesto. non un comportamento, non un valore.
Il 7 luglio, al concerto di Antonello Venditti presso il forte di Bard, molti hanno potuto vedere la scarsa organizzazione della struttura per quanto riguarda le persone con disabilità, a partire dai parcheggi riservati (occupati da macchine senza contrassegno) fino alla poca attenzione del personale nel dare la priorità a chi ha difficoltà fisiche anche nel solo aspettare in piedi in fila per un tempo prolungato.
La gentilezza di una parte del personale ha fatto sì che lo spostamento non si sia rivelato difficoltoso.
Il problema però non si ferma ad un singolo evento o all’organizzazione del Forte, è piuttosto un fenomeno sociale a cui si pone poca attenzione.
Bisogna guardare un quadro più generale e scavare a fondo della società degli ultimi 20 anni.
La parola inclusione ormai annoia il cittadino italiano medio, questo perché, in Italia, una parte di società interessata a porre fine alle differenze cerca di mettere in atto una rieducazione, che purtroppo infastidisce chi vede l’accessibilità data alle persone con disabilità solo come un privilegio, per saltare le file o avere un parcheggio vicino.
Ad una persona con disabilità, però, basta viaggiare in alcuni Paesi europei, come la Germania, per capire il vero significato di accessibilità e inclusività, e non si parla solo di servizi, ma dell’educazione data fin da piccoli.
Secondo una statistica Istat, al 31 dicembre 2024, il numero totale di cittadini italiani residenti all’estero ha raggiunto i 6,4 milioni e il dibattito sul perché l’emigrazione italiana, soprattutto di giovani italiani laureati, stia aumentando è sempre più acceso.
Il motivo di questo fenomeno migratorio non è solo dato dall’offerta di salari o di una qualità di vita più alti, ma anche dalla grande differenza sociale che hanno presentato alcuni Paesi esteri.
Ciò che manca al nostro Paese purtroppo è l’educazione civica, che eliminerebbe l’egoismo, che ormai caratterizza questa società malata, e lo sostituirebbe con altruismo, educazione, senso civico, rispetto del prossimo e delle regole, rispetto per chi ha delle disabilità, senso di uguaglianza e molto altro.
Se solo fosse messo da parte il bisogno di privilegio, di essere al di sopra degli altri predicando dal piedistallo finti valori democratici, forse la società italiana riuscirebbe a rispondere alla domanda “Come mai tutti questi giovani si trasferiscono all’estero?”
Mi auguro che in futuro la parola “inclusione” non sarà più usata come slogan propagandistico, ma come la parola chiave nell’educazione delle generazioni future.
Lettera firmata