Cronaca

Ultima modifica: 13 Settembre 2019 14:14

Dai testimoni emerge lo stalking: si profila nuova accusa per un 45enne

Aosta - Le imputazioni per Ciro Di Giorno erano di minaccia e danneggiamento, ma dalle deposizioni della persona offesa e del figlio è emerso un quadro diverso, fatto di atti persecutori. Il giudice ha restituito gli atti al pubblico ministero.

Il tribunale di Aosta

Il processo era iniziato per minaccia e danneggiamento, con imputato il titolare di un bar di Aosta, Ciriaco Di Giorno, 45 anni. Dalle testimonianze della persona offesa e del figlio – sentite nell’udienza di oggi, giovedì 12 settembre – è tuttavia apparso configurarsi il reato di atti persecutori, più grave. Il giudice monocratico Maurizio D’Abrusco, accogliendo la sollecitazione dell’avvocato di parte civile Davide Sciulli, ha quindi restituito gli atti al pubblico ministero, “per le determinazioni di sua competenza”.

Dal punto di vista pratico, significa che il procedimento ripartirà da zero, dopo che la Procura avrà mosso la nuova accusa. I fatti risalgono al 2017. Tra l’imputato e un condomino dello stabile in cui sorge il locale erano nate incomprensioni sui parcheggi del cortile interno, sul quale affaccia il retro del bar. “Il 16 maggio – ha detto l’uomo in aula – rientravo a casa. Mi sono messo nel mio posto auto. Ho visto uscire questo signore come un pazzo. Aveva qualcosa di contundente in mano, mi ha spaccato lo specchietto”.

Secondo il testimone, “c’era una telecamera nel cortile, che ha ripreso tutto” e, nei due giorni successivi, si sono verificati altri episodi. La prima volta “è uscito, con un coltello in mano, dicendomi che mi ammazzava”. La seconda “è di nuovo venuto fuori e sempre minacce”, tra le quali “goditi gli ultimi mesi di vita, che ti mando sottoterra”. Un episodio del genere è stato riferito anche in luglio dall’uomo, che ha poi raccontato dell’ansia crescente: “ogni volta che passavo lì davanti non guardavo”.

Non solo. “Sono andato dal dottore. Per tre-quattro mesi non dormivo più”. Oltretutto, “la telecamera che aveva ripreso i fatti è stata prima spostata con un bastone, sufficientemente lungo, poi resa inservibile”. Quando “scendevo da casa, mi saliva la pressione. Non mi sentivo bene, dovevo rientrare. Di tutte queste cose informavo mio figlio”. Questi, deponendo subito dopo, ha confermato la versione del padre, che “vive in ansia”, aggiungendo di essere “stato minacciato”, a sua volta, in un’occasione.

“Andavo a trovare mio padre. – ha spiegato, rispondendo alle domande del pm Cinzia Virota – Ho lasciato la bicicletta davanti alla sua attività e mi ha minacciato di morte. Nel riscendere, ho tenuto il telefonino in mano e ho registrato tutto quello che mi è stato detto”. A quel punto, dopo un altro testimone, che ha affermato di aver assistito all’episodio della rottura dello specchietto, nel giudice sono nati i dubbi sulla gravità delle vicende ripercorse nel dibattimento.

L’avvocato Sciulli, che assiste il condomino, premettendo che “finalmente è emerso il contesto diverso dei fatti” rispetto alle imputazioni per minaccia e danneggiamento, ha chiesto l’applicazione del principio che prevede la riqualificazione dell’accusa, qualora emerga diversamente nel processo. Richiesta accolta. L’ipotesi di stalking (legata a condotte reiterate tali da “cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura”, o da generare “un fondato timore per l’incolumità propria”) prevede una pena da sei mesi a cinque anni di carcere.

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