Cronaca di Christian Diémoz |

Ultima modifica: 11 Giugno 2021 10:57

Maxi sequestro di “marijuana light”, assolti i due imputati-imprenditori

Aosta - Due valdostani, di 26 e 27 anni, erano accusati di detenzione ai fini di spaccio di quasi 9 kg di canapa sativa, trattata da una società di cui erano parte con altri. Per la Procura, il principio attivo del prodotto era elevato.

Scranno Tribunale fascicolo

In un’operazione del 1° aprile 2020, la Guardia di finanza aveva sequestrato quasi nove chilogrammi di “marijuana light” a due valdostani di 26 e 27 anni, imprenditori nel commercio “online” del prodotto. Entrambi (per altri due coinvolti nel “blitz” era scattata la richiesta di archiviazione al termine delle indagini), sono comparsi nella mattinata di oggi, giovedì 10 giugno, dinanzi al Gup Giuseppe Colazingari per rispondere dell’accusa di detenzione di stupefacenti ai fini di spaccio. L’udienza, svoltasi con rito abbreviato, si è conclusa con la loro assoluzione perché “il fatto non costituisce reato”.

Al momento delle perquisizioni, i due avevano spiegato che quel materiale (2,6 kg nella disponibilità di uno e 6,3 dell’altro) era canapa sativa (la “cannabis legale”), prodotto trattato da una società di cui erano parte con altre persone. Secondo l’accusa, però, il principio attivo della sostanza si era rivelato più elevato di quanto consentito dalle norme e, inoltre, gli imputati non avevano saputo provare il rispetto delle “rigorose norme di tracciabilità delle sementi e del prodotto della coltivazione”. Il pm Luca Ceccanti, al termine della requisitoria, ha sollecitato al giudice una condanna di nove mesi di reclusione per ognuno dei giovani a giudizio.

Ad assistere gli imputati erano gli avvocati Corrado Bellora e Valentina Signorelli (per il 27enne) e Filippo Vaccino (per il 26enne). Nelle loro arringhe, corroborate dal deposito di documentazione, hanno puntato a dimostrare sia che le disposizioni sulla provenienza e tipologia delle sementi fossero state ottemperate, sia che i due soci si fossero preoccupati di sincerarsi – tra l’altro con analisi all’Arpa e comunicazioni al Corpo forestale – del rispetto dei parametri legali del prodotto, attribuendo ad un successivo “impazzimento” della sostanza (indipendente dagli imputati) l’innalzamento del thc. Tesi difensiva che ha convinto il giudice.

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