La “piccola ma incisiva riforma elettorale di fine legislatura”, il “referendum statutario collocato tra convocazione dei comizi e voto”, i “contenziosi prima e dopo le elezioni”, nonché i “conflitti interpretativi sui limiti di mandato” – che hanno caratterizzato gli ultimi mesi in Valle d’Aosta – non possono essere ridotti “a una mera successione di incidenti tecnici”. Hanno “piuttosto il valore di un segnale d’allarme, in grado di rivelare una crisi più ampia che si svolge su un duplice piano: crisi del sistema politico regionale e, insieme, crisi delle condizioni che consentono all’autonomia speciale di funzionare come progetto democratico coerente”.
E’ una delle conclusioni cui giunge il saggio “I nodi vengono al pettine. Crisi della deliberazione e giurisdizionalizzazione del conflitto nell’autonomia speciale valdostana”, pubblicato sul fascicolo n. 13/2026 (pubblicato il 6 maggio) di Federalismi.it, rivista di diritto pubblico italiano, comparato, europeo. Ne sono autori Nicolò Paolo Alessi, ricercatore post-doc in Diritto pubblico comparato ed europeo alle Università di Neuchâtel e UniDistance Suisse, e Antonio Mastropaolo, professore associato di Istituzioni di diritto pubblico all’UniVdA.
La premessa dell’analisi
Lo studio è aperto da un antico adagio valdostano: “L’y è trèi magnire de vivre: vivre, vicoté, estanté”, vale a dire: “Ci sono tre modi di vivere: vivere, vivacchiare e stentare”. “E a ben vedere – scrivono i due accademici – la parabola politico istituzionale della Regione Valle d’Aosta-Vallée d’Aoste sembra riprendere proprio questa scansione: una fase iniziale di slancio, un lungo tempo di vivacchiamento e, oggi, una stagione in cui lo stento appare sempre più dominante”.
Le cause della fase più recente sono individuate nel fatto che “in mancanza di salde condizioni politiche – o, se si preferisce, di una costituzione materiale che ne metta in evidenza la rilevanza giuridico-costituzionale – anche la forma di governo più regolamentata e razionalizzata può diventare instabile, o quantomeno meno prevedibile nel suo funzionamento”. Per Alessi e Mastropaolo, “le regole, da sole, non garantiscono la stabilità: occorre un assetto di prassi, relazioni tra attori e disciplina politica che renda effettivamente operanti i meccanismi previsti”. In assenza, “le norme restano un copione senza compagnia: il testo c’è, ma la rappresentazione deraglia”.
Le vicende elettorali valdostane
Lo studio ripercorre quindi le vicende elettorali valdostane recenti: il difficile percorso verso le elezioni di settembre 2025 e la stagione dei ricorsi, il quadro politico post-elettorale e le implicazioni per la governabilità. Segue l’analisi dei problemi giuridici emersi: la legge elettorale, il referendum, il decreto di convocazione dei comizi elettorali, le posizioni sulla vicenda, la decisione sul ricorso di Avs prima delle elezioni e i limiti della tutela cautelare in materia elettorale e la parità di genere nella riforma del 2025, definita “una promozione solo parziale”.
Il caso Testolin-Bertschy
E’, tuttavia, nel paragrafo “Limiti di mandato e continuità dell’esecutivo regionale: il caso Testolin-Bertschy” che più di un “addetto ai lavori” individua una lettura utile alle decisioni che la politica, e i suoi singoli attori, prenderanno nelle prossime ore. Nel ricostruire “Lo scontro dei pareri” che hanno condotto alla formazione dell’attuale Esecutivo, con l’elezione di Renzo Testolin e Luigi Bertschy alle cariche di Presidente ed Assessore.
Alessi e Mastropaolo ricordano la sequenza di pareri succedutisi sull’eleggibilità in Giunta dei due amministratori: quello del professor Andrea Morrone richiesto da Rete Civica Valle d’Aosta (che conclude in senso contrario alla rielezione dei due politici in Giunta), quello del professor Enrico Grosso reso su richiesta di Testolin e Bertschy (di segno antitetico al precedente) e quello, terzo ed ultimo in ordine conclusivo, del professor Nicola Lupo sollecitato “nell’esclusivo interesse dell’istituzione” dal Presidente del Consiglio regionale uscente (in linea con Grosso quanto alla possibilità di rielezione in Giunta dei diretti interessati alla questione).
L’interpretazione giuridicamente discutibile
Per i due studiosi, “vi sono ragioni consistenti” per ritenere che l’interpretazione della norma al centro dei pareri (il terzo comma dell’articolo 3 della legge regionale n. 21/2007, sulla limitazione degli incarichi in Giunta) “accolta dal Consiglio regionale (in linea con i pareri di Grosso e Lupo), sia, quantomeno, discutibile sul piano giuridico, pur avendo una sua comprensibile attrattiva sul piano politico-istituzionale”. Anzitutto, “entrambi i pareri muovono da un argomento di contesto che tende a trasformarsi in un presupposto interpretativo: la disciplina valdostana sarebbe ‘anomala’ perché non ricalca il modello prevalente (i limiti come bilanciamento all’elezione diretta del vertice dell’esecutivo”.
“L’anomalia, tuttavia, – si legge ancora nello studio – non equivale di per sé a criticità costituzionale”. Peraltro, “una contestualizzazione minima delle dinamiche regionali – a maggior ragione in un contesto di specialità – conduce a riconoscere che il rischio di concentrazione e personalizzazione del potere non è un problema che riguarda solo i sistemi con elezione diretta: in uno spazio istituzionale ‘compatto’ quale è quello della Valle d’Aosta, con forte rilevanza delle istituzioni regionali e con un esecutivo dotato di funzioni incisive, non è irragionevole che il legislatore ritenga utile introdurre strumenti di contenimento della continuità del potere di governo”.
Ne consegue, “che l’argomento comparativo può orientare la riflessione, ma non dovrebbe trasformarsi in una sorta di presunzione di illegittimità ogniqualvolta il modello regionale si discosti da quello maggioritario”. In definitiva, sostengono Alessi e Mastropaolo, “pur riconoscendo che i pareri Grosso e Lupo mettono utilmente in luce alcuni nodi (ambiguità del dettato, coordinamento con i principi costituzionali, difficoltà applicative in un contesto di legislature brevi), la loro soluzione appare esposta a critiche per il rischio di trasformare un’interpretazione costituzionalmente orientata in una vera e propria riscrittura della norma”.
Serve una disciplina più chiara
Dalla vicenda, i due studiosi traggono la conferma di “un punto più generale: la necessità di una disciplina più chiara e intelleggibile in materia di forma di governo e limiti di mandato, perché i questo ambito l’incertezza interpretativa produce inevitabilmente conflitto politico e contenzioso”.
Da qui, le conclusioni, con “tre risultati rilevanti”. Sono rappresentati da una produzione normativa in materia elettorale che appare “spesso opaca e scarsamente coordinata, fatta di intervenuti puntuali che non si inseriscono in un disegno complessivo”, dal fatto che il “conflitto politico tende a ‘giurisdizionalizzarsi’, non come fisiologico controllo di legalità, ma come esito della difficoltà a comporre lo scontro nelle sedi della rappresentanza” e dal consolidarsi di una “sorta di ‘esternalizzaazione della decisione politica, attraverso il ricorso ai pareri pro veritate, che da strumenti di supporto rischiano di trasformarsi in sostituti della responsabilità deliberativa”.
Elementi che alimentano, stando allo studio, “un effetto sociale non secondario: sdegno, distanza, disincanto”. “Quando la politica appare incapace di governare le proprie regole e di assumersi la responsabilità della scelta – o quando la scelta viene percepita come opaca, ‘silenziosa’ o eterodiretta – si legge ancora su Federalismi – la conseguenza è un indebolimento della fiducia e, in ultima analisi, della partecipazione”. Il punto di fondo è allora “il legame tra crisi della politica e crisi della ‘costituzione’ dell’autonomia, intesa non solo come testo statutario, ma come insieme di pratiche, aspettative e culture istituzionali che rendono possibile l’autogoverno”.
L’autonomia, progetto che va reso nuovamente credibile
Il dato è che “nelle intenzioni originarie, la specialità valdostana è stata pensata come regionalismo inclusivo, con una centralità forte del Consiglio regionale quale luogo di composizione del pluralismo”. “Se questa centralità si indebolisce (o si riduce a mera arena antagonistica), – affermano i due accademici – l’autonomia perde la sua funzione integrativa e rischia di diventare un contenitore procedurale attraversato da conflitti non mediati”.
In conclusione, “il caso valdostano non conduce a una semplice condanna della politica regionale, ma a una lezione più generale”. Sinteticamente: il rinnovamento democratico “non coincide con l’ennesima riforma puntuale, ma con la ricostruzione di un metodo: deliberare in modo comprensibile, decidere assumendosi responsabilità, e far vivere la specialità non come eccezione da normalizzare, ma come progetto politico-istituzionale da rendere nuovamente credibile”. Obiettivi per i quali serve – ma questo non è scritto nello studio – un orizzonte che chissà se i tempi di un contenzioso serrato (e le convulsioni della politica che immancabilmente esso genera) lasciano.

2 risposte
Il succo di tutto il discorso: è fondamentale il ricambio in politica. Basta con questi “professionisti” della politica che vivono a spese nostre e non badano al bene comune, ma solo all’interesse personale.
La norma voluta per “allontanare dalla poltrona un imperatore che ha regnato per decenni” deve essere applicata ai suoi successori per il bene della Valle.
Articolo chiarissimo e facilmente accessibile, che espone nel dettaglio le ricerche svolte da due ricercatori/docenti su una norma regionale specifica, creata ad hoc per allontanare dalla poltrona alcuni personaggi (ora probabilmente passati a miglior vita) e che ora si rivolta contro i suoi stessi creatori.
Qualcuno vi tira i piedi dall’oltretomba.