Sono un operatore socio-sanitario. Opero da decenni sul territorio valdostano e scrivo questa lettera nella speranza che qualcuno mi ascolti, che qualcuno possa verificare il mio racconto, che qualcuno possa dedicare seriamente tempo e lavoro a me e a tutti i miei colleghi, affinché venga migliorata una situazione che oggi rappresenta il nostro futuro e quello dei servizi che offriamo.
Una premessa importante e doverosa è specificare che opero e ho operato prevalentemente nella pubblica amministrazione, sia a livello territoriale sia all’interno di strutture residenziali, meglio conosciute con il nome di microcomunità.
Amo il mio lavoro e la motivazione non mi è mai mancata, in particolare nel periodo in cui la gestione era assegnata ai Comuni. Purtroppo, soprattutto nell’ultimo decennio, nonostante le numerose battaglie interne per apportare miglioramenti, la situazione è decisamente peggiorata e la motivazione è quasi scomparsa.
Prima di tutto, gli aggiornamenti professionali si sono ridotti ai soli percorsi obbligatori, sempre gli stessi e sempre finalizzati a conferire all’operatore le proprie responsabilità: misure antincendio, movimentazione dei carichi, sicurezza sul lavoro e privacy. Eppure, nonostante le norme sulla sicurezza sul lavoro, riferite in particolare al nostro settore, prevedano monitoraggio e supporto psicologico, sono stati organizzati soltanto due incontri in quindici anni da parte di chi ci amministra, perlomeno nella mia esperienza.
È bene specificare che il lavoro dell’operatore socio-sanitario richiede fatica fisica e psicologica in egual misura. Richiede grande responsabilità, capacità di lavorare in gruppo e, soprattutto, la presenza di figure qualificate in grado di coordinare il personale e mediare le situazioni di attrito: tra OSS e OSS, tra OSS e familiari, tra OSS e destinatari dei servizi o ospiti delle microcomunità.
Questa panoramica generale serve a illustrare a chi leggerà chi siamo e cosa significa lavorare nelle strutture residenziali, ognuna con le proprie specificità. Almeno fino a qualche tempo fa era così, perché oggi la classificazione delle strutture esiste soprattutto sulla carta, ben redatta dall’assessorato competente, ma raramente accompagnata dagli interventi necessari per rendere possibile, sicuro e agevole il lavoro al loro interno.
In alcune strutture, infatti, gli operatori lavorano ancora in edifici datati, progettati per ospiti parzialmente non autosufficienti, mentre oggi accolgono persone totalmente non autosufficienti. Gli spazi sono spesso ridotti e non consentono un utilizzo adeguato degli ausili previsti.
Nel frattempo, gli organici sono stati ridotti o mantenuti al minimo indispensabile, nonostante la presenza di personale esterno addetto alle pulizie e ad altre mansioni che non richiedono qualifiche specifiche. Per completare il quadro, molte attività sanitarie che dovrebbero essere svolte da personale infermieristico vengono oggi demandate agli OSS, spesso senza la supervisione infermieristica prevista dalla normativa.
Per alcune strutture residenziali sono stati stanziati fondi e presentati progetti per renderle idonee alle esigenze attuali, in considerazione di un’utenza sempre più complessa, di una domanda crescente di inserimenti e di un welfare profondamente cambiato. Si è parlato di adeguamenti antincendio, nuovi posti letto e spazi riprogettati per rispondere alle problematiche odierne.
Tuttavia, nonostante gli annunci mediatici, alcune strutture sono rimaste sostanzialmente immutate: decrepite, con spazi insufficienti e bisognose di continui interventi di manutenzione.
Per questo mi chiedo: dove sono finiti quei fondi? Quando si pensa di regolarizzare le mansioni sanitarie svolte dagli OSS? Quando si intende intervenire per sostenere le enormi difficoltà psicologiche e fisiche che affrontiamo quotidianamente? Quando si investirà seriamente nella formazione del nuovo personale?
Non è sufficiente affidare a un’azienda esterna — a costi che sarebbe opportuno rendere pubblici — il progetto di trasferire il welfare valdostano al privato, anch’esso finanziato dai contribuenti. Non è sufficiente passare la patata bollente a qualcun altro, forse per nascondere l’incapacità di una classe dirigente che, da dieci anni, non è stata in grado di gestire, amministrare e verificare adeguatamente il sistema.
Eppure le rette sono aumentate, e non di poco. Gli ospiti pagano cifre considerevoli.
Dulcis in fundo, i provvedimenti adottati per incentivare il personale sanitario a rimanere nella nostra splendida Vallée anziché trasferirsi nella vicina Svizzera finiscono, di fatto, per tradursi in un ulteriore aggravio fiscale: una sorta di punizione esemplare.
Resta il fatto che le risorse economiche sembrano sempre prendere la stessa direzione. Ma questo è soltanto un dettaglio, perché il vero problema è un altro: la qualità del servizio.
Lettera firmata