Cannabis light: dalla coltivazione legale al processo per detenzione ai fini di spaccio

E’ successo al 39enne valdostano Giampiero Semeraro, che dal 2018 coltivava la canapa sativa nella sua azienda agricola. Entrato in vigore il decreto sicurezza del 4 aprile 2025, la sostanza viene messa al bando e alla porta bussa la Guardia di finanza.
Una coltivazione nell'azienda di Semeraro.
Cronaca

Aver potuto avviare un’attività imprenditoriale, ma – per effetto dell’entrata in vigore di un decreto – ritrovarsi a processo per detenzione di sostanze stupefacenti ai fini di spaccio. E’ accaduto al 39enne valdostano Giampiero Semeraro, che dal 2018 coltivava la canapa sativa in un’azienda agricola con sede nella regione, commercializzandola sia tramite social network, sia direttamente (“vendevo confezioni di fiori, anche a Sant’Orso”, racconta l’interessato). La vicenda è emersa oggi, martedì 3 marzo, con la prima udienza del procedimento, al Tribunale di Aosta, dinanzi al giudice monocratico Marco Tornatore.

Accogliendo la richiesta del difensore dell’imputato, l’avvocato Alessio Iannone, il magistrato ha disposto il rinvio del processo (al prossimo giugno), perché sull’articolo 18 del decreto sicurezza – varato dal governo Meloni il 4 aprile dello scorso anno e che ha messo al bando la “cannabis light”, vietandone il commercio – il Tribunale di Brindisi (in un processo analogo a quello aostano) ha recentemente sollevato la questione di legittimità costituzionale ed è quindi atteso il pronunciamento della Consulta.

E’ per effetto del decreto, infatti, che la Guardia di finanza bussa alla porta di Semeraro il 3 giugno 2025. I militari non trovano nulla in coltivazione (“sapendo delle incombenti evoluzioni normative – sottolinea l’avvocato – aveva interrotto quell’attività ”), ma nel magazzino ci sono le piantine in essiccazione. “Oltretutto, – sottolinea l’avvocato Iannone – non erano giunte indicazioni di smaltimento. Non poteva procedere direttamente, né rivolgersi ad una ditta”.

Per le norme, quella è una sostanza illegittima e scatta il sequestro (“ho detto ai finanzieri ‘voi fate il vostro lavoro, ci mancherebbe…’”, ricorda Semeraro). 200 chilogrammi di “biomasse”, ancora sotto sigilli, dai quali discende l’imputazione per detenzione di stupefacente ai fini di spaccio. Il quantitativo fa sì che l’imputato rischi una pena dai 6 ai 20 anni di carcere. “Il mio assistito – continua il difensore – si è trovato in questa situazione da un giorno all’altro, con risvolti drammatici”.

I casi analoghi, nel resto del Paese, non mancano. A Brindisi finisce a giudizio un altro imprenditore e il giudice di quel processo sollecita, con un’ordinanza, il pronunciamento della Corte costituzionale. “Sono stati ravvisati – sottolinea Iannone – in particolare due profili di incostituzionalità”. Il primo è relativo al fatto che “la canapa sativa presenta un quantitativo di thc (il principio attivo, ndr.) tale da non produrre effetti psicotropi e quindi si ha la totale assenza di offensività della condotta individuata come illegittima”.

Il secondo profilo attiene, invece, al fatto che, con l’entrata in vigore dell’articolo 18 del decreto del 2025, l’ordinamento italiano finisce per trovarsi in contrasto con quello europeo. “La pac sostiene l’agricoltura di canapa sativa, con quantitativo di thc inferiore allo 0.3%, – continua l’avvocato Iannone – mentre l’Italia la criminalizza”. La Procura, in aula, si è associata alla richiesta di rinvio del procedimento.

Da un punto di vista difensivo, l’istanza di slittamento del processo ha anche un’altra ragione. Aderire a un rito alternativo, “sarebbe stata un’implicita ammissione che quella sostanza è illecita e avrebbe scaturito la distruzione della stessa”. L’auspicio di Semeraro è non perdere quanto in sequestro, perché “rappresenta il frutto di otto anni di lavoro” (“con partita Iva e codice Ateco”, tiene a sottolineare l’avvocato).

Il pronunciamento della Corte costituzionale (e se non arriverà per giugno, potrà essere disposto un ulteriore slittamento) sarà dirimente – è lecito immaginarlo – per numerosi casi in tutto il Paese, in cui si è passati, nel giro di un giorno (quello dell’entrata in vigore del decreto), dalla commercializzazione di una sostanza con regolare fiscalità alla chiamata in giudizio per la detenzione della stessa, dichiarata illegittima. Italia sì, Italia no, Italia bum.

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