Sessant’anni senza Nino – all’anagrafe Giuseppe Emilio – Farina. L’epilogo fatale a Aiguebelle, il 30 giugno 1966, quando si stava recando a Reims per assistere al Gran Premio di Francia. Un uomo dotato di grande talento, con uno spiccato gusto per l’iperbole, qualcuno lo definì all’epoca eccessivo.
Certo, era il prototipo del bon vivant, amante del bello in tutte le sue declinazioni, veramente tutte, compresa la laurea in Scienze Politiche, esemplare interprete di un Motorsport romantico e crudele insieme, impasto di imprese al limite dell’umano – e anche oltre – e di altrettanto raggelanti tragedie.
Per una beffarda nemesi Farina lascia il palcoscenico proprio in uno scenario incomparabile, la splendida Maurienne, vittima di uno schianto contro un albero all’esito di una curva affrontata a forte velocità, al volante della sua Ford Lotus Cortina. Maurienne, l’ultima concessione al bello, se vogliamo cedere ad una considerazione macabra.
Tanti anni a giocare a carte con la morte, sempre beffandola, e trovarla a una decina di anni dal ritiro su una strada di uso quotidiano a beffare lui, l’ineffabile pilota entrato direttamente nella storia quale primo Campione del Mondo di Formula Uno, nel 1950. E quale vincitore del primo Gran Premio, a Silverstone, siglando l’hat trick, cioè pole position, giro veloce e vittoria.
L’Alfa Romeo “158” monopolizza il podio, il tris è completato da Luigi Fagioli e Reg Parnell. L’edizione dell’esordio prevede solo sette appuntamenti e Farina primeggia anche in Svizzera e in Italia: a Monza si laurea iridato, precedendo nella classifica finale Juan Manuel Fangio e Fagioli.
L’anno successivo vince il Gran Premio del Belgio e nel 1952 è secondo nel Mondiale, preceduto da Alberto Ascari, entrambi su Ferrari, contendendo al milanese il primato fino all’ultimo. Ascari concede il bis nel 1953 e Farina è terzo. Un buon risultato, macchiato da un terribile incidente a Buenos Aires, Gran Premio di Argentina.
Due uscite di strada, di Robert Monzon e appunto di Farina, falciano alcuni spettatori: il bilancio è drammatico, dieci morti e trenta feriti. Nasce e si sviluppa la rivalità con Ascari. Una rivalità che eccita gli animi e l’immaginario collettivo. Entrambi italiani – sì, c’è stata molto tempo fa un’era di dominio dei colori azzurri – ma decisamente diversi, a cominciare dal carattere. Spavaldo Farina, composto e antesignano della modernità Ascari, il sigaro sotto il casco versus la misura, la discrezione, la pulizia di guida.
Se vogliamo ampliare, Torino contro Milano, la sfida culturale e imprenditoriale per eccellenza. Peraltro, Farina era figlio e nipote d’arte: il padre Giovanni aveva ideato gli “Stabilimenti Farina” e lo zio era nientemeno che Battista “Pinin”, inventore della “Pininfarina”, circostanze che gli permettono un’adolescenza dorata e la possibilità di esprimere la passione per le corse senza problemi.
Spavaldo, dicevo, ma di una spavalderia genuina, priva di filtri, alla continua ricerca della libertà, dentro e fuori gli autodromi. Lo stesso anelito di libertà che forse – le cause dell’impatto di Aiguebelle non furono mai chiaramente accertate – segnò la sua fine prematura.
