“Crack” dei discount, assoluzione in appello per Vasco Cannatà

L’uomo, in primo grado, era stato condannato nel 2020 a due anni di reclusione dal Gup di Aosta, per l’accusa di bancarotta fraudolenta. Secondo gli inquirenti, era amministratore di fatto di due società poi dichiarate fallite.
Palazzo giustizia Torino
Cronaca

A oltre tre anni dalla sentenza di primo grado, la Corte d’Appello di Torino riscrive parzialmente l’esito di una vicenda giudiziaria. Al termine dell’udienza di oggi, giovedì 4 maggio, il 49enne aostano Vasco Cannatà è stato assolto “per non aver commesso il fatto” dall’accusa di bancarotta fraudolenta. L’uomo, al Tribunale di Aosta, il 23 gennaio 2020 era stato condannato a due anni di reclusione. L’inchiesta ruotava attorno ai “crack” di due società impegnate nella gestione di supermercati “discount” ad Aosta, Saint-Christophe e Sarre.

Nello stesso procedimento erano coinvolti anche il padre, Francesco Cannatà, cui il Gup aostano aveva inflitto quattro anni e 6 mesi di reclusione, sempre per bancarotta fraudolenta. L’uomo è deceduto nel frattempo e, quest’oggi, i giudici di secondo grado hanno pronunciato il “non doversi procedere” nei suoi confronti. Milo Cannatà (45 anni), aveva invece patteggiato, per la medesima imputazione, un anno ed otto mesi di carcere e non è quindi arrivato al secondo grado di giudizio.

I tre imprenditori, l’8 agosto 2018 erano stati anche arrestati durante le indagini, con le misure a loro carico in seguito revocate. Per gli inquirenti, Vasco Cannatà, difeso dagli avvocati Stefano Moniotto e Davide Rossi) era socio di fatto delle due aziende, dichiarate fallite nel 2016 e nel 2018. La Procura generale, nella discussione in aula, aveva chiesto la conferma della sentenza di primo grado. Le indagini della Procura di Aosta, coordinate dal pm Luca Ceccanti, erano state condotte dalla Guardia di finanza, partendo dai dati notati in alcune verifiche fiscali.

Per gli inquirenti, al fine di “mascherare” il dissesto economico delle due ditte, gli imputati avrebbero semplicemente spostato risorse finanziarie di altre società di famiglia. Una condotta avvenuta, stando alle investigazioni, in “totale spregio dell’autonomia gestionale ed amministrativa” delle aziende, lasciando la maggior parte dei debiti in capo alle aziende dissestate, tanto che poi erano fallite. Per le “Fiamme Gialle”, almeno 2 milioni e 200mila euro erano “transitati” dalle fallite alle altre società.

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