Semplificando per noi comuni mortali, il direttore dell’Osservatorio astronomico regionale, Jean-Marc Christille, spiega: “Tra il 14 ed il 15 dicembre abbiamo captato il passaggio di un oggetto piccolissimo, dal diametro stimato sui 4 chilometri, a centinaia di milioni di chilometri da noi. È come se avessimo osservato una moneta da 2 euro che transita davanti ad una lampadina da 70 watt in Groenlandia. E ci ha messo solo 0,2 secondi”.
Questo, nella forma. Nella sostanza, invece, l’Osservatorio astronomico valdostano è stato l’unico al mondo a “catturare” – grazie ad una collaborazione internazionale di vasta scala – l’occultazione di una stella da parte di Callicore, un satellite irregolare di Giove (qui in un’immagine pittorica, ndr.), a centinaia di milioni di chilometri dalla Terra. Un lavoro che è valso al centro di ricerca valdostano la pubblicazione – dopo una scrupolosa peer review – sulla prestigiosa rivista scientifica Nature Astronomy questa mattina, alle 11 ora italiana.
Nel dettaglio, l’occultazione della stella, ovvero il calo temporaneo della sua luce dovuto al rapido passaggio di Callicore tra l’astro e la Terra, che ha provocato un’eclisse in miniatura, è durato poco meno di due decimi di secondo.
“È un lavoro corale della Fondazione Filliétroz – ha detto Christille –, come sempre in un centro di ricerca in cui ognuno fa la sua parte. Questo perché in futuro si possa tramandare e continuare a costruire conoscenza. È un risultato di tutti quanti. A fine novembre siamo stati contattati dal professor Pasquale Palumbo con la richiesta di partecipare all’osservazione di un transito di un oggetto. Niente più. Da una cartella scientifica abbiamo appurato trattarsi dell’osservazione di un satellite irregolare di Giove, Callicore, parte di un progenitore che si è frammentato”.
“Anche solo per identificare la traiettoria dell’ombra di questa piccolissima eclisse, Hubble, grazie allo studio internazionale coordinato da Juan Luis Rizos, ha ridirezionato il telescopio per capire se questo piccolo satellite sarebbe passato o meno davanti ad una stella di sfondo – prosegue Christille –. La Valle d’Aosta cadeva vicino, ma non era propriamente dentro la zona d’ombra. Plausibilmente avremmo dovuto mancarla. Ma come sempre, ed è il bello del relativismo, c’era un errore. E abbiamo deciso di aderire alla collaborazione e lavorarci”.

Non senza dover risolvere qualche questione: “Il primo scoglio è stato quello di non avere a disposizione macchine fotografiche collegate ai telescopi sufficientemente veloci per fare queste osservazioni – ha aggiunto il direttore –. I telescopi andavano bene, le camere no. Allora ci siamo ingegnati e abbiamo sviluppato un software con un algoritmo che permetteva di esplorare lo spazio dei parametri per trovare l’orario di inizio, di fine e di déaclage delle nostre camere per poterlo veramente osservare. E questo ha pagato. Abbiamo puntato su una massimizzazione intermedia, con tre telescopi, chiesto a software che abbiamo scritto la possibilità di vedere l’oggetto almeno in due telescopi. Invece, l’abbiamo visto su tutti e tre”.
Poi, Christille si fa da solo una domanda chiave: “Perché è così importante osservare un sasso a centinaia di chilometri da noi? Perché c’è una importante missione dell’ESA partita dalla Terra, JUICE, per il monitoraggio di Giove e dei suoi satelliti con nuovi sistemi per ottenere così nuove informazioni. Perché, in realtà, abbiamo ancora molti studi da fare sul nostro sistema solare. E questa sonda non aveva la minima intenzione di osservare un satellite irregolare, molto piccolo, che va al contrario rispetto agli altri e con un’orbita irregolare. Noi abbiamo abbattuto dell’82 per cento i parametri di questa luna, chiedendo a JUICE di fare un flyby, quindi un passaggio molto vicino. Il che è rischioso, ma studi come questo abbattono il pericolo di avvicinarsi troppo”.
“Nature Astronomy ha accettato la nostra ricerca cutting edge – chiude Christille –. Un lavoro così è avvenuto solo con la sonda Cassini (la missione lanciata nel 1997 per studiare il sistema di Saturno, ndr.), sarebbe una seconda storica. Contiamo che Nature rifiuta tra il 90 ed il 95 per cento di ciò che viene loro proposto. Già aver accettato il peer review è stato importante, passarlo grazie alle prove, ai numeri, alle osservazioni e al lavoro scientifico è ottimo. Abbiamo ottenuto il massimo risultato che è un bellissimo risultato per la Valle d’Aosta, ed è di tutti. Quando i fondi sono pubblici dobbiamo sentirlo di tutti noi ed è doveroso restituire questo lavoro: è una crescita per la comunità a livello culturale. E cultura significa anche un motore economico e investimenti nella ricerca”.
A fare eco al Direttore è Sophie Domaine, presidente della Fondazione Clément Filliétroz: “Siamo particolarmente orgogliosi – ha detto –. È un lavoro di straordinario valore che dimostra qualità della ricerca e quanto le piccole comunità possono contribuire proprio nella ricerca. Non è solamente il prestigio della pubblicazione, ma il riconoscimento di anni di impegno”.
Il Centro unificato di ricerca scientifica? È “quasi in dirittura d’arrivo”

Al di là del valore della scoperta, qualcosa si muove anche per il percorso che porterà – come letto anche tra le righe dell’ultima variazione di bilancio – al Centro unificato di ricerca scientifica regionale. “Questa scoperta evidenzia che il nostro sistema di ricerca è di eccellenza – ha detto la dirigente Jasmine Abram –. E per noi molto importante valorizzarlo perché si uniscono risorse e persone per garantire una maggior forza dell’ente, anche verso l’esterno. A gennaio, la Giunta ha approvato la delibera di indirizzo che prevede la fusione tra la Fondazione Clément Filliétroz e Fondazione Montagna Sicura. Per il Centro unificato di ricerca siamo quasi in dirittura d’arrivo”.
“Si parte dal principio che la ricerca è fatta dalle persone, e devono essere messe in condizione di farla in modo sereno, alleggerendo anche i carichi di ricerca delle risorse – ha detto in chiusura il presidente della Regione Renzo Testolin –. Questo, dal punto di vista amministrativo, può essere vincente. L’Amministrazione regionale ci crede e ci ha creduto condividendo questa direzione anche con la Fondazione Crt per la creazione fisica di un Centro regionale unico della ricerca. Si parte dalle due Fondazioni più strutturate, che avrebbero potuto continuare anche a lavorare da sole. Invece è un’idea che arriva da molto lontano, e Jean-Marc ne è un precursore da sempre”.
