La valdostana Franca Fabrizio espone al padiglione Guatemala della Biennale di Venezia

Franca Fabrizio esporrà "Donne invisibili" nel padiglione nazionale del Guatemala alla Biennale di Venezia, dal 9 maggio al 22 novembre. L’opera “è un inno al ruolo della donna maya quale depositaria, tra presenza e assenza, di un prezioso e antico bagaglio culturale”.
L'opera "Donna Invisibile" di Franca Fabrizio
Cultura

Ci sarà anche una valdostana alla 61ª Esposizione Internazionale d’Arte- La Biennale di Venezia. Si tratta di Franca Fabrizio che, con la sua opera Donne invisibili che esporrà nel padiglione nazionale del Guatemala, all’interno della mostra Las Invisibles, dal 9 maggio al 22 novembre.

L’opera presentata da Franca Fabrizio – si legge in una nota – “è un inno al ruolo della donna maya quale depositaria, tra presenza e assenza, di un prezioso e antico bagaglio culturale”.

In queste comunità, la donna spesso è depositaria di una storia millenaria da tramandare fatta di memoria collettiva e sopravvivenza identitaria – dice ancora l’artista –. Il diverso modo di sentire e abitare il mondo dei popoli originari, rispetto ai modelli del sistema occidentale, è caratterizzato da una concezione relazionale della vita, nei legami indissolubili tra vivi e morti, tra esseri umani e natura, tra presente e passato.

Vincoli che originano un luogo sociale dove si costruisce una nuova identità, corale, in grado di sopravvivere nonostante il processo di esclusione sociale e razziale della popolazione indigena, che risale al tempo della colonizzazione spagnola.

A Venezia, tra i diversi interpreti del tema all’interno del collettivo “SOY – Artistic Group” c’è anche Fabrizio, artista già protagonista in diverse esposizioni internazionali, tra cui Art Basel Miami 2024.

La sua opera Donne invisibili è un lavoro dall’atmosfera rarefatta, imperniata sull’immagine evanescente e ieratica di una donna Maya in bilico tra presenza e assenza che, in silenzio e con dedizione, contribuisce al sostentamento ed al mantenimento di tradizioni e di antiche memorie etniche.

La scura e quasi indistinta sagoma – prosegue la nota – “vuole catturare l’attenzione dell’osservatore per trasportarlo, come in un processo alchemico, al centro della spiritualità di un popolo dalle radici ben salde, per tramandare saperi e antiche usanze culturali. Sullo sfondo, ovattato e rarefatto, volteggiano e danzano elementi in rilievo a simboleggiare pensieri, pregiudizi, ricordi di usi e costumi di un tempo antico, che ritornano per celebrare la vitalità dell’esistenza senza tempo e senza fine dell’intera umanità”.

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