Corruzione elettorale, ecco perché Avati è stato assolto

Le motivazioni della sentenza del Gup Paladino riprendono alcuni passi delle dichiarazioni al pm Ceccanti del protagonista di una intercettazione telefonica dell’inchiesta “Do Ut Des”: sono quelle che la Procura avrebbe voluto approfondire.
Il Casinò de la Vallée
Cronaca

“Può essere che anche lui mi abbia detto che Avati gli abbia detto che, chi non votava quella terna, lui l’avrebbe segnato in un elenco e poi punito, ma non lo ricordo”. È la frase, messa a verbale negli uffici della Procura di Aosta, dal libero professionista protagonista di una delle intercettazioni da cui è nata l’indagine per corruzione elettorale nei confronti del 53enne Domenico Avati, dipendente del Casinò. Il passo della deposizione è contenuto nelle motivazioni della sentenza con cui il Gup Davide Paladino ha assolto ieri il 53enne dall’accusa “perché il fatto non sussiste”.

Le parole dei testimoni

“Lui” è uno dei colleghi su cui l’addetto al settore ingressi e introiti della Casa da gioco, da candidato dell’Union Valdôtaine alle regionali del 2018, avrebbe effettuato pressioni, al fine di procacciarsi voti. Il pm Luca Ceccanti vuole chiarire la circostanza (emersa da una telefonata ascoltata dai Carabinieri nell’inchiesta “Do Ut Des” sulla corruzione in Valtournenche) e convoca l’autore della chiamata, diretta ad un attuale consigliere regionale. L’uomo conferma di aver parlato con un dipendente del Casinò e non esclude “che mi abbia detto che Avati lo aveva minacciato di indicarlo in una sorta di libro nero se non avesse votato la terna” composta da lui (che chiuderà terzo escluso, con 815 preferenze), Augusto Rollandin e Mauro Baccega.

“Non lo escludo, ma sinceramente non riesco a ricordarlo”, aggiunge. Però, “ricordo con certezza” che “si era preoccupato del fatto che Avati potesse controllare il voto e che per questo aveva chiesto” ad una parente “se fosse possibile”, ricevendo in risposta che “con lo spoglio centralizzato” non sarebbe più potuto accadere. Dichiarazioni verosimilmente meno nette di quelle contenute nell’intercettazione (inutilizzabile a processo perché proveniente da altro procedimento), che la Procura ritiene comunque meritorie di approfondimento, magari riconvocando il testimone in udienza, nel caso di un giudizio con dibattimento ordinario, che però non ci sarà perché l’imputato sceglie il rito abbreviato.

In quel caso, il giudice decide esclusivamente sui contenuti del fascicolo processuale. La versione del libero professionista resta così com’è finita sulla carta, tanto che sarà lo stesso pm Ceccanti a chiedere l’assoluzione in udienza. Anche perché la persona avvicinata da Avati nel piazzale della Casinò a metà aprile 2018, sentita dagli inquirenti, afferma: “non mi ha fatto ricatti o pressioni”. Il collega riferisce di avergli “parlato solo in quell’occasione” e nega “che mi abbia minacciato o che mi abbia detto che avrei avuto problemi sul lavoro se non lo avessi aiutato” elettoralmente. Continua poi sostenendo di non essere “a conoscenza se Avati abbia minacciato altre persone”, ma “nell’occasione mi ha solo detto di dargli una mano” e “non mi ha indicato alcun candidato”.

I riscontri non trovati

Il giudice Paladino, ricordate queste sommarie informazioni, ripercorre poi come la Procura abbia ascoltato, nel corso delle indagini, “numerosi dipendenti”, ma “nessuno di questi ha affermato di aver ricevuto promesse di vantaggi dall’Avati, quali assunzioni a tempo indeterminato o progressioni in carriera”, né che “gli fossero state prospettate conseguenze lavorative negative qualora non avesse votato” la terna menzionata. I difensori dell’imputato (gli avvocati Alessandra Fanizzi e Corinne Margueret) hanno inoltre prodotto un “audit” della Casa da gioco in cui gli elementi raccolti, attraverso un’istruttoria che ha riguardato trentaquattro lavoratori, “non evidenziano allo stato episodi che possano essere ricondotti al dipendente”, pertanto riammesso in servizio dopo un periodo di sospensione.

Inoltre, i legali – annota il giudice – hanno dimostrato come “al momento dei fatti Avati non si occupasse in nessun modo di assunzioni o di avanzamenti in carriera del personale”, il che “lascia ragionevolmente presumere che avesse possibilità nulle, o scarse, di influire sul potere decisionale dell’azienda in proposito”. Per il Gup, è poi dimostrato che “dalla prima metà del 2017 era in corso una procedura di licenziamento collettivo”, elemento che tratteggia quale “poco realistico” lo scenario in cui “un candidato alle elezioni potesse promettere nuove assunzioni di personale”, e soprattutto che “tale promessa potesse essere ritenuta credibile da soggetti ben a conoscenza delle reali condizioni in cui versava il Casinò”.

Un testimone debole

Tra i fattori contro Avati restava quindi la versione del libero professionista. Il giudice, dopo averne ricordato la deposizione infarcita di “non ricordo”, sottolinea come “dalla lettura delle dichiarazioni rese al pm” emerge “come egli fosse uso effettuare, nel corso di conversazioni telefoniche, illazioni infamanti sul conto di persone terze”, senza “essere in possesso di precisi riscontri”. Al riguardo, viene citato in sentenza come l’uomo, commentando una conversazione in cui aveva sostenuto che un funzionario pubblico “si è fatto fare dei lavori da un’impresa gratuitamente in cambio di favori”, puntualizza “riportavo voci senza fondamento preciso” e “non so neanche queste voci a quale impresa si riferissero”.

La propaganda legittima

Infine, nella perquisizione effettuata nei confronti dell’imputato “è stata sì acquisita un’agenda in uso ad Avati nella quale vi sono delle liste di persone, fra cui numerosi dipendenti del Casinò”, cui l’imputato aveva “consegnato materiale elettorale (i cosiddetti ‘santini’, che riportano il simbolo della lista e segnati a penna i numeri di lista delle persone da votare, fra cui non compare quello di Baccega)”. Tale elemento “conferma le affermazioni di molti dipendenti del Casinò, che hanno riferito” che Avati “si era limitato a chiedere loro il voto”, ma tale condotta “non pare illecita, perché è espressione di una legittima attività di propaganda elettorale”.

Nulla vietava “all’imputato di pubblicizzare la propria candidatura presso amici e conoscenti, fra cui certamente anche i colleghi di lavoro”, e risultando l’ipotesi accusatoria “del tutto priva di alcun riscontro probatorio” per l’accusato non si poteva che pervenire “ad una pronuncia assolutoria per insussistenza del fatto contestato”. Assolto l’imputato, estranei i suoi colleghi, ma la lettura delle carte racconta come la Casa da gioco continui ad essere sferzata da venti che non sembrano solo quelli della media Valle. E, verosimilmente, il problema è proprio lì.

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