Quindici anni senza Vittorio Ghidella, l’ultimo alfiere dell’auto

Il 15 marzo 2011 ci lasciava, a ottant’anni, Vittorio Ghidella, amministratore delegato di Fiat Automobili per circa dieci anni. Ha rappresentato l'ultimo baluardo della primazia dell’intrapresa legata al prodotto materiale. E, in quanto tale, è uscito sconfitto.
Vittorio Ghidella
Gioie e Motori

Il 15 marzo 2011 ci lasciava, a ottant’anni, Vittorio Ghidella, amministratore delegato di Fiat Automobili per circa dieci anni. Dalla sua scomparsa, il mondo delle quattro ruote presenta un quadro, più che cambiato, stravolto.

All’epoca, solo alcuni visionari potevano immaginare un futuro full electric, peraltro ancora lontano. Ma, soprattutto, non si poteva immaginare che l’automobile perdesse il suo ruolo centrale a vantaggio della finanza. L’industria ha lasciato il passo al potere dei mercati e all’economia del virtuale. Ghidella ha rappresentato, lui come nessun altro, questo passaggio, ultimo baluardo della primazia dell’intrapresa legata al prodotto materiale. E in quanto baluardo è uscito sconfitto, per opera di antagonisti e fondamentalmente della storia, che, quando svolta, travolge.

Ghidella, ingegnere meccanico, entra nel Gruppo Fiat alla RIV – SKF, che era stata acquistata dalla vecchia proprietà svedese. Gianni Agnelli ne nota le indiscusse capacità anche dal punto di vista organizzativo e lo chiama in Fiat Auto, nel 1978. Gli anni settanta sono gli “anni di piombo”, caratterizzati da conflitti aspri, e l’azienda vive momenti di forti criticità.  Due anni prima, l’ingresso, molto controverso, di LAFICO, la società finanziaria libica, nel capitale.

Agnelli, pragmaticamente, risponde alle censure: “I soldi vanno cercati dove ci sono”, riferendosi agli ingenti introiti derivanti dallo sfruttamento dei giacimenti petroliferi. La tensione, a fine decennio, raggiunge il suo zenit con il blocco della fabbrica e con laMarcia dei quarantamila”, i quadri aziendali. Ghidella punta su nuovi modelli, in vari segmenti, in Fiat, Lancia e Alfa Romeo, nel 1986 acquistata dall’IRI.

La “127” era stata prodotta in più di cinque milioni di esemplari, ma occorreva individuare l’erede. Ecco quindi la “Uno”, un successo grandioso, quasi dieci milioni di unità prodotte. E poi la “Croma”, la nuova ammiraglia, la “Tipo”, la “164” del Biscione, la “Y10” in capo ad Autobianchi, successivamente inglobata dalla Lancia.

Ghidella è attore protagonista di diversi passaggi. Quando sembra prendere forma un accordo di fusione con la Ford lo appoggia. L’accordo, tuttavia, non va in porto. L’Avvocato si era già allora convinto dell’imprescindibilità di un’alleanza di caratura internazionale, ma una clausola prevedeva che in capo a una decina d’anni il controllo sarebbe passato oltreoceano e ciò non era accettabile.

Altre sfide, vinte: la paternità del propulsore dieselcommon rail” e la ridefinizione dei modelli utilizzando elementi progettuali e produttivi comuni. Al culmine del successo, termina il rapporto con Fiat. Ghidella viene investito da Gianni Agnelli come nuovo CEO in pectore e sotto l’impulso di Umberto Agnelli studia un nuovo modello popolare, senza consultare Cesare Romiti.

Romiti non la prende bene e inizia lo scontro, che si concluderà con le dimissioni di Ghidella, a fine 1988. Si affrontano due personalità, ma in fondo due filosofie contrapposte. Da un lato la centralità dell’auto, dall’altra la prevalenza della finanza. Uno scontro che vedrà perdente non Ghidella ma la sua filosofia, come dimostreranno gli anni a venire con lo sviluppo della new economy. Perché la storia quando svolta non fa prigionieri.

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