Marco Ligabue arriva in Valle: “il mio viaggio fatto di vita e rock’n’roll”

A qualche giorno dal concerto in Valle d'Aosta, in programma per giovedì 30 luglio a Gaby, il cantautore racconta il suo ultimo album M.A.P.S., la scelta dei live nelle piazze e una carriera costruita seguendo il viaggio più della destinazione.
Marco Ligabue
Cultura

Le prime volte non finiscono mai. Alle 22 di giovedì prossimo, 30 luglio, all’area verde Tzendelabò a Gaby, toccherà a quella di Marco Ligabue, che dopo decenni di carriera da cantautore e chitarrista non si era ancora esibito in Valle. Cresciuto in una famiglia dove ha respirato musica sin da bambino, ha deciso di farne la sua vita. Come il fratello maggiore, Luciano Ligabue, ma con un percorso autonomo e che si è mosso (e continua a farlo) su coordinate diverse. Gli abbiamo chiesto di raccontarlo, a pochi giorni dal concerto di Gaby…

Partiamo dall’attualità. Giovedì prossimo arriverai in Valle d’Aosta e sarà il primo concerto qui. Hai già parecchia carriera alle spalle: cosa ti ha tenuto lontano da noi? Come mai non eri mai venuto finora?
La domanda andrebbe girata al contrario: la Valle d’Aosta, come mai mi ha tenuto lontano? In realtà, io ho un’agenzia e vado dove mi trovano loro gli spettacoli, ovviamente. A me piace girare tutta l’Italia, ci mancherebbe, però si vede che è una zona in cui, o interessava meno il mio progetto, o non c’era il contatto giusto. Non te lo saprei dire con precisione. Però, devo dire, appena è arrivata questa chiamata ero felicissimo. Ho detto: “finalmente è arrivata la Valle d’Aosta, non ci sono mai andato a cantare”.

Centrale, in questo concerto, sarà il tuo ultimo disco, uscito lo scorso novembre: M.A.P.S., Manuale Alternativo Per Sentire. Se tu dovessi descriverlo in una sola parola, quale sceglieresti?
Una sola proprio?

Facciamo il minor numero…
Vedere il mondo adesso.

Due lati del disco (come nei vinili d’un tempo), due diverse direzioni dello sguardo: il mondo dentro di te su uno, il mondo attorno a te sull’altro…
Su questo disco ho fatto una sorta di viaggio. Prima ti vendo quattro canzoni su quattro elementi che ci hanno generato, – fuoco, aria, terra e acqua – quindi andando a toccare la geografia esteriore, quella che ci ha per l’appunto creato. Per il lato B, invece, andando nell’intimo del mondo interiore, nella geografia dell’anima.

Da febbraio hai anche in rotazione il singolo “Una vita diversa”. Per ora è un episodio, o stai guardando a un disco nuovo? Anche se so che d’estate non è periodo in cui componi…
D’estate mi appunto molte cose, ma faccio veramente tantissimi spettacoli e mettermi lì a finire canzoni, ad arrangiarle, è veramente complicatissimo. Però, proprio perché sono in giro, colgo tante cose, scrivo, appunto, faccio dei memo vocali, delle note, degli abbozzi di testo, tutte cose che mi ritrovo appena il tour comincia a scendere.

Marco Ligabue
Marco Ligabue

La tua carriera inizia a fine anni ’90: quanto è cambiato il modo di fare musica, dai tuoi esordi a oggi?
In generale, o per me?

Entrambe.
Adesso siamo nella piena fobia, rispetto a quando ho iniziato, dei grandi eventi. Oggi sembra che l’evento o è da 250mila, 100mila, 50mila persone, o non è neanche un evento. In realtà, le note sono sempre queste, che ci siano più o meno persone. La musica è quella. Ha preso sempre di più la fase dell’“io c’ero”, della spettacolarizzazione, perché ovviamente, con eventi così grandi, la musica va un po’ in secondo piano e in primo ci sono gli schermi, gli effetti speciali e tutto quello che ne è conseguito. Un’altra cosa che vedo cambiata tantissimo è che ora la maggior parte dei live si avvale di tanta tecnologia, di tante macchine, dal mio punto di vista penalizzando sempre di più la componente umana, che per me rimane centrale.

Ecco, in questo secondo aspetto che notavi, quanto è compresso, schiacciato, il musicista?
Io, negli ultimi anni, faccio fatica ad andare a vedere anche altri concerti. L’anno scorso ho fatto 109 spettacoli, non è che riesco a vedere chissà quante altre cose. Però, le cose che ho visto ogni tanto mi hanno lasciato perplesso. Se devo andare a vedere un concerto dove il 60% sono sequenze e quasi fai fatica a cogliere chi sta suonando, che cosa sta suonando un musicista sul palco, non piace a me, ma immagino anche sia una frustrazione per il musicista.

Per chi lo vive, certo.
Da questo punto di vista, io ho fatto una scelta vintage. Ho deciso di prendere pochi musicisti, ma bravissimi. Abbiamo lavorato tanto nell’incollare e nel rendere potenti e giganti questi tre strumenti, che sono batteria, basso e chitarra elettrica, e facciamo concerti da due ore. La gente viene lì e non sai che soddisfazione: fanno tantissimi complimenti ai musicisti. Per me questa è una parte essenziale del concerto: c’è il cantante, le sue canzoni, quello che ti dice, ma la musica non è secondaria lì dietro, dev’essere centrale. Io ho fatto questa scelta e vedo che nelle piazze, nei posti dove vado non so quanti autografi o quante foto fanno anche i musicisti alla fine e la trovo anche una piccola vittoria per me e per la musica in generale.

Hai superato i 1000 live, qual è l’aspetto che ancora ti emoziona di più quando sali sul palco?
E’ il secondo prima di salire. L’emozione più grande che mi arriva è proprio quella di avere, ogni volta, una serata nuova. Ho fatto più di 1000 live, ma per me ogni sera è un qualcosa che s’illumina, una strada nuova, una lampadina nuova da accendere. Anche se, magari, le canzoni sono quelle, nelle dinamiche si ripetono alcune cose, però ogni sera il pubblico è diverso, l’incastro con la band è da trovare. Poi, non sai mai come ti accoglierà un pubblico. Io non faccio un palasport, un teatro, dove ci sono solo persone che vengono e conoscono il mio repertorio, quindi so già bene o male che la serata è incanalata bene. Vado in piazze dove c’è gente che un po’ mi conosce, un po’ no. C‘è di tutto in questi posti e quindi ogni sera è da accendere, c’è anche da trovare un’empatia, un collegamento, un contatto col pubblico. E questa è davvero la mia grande emozione, che provo dal secondo prima, quando penso a cosa succederà, a quando a un certo punto accade che, con il pubblico, diventiamo un tutt’uno.

Hai scelto di fare centinaia di concerti nelle piazze e nei piccoli paesi. Che Italia hai conosciuto da quel palco?
Arrivo dalla provincia, da Correggio, un borgo nel cuore dell’Emilia. Per me è ancora bellissimo andare a scoprire un po’ d’Italia. La cosa bella di questa scelta che ho fatto, oltre il concerto, è che faccio un bel tratto di viaggio nella vita. Magari, suonando solo nelle grandi città, come Milano, Roma, arrivi in un hotel, poi al luogo del concerto, stai in un camerino e fai lo show. Alla fine, non dico che diventa una catena di montaggio, ma ti allontana molto dalla vita reale. Invece, quando vai in un piccolo paese di provincia, dove magari c’è la festa che loro aspettano da un anno, hanno voglia di accoglierti, di portarti a cena, di raccontarti cosa succede da quelle parti. Ecco, quello per me è abbinare il viaggio della vita al viaggio della musica.

Marco Ligabue
Marco Ligabue

Alla fine, l’importante è il viaggio, non la destinazione…
Per me, è tutto nel viaggio. M.A.P.S. arriva da mappa. E’ stato un viaggio, ma per me è così. Io vedo che tanti cantanti, ad esempio, denigrano le piazze, o le sagre, magari scelgono di fare solo pochi eventi. Io preferisco godermi ogni giorno, grazie alla musica, il viaggio, scoprire posti nuovi, persone, cibi, costumi, ma anche risate nuove, perché arrivano anche risate nuove, conoscenze nuove, amici nuovi. Mi è capitato di bere una birra, un bicchiere di vino con chi era al concerto, che magari neanche sapevo. E da lì sono nate anche delle amicizie e per me, comunque, questo è il vero viaggio che ti regala la musica. Il resto ha molto a che fare con la popolarità, con la celebrazione, con il successo, ma magari meno con il viaggio vero della vita.

Qualche domanda più personale. C’è, nel repertorio di Luciano, una canzone che avresti voluto scrivere tu?
Sì.

Qual è?
Ne tirerei fuori una magari anche meno conosciuta, perché alcune sono talmente popolari che diventa anche un po’ più scontato citarle. Ti direi quindi Piccola Città Eterna, che è un brano scritto per Correggio, per la dimensione in cui è nato, di provincia. Ecco, quello è un brano che mi sarebbe piaciuto scrivere.

I tuoi genitori avevano una balera, sei immerso nella musica da sempre. Poi sei stato, sin dagli inizi, collaboratore di tuo fratello (per il sito e il fanclub). Qual è il momento esatto in cui hai deciso di fare questo mestiere?
Ai tempi della prima band, avevamo dai 20 ai 30 anni, suonavamo rock anni ’50, ci interessava solo andare nei locali, conoscere ragazze, fare chiusura, divertirci, scoprire un po’ di mondo, ma non c’era nessun tipo di ambizione musicale. Poi è scoccata una scintilla. Ho iniziato a scrivere delle canzoni e dicevo: mi associo a queste canzoni, non riesco più a farle star dentro un progetto di puro divertimento. Da lì la voglia di fondare quelli che poi sono diventati i Rio (dalle parti del 2001, ndr.). La prima canzone ci ha portato a fare un paio di Festivalbar, è andata su MTV, è stata anche su alcune radio. Ho detto “Attenzione!”, perché qualcosa vedevo che poteva arrivare dalla musica.

E poi?
Un altro momento è quando sono partito da cantautore (nel 2013, ndr.). All’inizio mi sono appoggiato a un’agenzia, che mi ha trovato 5-6 concerti. Io dicevo: “tutto qua? Se faccio 5-6 concerti, cosa cambia? Come faccio a far conoscere il mio nuovo progetto da solista in qualche concerto?”. Lì ho capito che volevo fare il cantautore. A un certo punto ho scelto di girare solo con un chitarrista per tre anni, di organizzarmi io i concerti, chiamando organizzatori che un po’ già sapevo, insieme alla mia assistente. Abbiamo fatto 70/80/100 date l’anno. Andavamo via in due, perché volevo portare ogni sera le mie canzoni, perché credevo di poter stare su un palco, perché credevo che queste canzoni avessero un valore e questo lo volevo far diventare il mio lavoro.

Un’ultima domanda. Fra una ventina d’anni, o più, come ti piacerebbe che il pubblico completasse la frase: “Marco Ligabue è…”?
Marco Ligabue è energia e rock’n’roll allo stato puro.

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